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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO
DELL'UNIONE MONDIALE DEMOCRATICA CRISTIANA

19 febbraio 1982


Signore, Signori.

Desidero rivolgere il benvenuto a tutti voi, membri e rappresentanti della “Unione Mondiale Democratica Cristiana”: voi che avete responsabilità politiche nei governi e nei parlamenti delle vostre rispettive Nazioni; voi che, in modi diversi, rappresentate il vostro Paese nei consigli internazionali e continentali; voi tutti che avete accettato e continuate ad accettare di partecipare attivamente all’azione politica nel quadro della democrazia ed ispirandovi ai principi cristiani.

1. Desidero innanzitutto esprimervi la mia stima e il mio incoraggiamento per le responsabilità che vi assumete. Il vostro compito non è quello di contribuire a costruire, a livello di strumenti giuridici o di decisioni politiche, un ordine di giustizia tra gli uomini e le donne all’interno della società che voi avete liberamente scelto per questo o che voi volete servire a questo scopo, ed anche tra gli Stati che costituiscono insieme la comunità delle nazioni? La protezione della vita di ciascun cittadino, della sua dignità, dei suoi diritti inviolabili, come pure la ricerca del bene comune della società, sono le due pietre angolari per un degno esercizio del potere. La democrazia esige che esso sia esercitato “con la partecipazione morale della società e del popolo” (Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, 17), nell’interesse di tutti i cittadini e nel rispetto delle libertà fondamentali. Allo stesso modo è doveroso che esso si ispiri ad uno spirito cristiano, con una profonda sollecitudine per il bene comune, e cerchi di elaborare leggi giuste, che stabiliscano cioè rapporti più equi tra i cittadini, ma che incoraggino anche i valori umani e garantiscano le esigenze eque dell’ordine morale. Tutto questo richiede lungimiranza, competenza, onestà, disinteresse e coraggio. Ciò esprime la grandezza del vostro impegno.

2. Ma non voglio dilungarmi troppo oggi su questo tema, perché il mio pensiero va al tema tanto attuale che tratta la conferenza internazionale che vi riunisce in questi giorni: “Il terrorismo, la violenza politica, e la difesa della democrazia e dei diritti umani”.

Noi sentiamo in effetti questa esigenza di responsabilità in modo particolarmente acuto quando dobbiamo affrontare l’insensato fenomeno del terrorismo entro uno Stato o al di là delle frontiere di uno Stato. Il terrorismo è l’antitesi di tutto ciò che voi vi sforzate di promuovere in quanto democratici e in quanto cristiani. Il terrorismo è l’opposto della legge e della ragione. Il terrorismo cerca di mutilare e di distruggere le persone e la società con atti che sono fondamentalmente atti di violazione: violazione dei valori umani garantiti dalla legge così come violazione della dignità e della vita umana (cf. Giovanni Paolo II, Allocutio ad Consociationem Giuristi Cattolici Italiani habita, die 6 dec. 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III, 2 [1980] 1596ss).

3. Ma innanzitutto che cosa genera l’estensione del terrorismo di oggi, il suo impatto, il suo carattere tanto pericoloso ed inquietante? Non mancano sicuramente analisi del fenomeno e non posso ora riprenderle in modo esaustivo.

Tutto il mondo costata in primo luogo che i terroristi possono disporre oggi di armi temibili che essi si procurano in modo fin troppo facile. Questo favorisce la loro opera distruttrice ma non basta certamente a spiegare le ragioni del fenomeno né la sua acutezza.

Vi è soprattutto da notare il fatto che il terrorismo è potuto divenire una efficace arma psicologica, grazie alla ripercussione immediata e universale su cui possono contare, dovuta ai mass-media, i quali si fanno un dovere di segnalare la notizia.

Più profondamente, resterebbe da spiegare la ragione per cui degli esseri umani come noi debbano ricorrere a mezzi tanto deplorevoli. Da sempre nel cuore dell’uomo vi sono latenti pulsioni alla violenza, insieme a impulsi alla pace e all’amore; senza dubbio le prime sono le più sollecitate al giorno d’oggi. Sarà la recrudescenza delle ingiustizie o la loro presa di coscienza a suscitare reazioni tanto violente? Ma come può la causa invocata giustificare il metodo? C’è soprattutto la diffusione sempre più frequente di ideologie di violenza, di lotta astiosa, che deformano la coscienza al punto da togliere ogni scrupolo a coloro che ordinano o compiono questi atti barbari, anzi, che arrivano a giustificarli, a gloriarsene come di un dovere o di una buona azione. Il male è radicato profondamente nella mente e nel cuore dell’uomo.

