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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
A GIOVANI PELLEGRINI FRANCESI E A CATECHISTI ROMANI

Castel Gandolfo, 27 agosto 1982

 

Voi mi avete fatto parecchie domande. Cominciamo da un altro aspetto, e cioè dal nostro incontro di ieri; siete venuti per l’Udienza generale, ho visto delle scritte: “Francia, figlia primogenita della Chiesa, sei fedele al tuo Battesimo?”. Questa scritta mi riportava immediatamente al mio soggiorno in Francia e al mio discorso ai giovani. Erano queste le parole conclusive, le ultime parole che avevo pronunciato. Ho visto inoltre la scritta: “Noi vogliamo rimanere fedeli alle promesse del nostro Battesimo”. Allora questa è la risposta: Francia, sei fedele? Noi vogliamo rimanere fedeli. “Noi” vuol dire noi francesi, noi giovani, o almeno noi che facciamo parte di questo gruppo, noi francesi e italiani, dal momento che ci sono pure degli italiani. Per questo dunque vi ringrazio molto, sapevo infatti che questa risposta era stata data in Francia quando ho incontrato i giovani al Parco dei Principi. Una risposta formidabile, una risposta di grande vigore. Questa risposta mi è stata data poi durante il Congresso Eucaristico di Lourdes, al quale non potevo partecipare, ma sapevo che vi erano tra i partecipanti dei giovani che avevano dato un’impronta, come dicevate poco fa, al Congresso, con la loro presenza e la loro attività spirituale. Vi ringrazio per questa risposta. Devo dirvi che il problema che anzitutto ponete, e cioè il problema della vocazione, si radica in questa risposta, perché la vocazione è proprio questo, fedeltà al Battesimo. Siamo tutti invitati, abbiamo tutti una vocazione fondamentale che deriva dal nostro Battesimo e attraverso il nostro Battesimo. È la vocazione ad essere cristiani, è una vocazione uscita dalla bocca del Signore e realizzata mediante il segno sacramentale. Una vocazione misteriosa perché questo vuol dire essere cristiani, questo è alla base di tutta una spiritualità, tutto un modo di essere. Essere cristiani vuol dire essere umani, essere uomini, ma anche figli di Dio convinti di questo stato. Qui entra in gioco la domanda fattami, il problema della non-fede verso Dio, dell’incredulità.

