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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI RETTORI, AI PADRI SPIRITUALI E AI PREFETTI DEGLI STUDI
DEI SEMINARI MAGGIORI D'ITALIA

5 gennaio 1982

 

Venerati fratelli nell’Episcopato,
figli diletti.

1. Nel rivolgervi il mio saluto cordiale, desidero esprimere la viva gioia che suscita in me questo incontro con voi, responsabili della formazione sacerdotale, impartita ai giovani nei Seminari maggiori d’Italia.

Siete convenuti a Roma, dietro invito della Commissione Episcopale per l’Educazione Cattolica della CEI, per una più attenta ed approfondita riflessione – alla luce soprattutto della Ratio Institutionis nazionale su: “La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana” – dedicata ad un tema che da sempre è stato oggetto della sollecitudine della Santa Sede, ma che in questi ultimi tempi è diventato anche motivo di preoccupazione. Si tratta del problema, antico e sempre attuale, di assicurare alla Chiesa i ministri, di cui essa ha bisogno.

In occasione dell’apertura del II Congresso Internazionale per le vocazioni, celebrato a Roma nel maggio dello scorso anno, mi fu offerta l’opportunità di ribadire ancora una volta con chiarezza che il problema delle vocazioni sacerdotali è il problema fondamentale della Chiesa. Le vocazioni sacerdotali sono infatti la verifica e l’espressione della sua vitalità, ed insieme sono condizione della sua missione e del suo sviluppo. E dicendo questo pensavo, come è ovvio, in particolare ai Seminari che hanno lo scopo di accogliere e coltivare le vocazioni.

2. L organizzazione stessa di questo Convegno, reso possibile dalla vostra qualificata presenza, è significativa testimonianza della volontà della Chiesa italiana di operare in tale delicatissimo settore.

E vi incoraggio di cuore a rispondere sempre meglio alle rinnovate esigenze del vostro delicato ufficio. Di fatto, la vostra presenza è segno consolante della fiducia che riponete in Colui che è la sorgente prima della vocazione sacerdotale.

Sono lieto pertanto di esprimere ai benemeriti promotori e organizzatori del Convegno, a voi tutti qui presenti, Rettori, Direttori spirituali, Presidi e Prefetti degli studi, il mio vivo ringraziamento e sincero compiacimento. E, in voi, desidero ringraziare e incoraggiare altresì quanti condividono con voi – ai diversi livelli – il non lieve compito di preparare futuri sacerdoti.

La comune consapevolezza della difficile situazione – chiaramente indicata dalle statistiche – in cui oggi si trovano molti Centri di formazione ecclesiastica in Italia, seppure non manchino consolanti indizi di ripresa, suggerisce alcune riflessioni che toccano direttamente la vita e l’andamento dei Seminari nel vostro paese.

A voi è ben noto che la Chiesa non intende né nascondersi i problemi che oggi si pongono ai Seminari, né rimanere estranea al modo in cui gli stessi vengono affrontati e risolti. È lo stesso Concilio Vaticano II che ci impegna alla riflessione ed alla ricerca in questo settore. Ma è pure il Concilio che ci offre i criteri e gli orientamenti riguardanti, in particolare, la preparazione spirituale, disciplinare, intellettuale dei candidati al sacerdozio.

3. La preparazione spirituale, innanzitutto. Lo sforzo educativo del Seminario deve tendere a portare il giovane alla conoscenza ed alla esperienza personale del Signore, per plasmare in lui un pastore di anime, che nella sua persona e nella sua attività si presenti e sia effettivamente “come ministro del Cristo e dispensatore dei misteri di Dio” (1Cor 4,1):

Tra gli aspetti che sembrano meritare particolare considerazione nella preparazione spirituale dei futuri sacerdoti, vorrei sottoporre alla vostra attenzione quelli tanto opportunamente indicati nella Lettera circolare della Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica su “Alcuni aspetti più urgenti della formazione spirituale nei Seminari” (6 gennaio 1980). Essi possono sintetizzarsi nei seguenti punti:

a) formare sacerdoti che accolgano e amino profondamente il Cristo, Parola di Dio, nostro Fratello, Amico, Salvatore;

b) formare sacerdoti che sappiano vedere nel mistero pasquale l’espressione suprema dell’amore che il Verbo ha avuto per noi, immolandosi per la Chiesa: “in finem dilexit eos”;

c) formare sacerdoti che non abbiano paura di riconoscere che la comunione reale e l’amicizia concreta col Cristo comportano un’ascesi, e quindi un impegno di rinuncia e di sacrificio;

d) fare del Seminario una scuola d’amore filiale verso Colei che è la Madre di Gesù e la Madre nostra.