Vi è infine la complicità di tutta una rete internazionale del terrorismo, che trova appoggi e incitamenti nascosti presso questa o quella potenza.

Esistono diversi tipi di terroristi. Alcuni invocano la giustizia di una causa che non arriva a farsi capire come dovrebbe attraverso mezzi pacifici, o di diritti di popoli che sono stati gravemente lesi nel passato o nel presente, e prendono come bersaglio persone o istituzioni simboliche, spesso fuori del loro paese. Altri vogliono apertamente creare il panico per distruggere le fondamenta della società del loro paese che giudicano ingiusta e decadente, ma senza alcun riguardo per le istituzioni democratiche esistenti e senza alcun spirito costruttivo.

4. Dopo l’analisi sommaria di queste radici, cause o pretesti, è venuto il momento di giungere all’apprezzamento etico del comportamento terrorista.

Quali che siano le radici dell’azione terrorista, quali che siano i tentativi di giustificazione, non possiamo che ripetere ancora e sempre: il terrorismo non è giustificato in una società civile. È un ritorno contrabbandato alla barbarie, all’anarchia. È sempre una manifestazione di odio, di confusione ideologica, con l’intenzione di seminare l’incertezza, la paura, nella vita nazionale e internazionale (cf. Giovanni Paolo II, Allocutio ad Patres Cardinales, Romanaeque Curiae Praelatos et Officiales, instante Nativitate Domini coram admissos, 12, die 22 dec. 1981: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IV, 2 [1981] 1222s.). Vuole giustificare il suo fine – e talvolta un fine miserabile – con mezzi indegni dell’uomo. Se la prende con beni e un patrimonio prezioso, senza alcun riguardo con i diritti che legittimamente hanno su di essi le persone o la società.

Soprattutto – e questo non può essere ammesso sotto alcun pretesto – se la prende vilmente, sotto forma di rapimenti, di tortura o di assassinio, con la libertà e la vita umana di innocenti senza difesa, che non hanno a che vedere con la causa invocata o che sono semplicemente simboli di una responsabilità o di un potere che essi contestano.

5. Quando pensiamo al numero di persone innocenti, Capi di stato, uomini politici, poliziotti, industriali, leader sindacali o personalità religiose, che hanno collaborato alla società secondo le loro responsabilità e che sono state vittime del terrorismo, siano per lo meno scossi dallo stupore per questi crimini. Quando vediamo come l’edificio della società, così pazientemente costruito, conservato con tanto zelo da onesti cittadini e governanti responsabili, può essere saccheggiato e distrutto, abbiamo allora veramente ragione di allarmarci. Quando consideriamo il fatto che questi atti terroristici non sono limitati a un solo paese, ma che sembrano il frutto di una rete insidiosa con intrighi e scopi internazionali, allora dobbiamo accogliere arditamente la sfida e, in nome di tutti i popoli, unirci per vincere le forze dell’odio e del male e fare in modo che esse non prendano il posto della giustizia, i pazienti cammini del negoziato ragionevole e la ricerca difficile della democrazia siano rimpiazzati da un sistema di regolamenti, di compiti arbitrari che si avvicina a quello della giungla.

La violenza non genera che violenza. In ultima analisi, il terrorismo si distruggerà con le sue mani, perché nel suo odio cieco ed insensato, porta i germi della propria distruzione. Noi dobbiamo però accelerare la sua disfatta e la conversione dei suoi adepti collaborando tutti, ciascuno al suo proprio livello di responsabilità.

6. Non è infatti sufficiente costatare e piangere. Bisogna assumersi la sfida. Bisogna agire, agire efficacemente. Bisogna portare a questo male che mina le nostre società un rimedio adeguato, e questo a molteplici livelli.

A livello internazionale, bisogna far progredire la solidarietà fra gli Stati affinché sia unanimemente smascherato, denunciato, condannato ogni atto di terrorismo, quali che siano i pretesti invocati. È un metodo selvaggio, inumano da bandire assolutamente. E lo stato che incoraggia un tale metodo e si fa complice dei suoi istigatori non ha più la possibilità di parlare di giustizia di fronte al mondo.