Se il mistero attuale, se un mistero soprannaturale è anche un mistero umano, un mistero dello spirito, anche l’incredulità lo è. È un mistero anche questo fatto: perché alcuni credono ed altri no? Bisogna dare una risposta, a questo punto; si potrebbero analizzare i diversi aspetti, le diverse situazioni, per esempio, l’aspetto della fede come dono di Dio, la fede come conoscenza, la fede come incontro con una persona, sì, vari aspetti, e così si potrebbe, analizzando questi diversi aspetti, avvicinarsi al mistero dell’incredulità: come mai qualcuno può non credere e non crede? Ci si può chiedere se qualcuno che pensa di non credere è realmente un incredulo o un credente, se desidera esserlo, se ricerca la fede; in ogni caso si potrebbe forse rispondere con le parole di Gesù, che dicevano: “Egli conosceva tutto ciò che si trova nell’uomo”; e dunque se la fede e la mancanza di fede sono un mistero dell’uomo, Gesù lo sa, Gesù lo conosce, egli sa se è colpevole o no, se si tratta magari di una sofferenza. Penso che molto spesso il fatto di non poter credere è una sofferenza, ma evidentemente ci troviamo qui vicini ad un mistero dello spirito umano. Se si tratta della vocazione - dicevo poco fa che la vocazione ha la sua radice nel nostro Battesimo - dal nostro Battesimo siamo chiamati ad essere cristiani e in seguito, nella dimensione di questo cristianesimo, possiamo essere chiamati ad altri compiti più specifici. Penso che il vostro gruppo vocazionale si occupi soprattutto del senso della vocazione sacerdotale o religiosa: qui si trova, evidentemente e fondamentalmente, la vocazione cristiana e le altre vocazioni, sacerdotali o religiose, nascono da questa vocazione fondamentale alla vita cristiana, si sviluppano in seno a questa vocazione nella fede, ed è ancora la grazia, ed è ancora un dono ed è un po’ come per la fede: bisogna incontrarsi con il Signore, bisogna incontrarsi con lui nella vocazione cristiana, nella vocazione sacerdotale, è una vera grazia, non solo donata, ma ricevuta, e si può dire assunta dal nostro spirito. Bisogna ascoltare la voce del Signore, evidentemente, lo sappiamo bene; nel Vangelo si parla del giovane che era stato chiamato e non ha compreso l’invito alla sua vocazione, non ha capito, oppure ha capito e non ha accettato; si pone dunque il problema di ascoltare, ascoltare non soltanto il senso materiale delle parole, ma anche quello spirituale, il senso della volontà per capire lo spirito del dono, per capire se egli ci chiama e quindi rendersi disponibili a questa volontà. Occorre anche lavorare per l’eventuale vocazione, creare un’atmosfera adatta alla vocazione nell’ambiente, soprattutto negli ambienti giovanili; e poi è necessario pregare per le vocazioni. Questo è il programma, bisogna pregare per le vocazioni. Penso che la preghiera, fra tutti i mezzi per le vocazioni, è il più importante, perché la vocazione è anzitutto la grazia nel suo significato più profondo; questo significa che tutto è grazia, e, in definitiva, grazia di accettare, ascoltare e rispondere. Per questo è necessario avere la grazia e pregare per ottenere questa grazia. Tanto più è necessario pregare per ottenere questa grazia, dal momento che nei vostri Paesi la Chiesa, nel suo insieme, manifesta il bisogno di questa grazia; oggi il bisogno è grande, è sempre stato grande, ma lo è di più oggi nei Paesi di antica cristianità. Non sono che alcune parole sulla vocazione; si può aggiungere che vocazione, in fondo, vuol dire seguire la chiamata. È una cosa splendida, non facile, non priva di sofferenze, splendida con le sue sofferenze, e per questo io vi auguro, auguro a ciascuno e ad ognuno di poter ascoltare questa voce del Signore che vi chiama e di seguirla.

Per quanto riguarda la catechesi si deve dire che questa è una forma della vocazione cristiana. Possiamo infatti parlare di vocazione sacerdotale, di vocazione religiosa, ma possiamo e dobbiamo parlare anche di vocazione catechetica, che può essere nello stesso tempo religiosa, sacerdotale ma anche laicale. Un laico, infatti, può essere catechista. Visitando le parrocchie di Roma incontro tanti, tanti laici: giovani sposi, giovani genitori, studenti ed altri ancora che volontariamente si impegnano nella catechesi. È proprio giusto ciò di cui ha parlato il vostro rappresentante: che c’è un vero popolo di catechisti nella Chiesa. E mi piace molto quest’idea di convocare almeno una volta questa “nazione”, anche se non so se si riuscirà a trovare il posto!

Ho parlato dei catechisti che sono preziosissimi nella Chiesa, ho ricordato le mie visite ormai frequentissime alle parrocchie di Roma, dove incontro i catechisti. Posso dire che questi sono catechisti di comunità di antica formazione. Ma se si prendono in considerazione i paesi di missione dove tutto è basato sull’attività e sull’apostolato dei catechisti, questi sono talvolta persone - si può dire - assai umili, ma assai valide dal punto di vista del loro impegno religioso e del loro impegno apostolico. Ho sempre detto che questa è una vocazione basata sulla vocazione fondamentale, la vocazione cristiana che talvolta deve esprimersi attraverso la vocazione catechetica: sono i genitori e anche i giovani che devono partecipare attivamente alla vita della Chiesa. 

                                      

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