In questo campo risulta tuttora determinante e insostituibile l’opera del direttore spirituale, a cui spetta il compito di contribuire alla formazione di autentiche personalità sacerdotali. La sua azione è da considerarsi fondamentale nell’opera educativa, poiché costituisce un momento decisivo per creare nell’animo dell’alunno quella immagine del Cristo, a cui egli dovrà riferirsi come a supremo ideale durante tutta la vita. Per essere tale, la direzione spirituale deve configurarsi in un rapporto serio, chiaro, aperto, assiduo e continuo. Essa quindi non può ridursi ad un semplice ascolto, ad uno scambio di idee o di opinioni, né confondersi col dialogo di gruppo, e neppure concepirsi come un dialogo personale, seppure spontaneo, che nasca nell’intimità dell’amicizia. La direzione spirituale deve essere un fatto di fede viva e profonda, vissuto sotto la responsabilità di un sacerdote ben preparato, esplicitamente incaricato dal Vescovo.

Per il conseguimento delle sue finalità, la direzione spirituale dovrà essere condotta alla luce dei contenuti biblici e teologici, con specifico riferimento a quelli ecclesiologici, e dovrà essere ripensata anche con una attenzione particolare alla condizione giovanile, alle sue reazioni psico-sociologiche e al cambiamento culturale della società del nostro tempo.

Essa non temerà, peraltro, di orientare i giovani verso l’assimilazione di quelle sane abitudini di preghiera e di vita spirituale che l’esperienza secolare di innumerevoli anime, profondamente permeate da un autentico spirito sacerdotale, e l’insegnamento collaudato delle classiche scuole di spiritualità, hanno indicato come particolarmente adatte a sostenere la volontà di generosa dedizione alla causa del Regno.

4. Vi è poi la preparazione disciplinare. Nella vita del Seminario. la disciplina non solo è richiesta dalla necessità di quadrare la personalità dei giovani, e di subordinare la spontaneità al dovere, ma è anche indispensabile perché siano rispettate le esigenze della vita comunitaria. La stessa deve inoltre considerarsi come elemento integrativo di tutta la formazione, per far acquistare il dominio di sé, per assicurare un armonico sviluppo della personalità, favorendo la capacità di controllo e di collaborazione, e per formare tutte quelle altre disposizioni d’animo, che giovano moltissimo a rendere ordinata e fruttuosa l’attività della Chiesa (cf. Optatam Totius, 11).

Non v’è dubbio che in questo quadro la parte essenziale è costituita dall’azione del Rettore, rappresentante del Vescovo, in quanto “responsabile primo della vita del Seminario” (Ratio Institutionis, v. italica, 102). Poiché il Rettore svolge il suo compito in comunione e collaborazione con gli altri educatori, è opportuno che periodicamente si incontri con essi per meditare, pregare insieme, celebrare comunitariamente l’Eucaristia, e per discutere i problemi riguardanti i singoli alunni e l’intera Comunità. Con i giovani egli sarà sempre un padre che sa ascoltare, dialogare, consigliare, favorendo così quel clima di confidenza e di mutua fiducia, che è condizione indispensabile per un proficuo e sereno lavoro.

Da essi, tuttavia, egli non mancherà di esigere, dopo averne debitamente spiegato le motivazioni, una generosa disponibilità al sacrificio ed alla rinuncia, giacché solo su tali presupposti è possibile costruire quella austerità di vita e di comportamento, che si rivela indispensabile perché il futuro ministero sia veramente incisivo e fruttuoso.

