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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL SINDACO E ALLA GIUNTA COMUNALE DI ROMA

25 gennaio 1982

 

Onorevole signor Sindaco,
illustri Signori.

1. L’inizio del Nuovo Anno ci offre puntualmente la gradita occasione di questo incontro, da voi sollecitato per porgere di persona al Vescovo di Roma, Pastore della Chiesa universale, i vostri auguri.

Desidero esprimere la mia cordiale riconoscenza, anzitutto a lei, signor Sindaco, per i voti così gentilmente espressi e per le parole, che Ella mi ha rivolte. Ringrazio con lei i Colleghi della Giunta e i Membri del Consiglio Comunale qui presenti. A ciascuno porgo il mio saluto che, per vostro tramite, amo estendere a tutti i Collaboratori ed all’intera popolazione di Roma.

Sono lieto che. la presente circostanza mi consenta di pronunciare un pubblico ringraziamento per la commossa partecipazione vostra e di tutti i romani alla mia sofferenza, anzitutto a motivo del drammatico episodio del maggio scorso e della conseguente lunga degenza, ed ora per i recenti e purtroppo sempre attuali avvenimenti che travagliano la mia diletta patria. In questa Roma, che a pieno diritto e con gioia posso dire “mia”, ho incontrato altri amici e tante persone sensibili che tutte amo, con particolare riguardo a coloro che soffrono, che versano nel bisogno o che sono alla ricerca della indefettibile Verità.

2. La vostra presenza reca, in certo modo, davanti ai miei occhi l’immensa città di Roma, così dilatata in questi ultimi tempi fino a raggiungere quasi i tre milioni di abitanti. Di fronte al mio sguardo si profila l’agglomerato degli insediamenti urbani con i vari centri della vita cittadina: le scuole di ogni ordine e grado e gli uffici, gli ospedali e le cliniche, i mercati ed i cantieri di lavoro, i luoghi dello sport e del divertimento. È tutto un fervore di attività, di iniziative e di rapporti: è la “città degli uomini” che ogni giorno si esprime nel suo frenetico dinamismo, e che esige una programmata direzione generale ben ordinata e sicura.

Si deve riconoscere che non è facile l’esercizio della gestione civica, specialmente di città colossali come Roma; questa presenta, inoltre, la preoccupazione per il flusso continuo ed enorme di pellegrini e turisti, alla ricerca di un incontro con una missione ed un magistero universali, emergenti anche da tanti monumenti storici che richiedono accurata e fedele conservazione.

Debbo esprimere il mio grato apprezzamento per tutto ciò che è stato fatto e che si continua a fare per il bene dell’intera popolazione, manifestando il fervido auspicio che si possa venire incontro sempre più validamente alle tante necessità, specialmente con la costruzione di nuove e congrue abitazioni. L’impegno assunto dagli Amministratori coinvolge gravi responsabilità e deve essere inteso e svolto come un servizio per la cittadinanza.

3. Con i problemi del bene comune e dell’ordine pubblico, la vostra presenza qui richiama quelli attinenti all’ordine morale della Città, la quale, come tutte le metropoli, risente particolarmente della presente crisi sociale ed ideologica, causata dall’instabilità culturale, dal colossale fenomeno dell’urbanesimo, dal clima politico generale. Non è certo il caso di elencare la serie degli aspetti negativi, che spesso sono motivo di allarme e fonte di angoscia.

In questo momento è sommamente importante rilevare che se l’ordine pubblico costituisce l’assillo quotidiano delle Autorità e dei cittadini e quindi anche – nell’ambito della sua competenza – di un Consiglio Comunale, tanto più lo deve costituire l’ordine morale, poiché quest’ultimo, quale atteggiamento rispettoso dei valori inerenti alla dignità ed ai superiori destini dell’uomo, è il supporto necessario di ogni regolato vivere civile.