A livello di ciascuna società, bisogna apportare dei rimedi corrispondenti ad un’analisi lucida delle cause del terrorismo. Certo, bisogna più che mai – grazie a leggi, decreti, misure di sicurezza appropriate che sono in parte di vostra competenza – proteggere la vita e i diritti degli individui innocenti, così come i diritti legittimi delle istituzioni democratiche, e dunque di prevenire e mettere in condizione di non nuocere coloro che si sono prefissi di non rispettarli. Ma, tenendo conto delle sovversioni che vengono dall’estero, bisogna domandarsi perché il terrorismo continua a raccogliere tanti adepti tra gli uomini e le donne di questa generazione. Bisogna prestare attenzione ai diritti che sono stati lesi, per stabilire o ristabilire dei rapporti paritari tra i diversi componenti della società, per compiere un onesto servizio verso tutti i gruppi, e in particolare presso coloro che detengono il potere, che vogliono assumere o mantenere delle responsabilità politiche. Così potremo togliere ai terroristi alcuni simpatizzanti.

E allo stesso tempo, mantenendo una sana libertà di opinione, bisogna creare un clima tale affinché gli educatori, i professori, i pubblicisti cessino di attizzare l’odio, di presentare la violenza come un rimedio, di disprezzare i diritti degli altri, di lasciare credere che solo una distruzione radicale della società possa permettere di ritrovare una società più umana. I terroristi di oggi non sono in parte il frutto di una certa educazione? Bisogna suscitare educatori che insegnino a costruire giorno dopo giorno, con mezzi pacifici e secondo un’autentica responsabilità, una società più giusta.

Sì, in definitiva la migliore risposta alla violenza politica è sempre e in ogni luogo un tipo di società in cui le leggi siano giuste, in cui il governo faccia di tutto per soddisfare i legittimi bisogni della popolazione e in cui i cittadini possano, nella sicurezza e nella pace, vivere insieme e costruire il proprio avvenire e quello dei loro compatrioti.

7. Una tale società richiede sicuramente una grande onestà a tutti i livelli come ho già accennato.

Da parte dei dirigenti, innanzitutto. Perché, senza questa probità di carattere presso i leader politici, ogni atto di governo diviene rapidamente sospetto e deteriora l’atmosfera sociale. Bisogna sottolinearlo: questa onestà, questa lealtà, questo disinteresse concerne non solamente i governanti ma allo stesso modo i parlamentari, i funzionari delle diverse istituzioni, e anche, ad un titolo particolare, le persone impegnate nel campo della informazione a tutti i livelli. I cittadini hanno diritto, infatti, all’onestà dei loro responsabili; hanno diritto alla verità, ad una verità esente da manipolazioni e alterazioni. Le menzogne, le insinuazioni tendenziose, le affermazioni errate lacerano la società e preparano il terreno, direttamente o indirettamente, all’azione insensata dei terroristi.

8. Questa opera capitale e permanente di risanamento e di messa a punto delle sfere dirigenti di ogni nazione al servizio del popolo, malgrado le incomprensioni, le critiche o le violenze ingiustificate, comporta grandi esigenze di tenacia e sangue freddo, che sono ammirabili e potrebbero anche scoraggiare coloro che vi consacrano generosamente i loro talenti, la loro vita.

Noi lo sappiamo, la parola “scoraggiamento” non è degna dell’uomo, e ancor meno del cristiano.

Nei giorni che hanno seguito il 13 maggio e nel corso della mia lunga convalescenza, ho molto meditato sul mistero del male, della sua espansione alle volte così contagiosa, ma ugualmente – e il numero incalcolabile di testimonianze di simpatia che ho ricevuto mi hanno aiutato – sul mistero ancora più strepitoso della solidarietà degli uomini nel bene, nella costruzione e ricostruzione di una società e di una civiltà fondata sull’amore e la condivisione. E la frase ben formulata dell’apostolo Paolo mi torna molto spesso alla memoria: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male col bene” (Rm 12,21).

Cari amici, vorrei che ritorniate dal vostro congresso romano e da questo incontro con convinzioni ed energie rinnovate. Se tutti coloro che portano il peso delle responsabilità ai diversi livelli della vita di ciascuna nazione o della vita internazionale sono d’accordo alla fine a darsi la mano per costituire una catena di solidarietà volta a far sparire la spaventevole piaga del terrorismo e a prevenire ogni causa che la faccia rinascere, allora possiamo credere all’avvenire del mondo e alla costituzione di una civiltà veramente umana. E poiché io mi indirizzo a dei cristiani, invoco, per voi e con voi, la luce e la forza di Dio per andare avanti coraggiosamente e serenamente sulle vie di ciò che si può autenticamente chiamare pace, libertà, responsabilità, democrazia, giustizia, e di cuore vi benedico.

       

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