5. V’è infine, la preparazione intellettuale. L’applicazione allo studio – mezzo efficace di crescita e di perfezionamento personale – è, insieme con la pietà, il grande dovere quotidiano del seminarista, il suo lavoro professionale. Per gli alunni dei corsi filosofico-teologici, lo studio acquista una dimensione particolarmente ampia e profonda, perché deve porsi ormai come aiuto e arricchimento della vita di fede e come strumento indispensabile per il futuro ministero. È necessario in particolare che la conoscenza dei movimenti di pensiero filosofico e della letteratura, la lettura degli avvenimenti della storia e della formazione culturale e sociale dei popoli, e tutta la formazione umanistica in generale possano dare al futuro pastore di anime quella capacità di interpretazione in chiave cristiana delle tappe salienti della civiltà umana, per essere veramente una guida spirituale per i contemporanei, specie per la gioventù. Su tale base si deve inserire lo studio della teologia, in tutte le sue branche, che apre al seminarista la visione completa del piano divino di salvezza, e gli offre gli strumenti insostituibili della sua attività ministeriale e catechistica, a cui tende con tutte le forze.

La crescente importanza attribuita allo studio nella preparazione dei futuri sacerdoti è felicemente testimoniata dalla creazione nel vostro paese, in questi ultimi anni, di Istituti o Centri teologici affiliati ad una Facoltà di teologia. Ciò serve infatti ad elevare il livello degli studi filosofico-teologici, a consentire la possibilità di conseguire il grado accademico del baccellierato e a favorire una più stretta e proficua collaborazione tra il clero diocesano e il clero religioso. Desidero inoltre rilevare con compiacimento che i suddetti Istituti stanno assumendo anche la preziosa funzione di centri promotori dell’aggiornamento culturale dei sacerdoti, nell’importante iniziativa della “formazione permanente” che deve essere sostenuta e promossa con ogni sforzo.

In questo quadro va sottolineata la figura del Preside o Prefetto degli studi al quale, in particolare, spetta il compito di realizzare l’unità dell’insegnamento, coordinando le singole discipline; di curare che venga offerto un insegnamento completo della dottrina della Chiesa, in una visione eminentemente pastorale, secondo gli orientamenti del Vaticano II; di fare in modo che negli alunni sia creata la consapevolezza che quanto essi imparano in Seminario non esaurisce il loro impegno di studio, ma deve anzi stimolare in loro il desiderio di un aggiornamento continuo, come parimente ha richiesto il Concilio. Il tutto, è superfluo ricordarlo, deve essere svolto in un’atmosfera di fedele adesione al Magistero della Chiesa, testimoniata anche dal discernimento con cui si sanno orientare gli alunni verso Autori che, nelle loro opere, mostrano di ispirarvisi con lealtà.

Carissimi,

dalle testimonianze che da più parti mi vengono, so che gli alunni dei nostri Seminari – dopo un periodo di assestamento, di ripensamento e di riflessione – sono oggi più desiderosi di raccoglimento, e cercano con molto impegno di approfondire i valori essenziali della fede e della preghiera. Essi si mostrano più ansiosi di verità e di certezze, e manifestano chiara l’esigenza di scelte impegnative e totali.

A voi, Rettori, Direttori spirituali, Docenti, il compito tanto arduo quanto indispensabile di rispondere alle nuove realtà che si sono create nei nostri Seminari: con una adeguata preparazione pedagogica, didattica, culturale; con un impegno educativo, che favorisca relazioni personali di dialogo, di ricerca e di verifica tra tutti i responsabili della formazione, e con gli alunni; con un’ampia apertura ai problemi della società; con una stretta collaborazione del Seminario con il presbiterio diocesano.

Sono certo che non mancherete ad un appuntamento tanto atteso, che non consente ritardi. È un atto di fiducia che intendo fare nella vostra capacità, nella vostra volontà, nel vostro senso di responsabilità.

Con questi sentimenti imparto di cuore la mia benedizione apostolica a voi, ai vostri collaboratori ed a tutti i vostri seminaristi, ai quali vi prego di portare l’attestazione del mio affetto e l’assicurazione del costante ricordo nella preghiera.

         

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