Senza l’“ordine morale”, un’ordinata convivenza è continuamente minacciata ed inevitabilmente aggredita. È il profondo convincimento morale che forma la coscienza dei cittadini, indirizzandoli verso una convivenza umana e fraterna, nel mutuo rispetto, nella comprensione reciproca e nell’aiuto scambievole. Così la Città, per quanto grande e dispersiva, avrà una sua anima e non potrà mai dirsi un agglomerato di individui che si ignorano a vicenda, ma invece una grande famiglia, i cui componenti si propongono di comprendersi e di coadiuvarsi vicendevolmente.

4. A questo punto si innesta una considerazione propriamente religiosa, suggerita dalle festività natalizie da poco trascorse e strettamente legate all’inizio dell’anno civile.

Dalla culla di Betlemme, sorgente di luce nella notte di ogni tempo, il cristianesimo si è dilatato lentamente per tutta la terra, costituendo una comunità di credenti che ha in Roma il suo Centro visibile. Sorge allora spontanea e logica la domanda, specialmente in quest’epoca di molteplici e contrastanti movimenti: quale funzione spetta alla comunità cristiana, ed in particolare alla diocesi e alla parrocchia, nella “città degli uomini”, assillata e talvolta tormentata da gravi problemi?

La Chiesa, e cioè la Città di Dio, annunzia il Cristo “Via, Verità e Vita” (cf. Gv 14,6), luce delle genti, salvezza dell’uomo, speranza autentica, fondamento della vera fraternità, basata sulla morale dell’amore, oggettiva ed universale. La Città di Dio non contrasta con la “città degli uomini” – la quale pur nell’instabilità della sua vicenda è coinvolta nella storia concreta della salvezza – ma ne assume le realtà positive, ne indica con vigore, spesso dolente, i fermenti distruttivi, ne eleva l’intera struttura ad una visione e ad un’orientamento trascendenti. In altre parole, la Chiesa con i Vescovi, i parroci, i sacerdoti, i laici qualificati, tende a formare il buon cittadino, innestando così l’ordine pubblico e l’ordine morale in quello religioso, alla luce e con la forza spirituale del Verbo Incarnato.

La comunità cristiana di Roma è al servizio dell’indivisibile realtà civica e, pur rimanendo sempre religiosa, esprime una presenza sociale, culturale e civile profondamente umana.

5. Siamo pertanto tutti responsabili – da una parte della cura spirituale, dall’altra dello sviluppo civico e sociale – di questa Città unica al mondo. Sul piano pastorale, che attiene specificamente alla mia responsabilità di Vescovo, unitamente al Cardinale Vicario ed ai più diretti collaboratori, è mio proposito concorrere al benessere di Roma, alla maturità della sua coscienza civile, morale e religiosa, alla sua costante elevazione umana e cristiana, conforme ad una funzione secolare, già intravista e celebrata fin dall’antichità, come ne fanno fede le parole del grande Cicerone che esalta: “Hanc Urbem lucem Orbis terrarum atque arcem omnium Gentium” (M. T. Cicerone, In Catilinam, Orat. IV, can. VI, 11).

Roma, per la preziosa eredità dei suoi martiri e dei suoi santi, per la sua alta vocazione, per il suo compito evangelico, quale Centro dell’Orbe cattolico e Sede del Vicario di Cristo attende uno sforzo generoso da parte di tutti i suoi figli e soprattutto di chi è investito di pubblica autorità, affinché la sua impronta spirituale sia conservata ed incrementata, per il bene dell’intera nazione italiana e di tutta l’umanità.

Nel manifestare questi voti che, nel rispetto dei compiti inerenti alla città come capitale d’Italia, rendono onore alla sua dignità ed alla sua missione cristiana, sono certo di trovare in lei, signor Sindaco ed in codesta Amministrazione, favorevole accoglienza e considerazione.

Invocando sul vostro lavoro, che so certo non facile, i lumi ed i conforti della divina assistenza, imploro sull’intera cittadinanza, per intercessione di Maria santissima “Salus Populi Romani” e dei santi apostoli Pietro e Paolo, la pienezza dei doni celesti, di cui vuole essere pegno la mia affettuosa benedizione.

                  

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