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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI
PARTECIPANTI AD UN CONVEGNO MEDICO SULLA TERAPIA DEI TUMORI
25 febbraio 1982
Cari fratelli e sorelle!
1. Sono veramente lieto di porgere il mio più cordiale saluto a tutti voi, che
partecipate in questi giorni al Secondo Corso-Convegno Internazionale sul tema
“Radiodiagnostica e terapie integrate in oncologia”, indetto dalla Facoltà
di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore qui a Roma.
Scorrendo il programma del Corso ho notato che gli illustri Relatori provengono,
oltre che dall’Italia, anche dalla Iugoslavia, dalla Germania, dalla Francia,
dall’Inghilterra, dal Canada, dagli Stati Uniti d’America e dal Giappone. Si
tratta di una rappresentanza veramente estesa e soprattutto qualificata nel
settore in cui la vostra competenza è ampiamente riconosciuta. Ebbene, a tutti
voi, e in primo luogo al Direttore del Corso, il professore Attilio Romanini,
rinnovo il mio saluto, che esprime anche la gioia sincera di potervi incontrare;
anzi, vi ringrazio per l’occasione che mi è data di indirizzarvi la mia
parola sull’importante tema da voi dibattuto, nel campo in cui voi mi siete
maestri. Mi piace unicamente aprirvi il mio animo sul problema umano posto dal
malato di tumore, ed assicurarvi il mio incoraggiamento nella vostra preziosa
attività.
2. Al di là degli aspetti strettamente tecnici, propri dell’oncologia, si
propone sempre, non solo ai parenti ma soprattutto al medico, la questione del
rapporto migliore, da instaurare col malato. La malattia del cancro, infatti,
resta ancora in gran parte davanti a tutti, ed anche davanti a voi che pur siete
Specialisti in materia, un enigma: sia nella sua origine che nella sua terapia.
Sapete bene che è molto facile un collasso psicologico del malato, in
particolare per le terribili o incerte prospettive che essa gli riserva. Terapie
costose o addirittura mutilanti, isolamento e discriminazione da parte dei sani,
angosciosa preoccupazione per l’esito del male: sono tutti motivi che, oltre
al dolore fisico, fanno della malattia una delle più tremende forme di
sofferenza. Ma nel contempo, e da un altro punto di vista, questi sono anche
motivi perché non si lasci solo il malato, ma se ne prenda a cuore la sorte,
gli si dia fiducia e lo si accompagni, direi con partecipazione fraterna, nel
cammino del suo dolore sia fisico che psicologico. E tutto questo si richiede
non solo ai familiari, che più da vicino ne condividono le pene, ma anche e in
modo speciale a voi, medici curanti, oltre che agli infermieri ed a tutta l’équipe
terapeutica.
3. Poiché appartiene alla tradizione della Chiesa considerare cristiano tutto
ciò che è autenticamente umano, mi sento in dovere di invitarvi pressantemente
ad umanizzare sempre di più la medicina che coltivate, e ad instaurare un
vincolo di schietta solidarietà umana con i vostri pazienti, che vada al di là
di un puro rapporto professionale. Segretamente il malato aspetta anche questo
da voi. Del resto, egli vi sta di fronte in tutta la sua nobiltà di persona
umana che, pur essendo bisognosa, dolorante e forse anche menomata, non per
questo va considerata un oggetto passivo, fosse pure un oggetto di cure più o
meno sperimentali. Al contrario, una persona è sempre un soggetto e come tale
va accostata. Questa è la dignità originaria dell’uomo. E proprio nel
rapporto con l’uomo sofferente – tanto più se è sofferente di tumore –
ci si trova di fronte ad un test che saggia e mette alla prova l’esistenza e
la genuinità delle nostre convinzioni in materia. Una persona esige per natura
sua un rapporto personale. Anche l’ammalato non è mai soltanto un caso
clinico, ma sempre un “uomo ammalato”; egli si aspetta cure competenti ed
efficaci, ma anche la capacità e l’arte di infondere fiducia, magari al punto
da discutere onestamente con lui la sua situazione e soprattutto da adottare un
sincero atteggiamento di “simpatia”, nel senso etimologico del termine, tale
da tradurre in pratica le parole dell’Apostolo Paolo, che riecheggiavano già
quelle di un antico sapiente: “Rallegratevi con quelli che sono nella gioia,
piangete con quelli che sono nel pianto” (Rm 12,15; cf. Sir 7,34).
4. In questo senso, come ben si comprende, l’attività del Medico è più
prossima ad una missione che ad una mera professione. Infatti vi è coinvolta
tutta la sua umanità e gli è richiesta una dedizione totale. Ebbene, cari
fratelli e sorelle, sento di dovervi incoraggiare con tutto il cuore nel vostro
benemerito lavoro, tanto di ricerca scientifica quanto di assistenza terapeutica.
Certamente molti vi debbono molto. E, se permettete, mi faccio portavoce di
quanti non hanno forse la possibilità di esprimervelo, presentandovi il
ringraziamento di tutti i malati oncologici, ma non solo di essi, per quanto voi
fate per il bene loro e dell’uomo in generale in questo settore tanto urgente
e drammatico.
Proseguite, pertanto, con tenacia ed entusiasmo il vostro encomiabile impegno,
secondo le vostre rispettive specializzazioni. Ad esse auguro che possano essere
il più possibile fruttuose, come merita la serietà dei vostri lavori e la
stessa causa dell’uomo che, anche sul piano fisico, sempre attende di “entrare
nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8,21).
Da parte mia, vi assicuro un particolare ricordo nella preghiera, perché il
Signore, che per definizione biblica è “amante della vita” (Sap 11,26),
benedica le vostre occupazioni e assecondi le vostre fatiche. Di questi voti è
pegno la benedizione apostolica, che sono lieto di impartirvi, anche come segno
della mia alta considerazione, e che amo estendere a quanti vi sono cari.
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