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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI
PARTECIPANTI AL 61° CAPITOLO GENERALE DELL'ORDINE OSPEDALIERO DI SAN
GIOVANNI DI DIO
Venerdì, 17 dicembre 1982
Carissimi fratelli in Cristo!
1. Come coronamento del vostro Capitolo Generale avete desiderato un incontro
particolare col Papa, per esprimere in modo concreto la vostra fedeltà e la
vostra devozione alla Chiesa, e per avere una parola di incoraggiamento per la
vostra vita religiosa. Io sono molto lieto di accogliervi, e mentre porgo il mio
deferente saluto a voi qui presenti e a tutti i confratelli sparsi nel mondo, vi
esprimo pure la mia gratitudine per l’opera che il vostro Ordine svolge nella
Chiesa.
Nella storia di ogni Ordine e di ogni Congregazione il Capitolo Generale è
sempre un avvenimento di grande importanza, perché non solo permette di gettare
uno sguardo sull’andamento complessivo della vita religiosa secondo il proprio
carisma costituzionale, ma soprattutto spinge a nuovo fervore spirituale e ad
una consacrazione più decisiva al proprio ideale: si medita sul passato, si
considera il presente e si propone per l’avvenire. Ogni Capitolo Generale si
deve ritenere una vera grazia di Dio, e conseguentemente anche una
responsabilità non solo dei Superiori, che devono decidere per il meglio, ma
anche dei singoli membri. È questo l’augurio che di cuore formulo anche per voi,
religiosi dell’Ordine Ospedaliero dei Fatebenefratelli, che da più di quattro
secoli curate gli infermi con amore soprannaturale e totale dedizione. Quando
l’8 marzo 1550 san Giovanni di Dio chiuse nella città di Granada la sua
esistenza terrena, il piccolo drappello di discepoli, che a lui si erano
affiancati, non lasciò perire l’opera iniziata, tanto necessaria a quei tempi
purtroppo insensibili verso gli umili e i poveri, e fece fruttificare ampiamente
l’umile seme gettato dal Fondatore. Dopo tante vicende storiche e tanti travagli
di epoche e di uomini, attraverso difficoltà e consolazioni, il vostro Ordine
conta attualmente 191 Case, 1.721 religiosi, tra cui 116 sacerdoti. Sia
ringraziato il Signore per tutto il bene che avete potuto compiere e siate
ringraziati e benedetti anche voi, che continuate con coraggio e con amore la
cura dei malati.
2. Insieme al vivo compiacimento per l’opera svolta, vi rivolgo poi
l’esortazione a perseverare nel vostro ideale e a sempre migliorarvi
nell’umanizzare e nel sensibilizzare l’opera ospedaliera e la professione
medica. Avete indubbiamente una grande missione da compiere, che presuppone una
“vocazione” e si dimostra sempre più valida e necessaria.
È una missione attuale, come era attuale ai tempi dell’Umanesimo rinascimentale
e, in seguito, all’epoca dell’Illuminismo. Infatti, nonostante il progresso
scientifico e lo sviluppo sociale, il dolore rimane e rimangono la malattia, la
sofferenza fisica e morale, la sventura: la corsa al benessere non elimina la
infermità; la sete di godimento urta contro il muro implacabile del dolore! Da
questa tragica e permanente contraddizione nasce il pericolo di emarginare chi
soffre, perché la malattia diventa un peso, un fastidio, una noia. Il malato
talvolta non è considerato come una persona. E l’assistenza può diventare un
“mestiere”. Pertanto, voi siete chiamati a “umanizzare” la malattia, a trattare
l’infermo come creatura di Dio, come fratello in Cristo. Voi ricordate la scena
drammatica e commovente della Passione, quando Pilato indicando Gesù tutto
ferito, piagato e coronato di spine, dice alla folla: “Ecce homo!” (Gv
19, 5). Voi, quando negli ospedali, nelle infermerie, nelle farmacie, vedete la
persona che soffre, smarrita e dolente, alla luce della fede, dite: “Ecce
Christus!”. È indubbiamente una missione difficile ed esigente, che impegna
tutta la vostra vita ed ogni vostra giornata, accanto a chi pena nel mistero
della malattia e della sventura; ma è anche una missione consolante, perché
sempre, ma specialmente in questi nostri tempi, gli uomini si chiedono il
“perché” del dolore e della stessa vita, e molti talvolta rasentano l’abisso
della disperazione, non trovando né conforto né significato. Voi, con la vostra
presenza e con la vostra carità paziente e amorevole, rendete credibile la fede
in Cristo e nella paternità di Dio, aprite nuovi orizzonti e nuove prospettive,
siete di aiuto spirituale non solo ai malati, ma anche ai medici ed al
personale. Che là dove c’è l’uomo sofferente, ci siate anche voi, sull’esempio
di san Giovanni di Dio! E perciò, date le attuali necessità della società,
auspico di cuore numerose vocazioni nel vostro Ordine Ospedaliero! Voglia il
Signore ispirare tanti giovani universitari a donare la loro vita e la loro
capacità a servizio dell’umanità sofferente tra le vostre file di consacrati!
3. Per essere in tal modo di vero aiuto e di esempio ai malati e ai medici,
avete bisogno essenzialmente di mantenere un colloquio intenso con Cristo,
mediante la preghiera personale e liturgica, la meditazione, la vita comunitaria
nella comprensione e nell’affetto reciproco. Il Capitolo Generale si faccia
apostolo e garante ovunque di una profonda vita interiore, unica fonte ed unica
base di ogni autentico apostolato.
Mi piace concludere portando alla vostra considerazione la significativa figura
del beato Riccardo Pampuri, che io stesso ebbi l’onore e la consolazione di
elevare alla gloria degli altari nell’ottobre dello scorso anno. Persona
affabile, delicata, sensibile, simpatica, eroica nel suo dovere di medico,
affermava in una lettera alla sorella: “Quanto più grande sentirò la mia
insufficienza, tanto più viva e piena porrò la mia fiducia in Dio”; e pochi
giorni prima della morte, avvenuta a Milano il 1° maggio 1930 a soli trentatre
anni, confidava ai suoi parenti: “Sono contento e felice di aver fatto sempre la
volontà del Signore”.
Tale gioia desidero augurare anche a voi e a tutti i religiosi Fatebenefratelli:
vi accompagni sempre la letizia del prossimo Natale, con la particolare
protezione di Maria santissima e con la mia benedizione apostolica.
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Editrice Vaticana
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