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INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II CON I GIOVANI DELL'«OPERA PER LA GIOVENTÙ
GIORGIO LA PIRA»
Lunedì, 9 agosto 1982
Ho ricevuto risposta alla mia domanda: sapere ciò che è specifico del vostro
gruppo. Abbiamo stabilito all’inizio dell’incontro che la problematica della
pace è molto analogica: ha tanti aspetti e tante dimensioni e non possiamo
trattarli tutti. Ma io vedo che il vostro gruppo è centrato su un problema
specifico: come possiamo, noi cristiani, essere operatori di pace; come possiamo
vivere il nostro cristianesimo nella chiave della pace; come possiamo compiere
questa beatitudine, “Beati i pacifici”. Direi che questa è una scoperta, una
novità. Nei tempi passati si pensava meno a questa possibilità che tutti possono
essere operatori di pace.
Si pensava ai problemi della pace e della guerra secondo categorie
esclusivamente, o quasi esclusivamente, politiche e strategiche. L’uomo, l’uomo
qualunque, era un soggetto passivo. Il movimento che si osserva oggi - l’uomo
non vuole più essere soggetto passivo ma vuole essere operatore di pace - è una
novità di cui non si vede ancora l’efficacia ultima. Ma, d’altra parte, è una
novità che può e deve portare - porterà certamente - ancora altre novità nelle
altre dimensioni della pace e della guerra. Perché decidere la pace o togliere
la guerra significa non solo ridurre o togliere alcuni armamenti. Vediamo che
sempre si discute per togliere alcuni armamenti e poi si producono armi nuove
che vengono date a quei popoli che sono più bisognosi non di armi ma di pane, e
questo è tragico. La nostra convinzione, che è giusta, ci dice che togliere la
guerra significa, in ultima analisi, togliere le ostilità possibili esistenti
nelle diverse dimensioni della vita umana: cominciando tra me e il mio vicino,
per passare nell’ambiente in cui vivo, e, quindi, ai diversi popoli.
Naturalmente per togliere le ostilità bisogna saperne i motivi per vedere
concretamente se possono essere rimossi. Tutto questo entra in un certo senso
nel concetto di operatori di pace e noi, in una dimensione forse molto modesta,
possiamo ritrovarci in questo concetto di “operatore di pace”. E se gli uomini
di buona volontà che vogliono essere operatori di pace saranno sempre più
numerosi si toglieranno anche le grandi ostilità e, di conseguenza, si potrà
stabilire una pace maggiore e si potranno eliminare le guerre che minacciano i
popoli, i continenti e l’intera umanità.
Il vostro lavoro non è per nulla astratto, non è affatto un tema accademico.
Proviene dalla ispirazione di cui garante è lo stesso Giorgio La Pira, ma
possiamo anche dire che proviene dalla stessa ispirazione evangelica di cui
garante ultimo è Gesù. “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”, sono parole che
ripetiamo ogni giorno nell’Eucaristia. Questa ispirazione è dunque cristiana,
autenticamente evangelica: noi possiamo vivere la nostra vita nella chiave di
questa beatitudine: Beati i pacifici. Possiamo vivere come operatori di pace. E
questo non è una ideologia astratta, non è un impegno accademico, ma è un lavoro
apostolico. Vorrei dire che il vostro gruppo, che è di studio, di riflessione,
di preghiera e di vita interiore, è al contempo un gruppo apostolico che vuol
continuare nell’autentico apostolato dei laici, apostolato cristiano, apostolato
della pace. Non è pacifismo quello di cui voi vi occupate, ma è apostolato della
pace: sono due cose molto diverse, nettamente distinte. Non posso fare altro che
augurare che il vostro apostolato sia sempre più profondo ed efficace e che
gruppi simili si moltiplichino nel mondo per portare la pace. La Chiesa ha la
sua voce. Quando sono stato alle Nazioni Unite, ho parlato della pace dal punto
di vista tradizionale della Chiesa che potrebbe sembrare poco politico, poco
strategico, poco militare. Ma è il punto di vista tradizionalmente cristiano, è
il punto di vista di Papa Giovanni XXIII: la pace è tra i sostanziali diritti
della persona umana, dell’uomo come tale. La giustizia, la verità, la libertà,
la carità sono i pilastri su cui si costruisce la pace. Tutti gli uomini
politici hanno ascoltato quello che dovevo dire: non era per loro una parola
vuota, al contrario, pensavano che quella fosse una parola sostanziale. È chiaro
che la parola che pronunciano loro ogni giorno è diversa. Dobbiamo cercare di
avvicinare questi linguaggi. Per esempio, come parlare col nostro linguaggio
cristiano, evangelico, della Chiesa; come, con questo linguaggio parlare dei
problemi del Libano? Madre Teresa, che va in Libano, lo sa già, senza aver
studiato tanti manuali, lo sa già perché questo appartiene alla formazione
cristiana, alla spiritualità cristiana, alla sua anima, al suo genio, al suo
cuore. Penso che possiamo ancora ringraziare il Signore per aver fatto giungere
tra noi Madre Teresa della quale noi tutti siamo non solamente conoscitori ma
ammiratori per la sua semplicità, per la sua autenticità, per il suo apostolato.
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