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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
ALLA GIUNTA REGIONALE DEL LAZIO

28 gennaio 1982

 

Onorevole Presidente ed illustri Membri della Giunta Regionale del Lazio!

1. Sono lieto di poter oggi soddisfare il desiderio da voi manifestatomi per il cortese tramite del signor Presidente, riservandovi questo incontro che ha carattere augurale nell’atmosfera del nuovo anno, da poco incominciato. Sapete bene come, ogni volta che mi è dato di accostare persone che siano costituite in autorità a qualsiasi livello, viva è la mia attesa e grande è la mia soddisfazione per l’opportunità che mi si offre di conoscere più da vicino gli uomini ed, attraverso di essi, i problemi ed i fatti, che possono interessare – e tanto spesso effettivamente interessano – il settore religioso-morale.

Ma oggi, evidentemente, maggiore è per me siffatta soddisfazione ed attesa, perché con la stessa vostra presenza portate dinanzi a me l’immagine ben precisa e definita della Regione Laziale, della quale è capoluogo la nostra Roma. “Nostra”, dico, perché questa è la città di cui, per arcana disposizione della Provvidenza divina, sono Vescovo, onde anche la circostante regione, che ne costituisce la naturale area di pertinenza e di espansione, interessa e sollecita direttamente, prima delle altre regioni, il mio personale impegno di Pastore. Sì, come Roma anche il Lazio posso io considerare e chiamare “nostro”, nel senso di un prioritario e quasi preferenziale riguardo che debbo avere per esso come suo Arcivescovo metropolita. Appartenenza dunque, quella di Roma e del Lazio, di ordine spirituale ed ecclesiale, il che vuol dire cura più attenta, speciale sollecitudine e, soprattutto, più generoso amore per le persone che vi abitano.

2. Ma il Lazio e Roma sono anche “vostri” sotto un aspetto certamente diverso, ma pure importante e pieno di responsabilità. Già – come è noto – l’ordinamento regionale ha ampliato competenze e poteri, accrescendo così i relativi doveri per quanto attiene al governo amministrativo della Regione, e la Giunta, che voi costituite, ha precise funzioni direttive e decisionali in ordine allo sviluppo, alla tutela, alla promozione di determinati settori della vita pubblica. Non sta certamente a me ricordare quali siano i settori di vostra competenza, né dare indicazioni di carattere tecnico-operativo per ciascuno di essi. Ma pure la specifica natura pastorale del mio servizio mi suggerisce qualche breve richiamo di ordine generale, che tocca il modo, lo stile e – dirò meglio – la deontologia stessa del comportamento di chi è preposto a funzioni pubbliche. Si suol parlare, a questo proposito, di un agire o di un procedere che, come in linea oggettiva, così anche in linea soggettiva, cioè dal punto di vista di colui o di coloro che agiscono, sia costantemente ispirato alla pubblica utilità.

Ora, è facile rilevare come una tale “adesione” alla pubblica utilità sia un’esigenza morale, la quale rientra in quella più vasta nozione del bene comune, che è inseparabile e immanente in ogni forma di vita associata. Per questo, il bene comune – nel quale i valori etici e religiosi, tanto profondamente sentiti dalla regione laziale, occupano un posto certamente non secondario – deve costituire il punto di riferimento ed il criterio orientativo nelle scelte da fare, nelle decisioni da prendere, nelle opere da promuovere, nelle necessarie riforme da avviare. Il mio auspicio è appunto che questo rapido accenno, da me fatto oggi dinanzi a voi, possa esservi di stimolo e di conforto nel vostro lavoro di pubblici amministratori. Pur nel variare dei problemi e delle circostanze, pur in mezzo alle difficoltà che ogni impegno civico comporta, sia la visione, anzi la cura del bene comune la regola suprema del vostro operare, per attingere linearità, chiarezza, esemplarità. Sia questa cura costante l’elemento che trasforma il vostro impegno di amministratori in effettivo servizio ai concittadini ed ai corregionali. È un onore, infatti, ma anche un onere essere servitori di Roma e del Lazio!

3. Per questo mi ha fatto piacere avvertire adesso, nel nobile indirizzo pronunciato dal signor Presidente, l’eco di questa stessa preoccupazione ed impegno per il bene comune. Ho seguito, infatti, con non poca attenzione i riferimenti ai problemi di emergente attualità, quali il terrorismo, la droga, la disoccupazione, specialmente quella dei giovani in cerca del primo impiego; ed ancora la casa e gli spinosi nodi di tante aree urbane e periferiche. Come non condividere l’ansia, da voi manifestata, per una situazione difficile e complessa, che coinvolge minacciosamente valori fondamentali in ogni civile ed ordinata convivenza? Il Pastore della Chiesa, per la missione stessa che gli è stata affidata da Cristo, non può restare insensibile di fronte alle ambasce di tante famiglie, su cui grava l’incertezza del domani, quando non già il peso di opprimenti ristrettezze nel presente.

Vorrei, pertanto, rinnovare anche in questa circostanza l’assicurazione della sincera collaborazione, con cui l’Autorità ecclesiastica, nell’ambito della sua competenza, intende venire in aiuto ad ogni opportuna iniziativa, volta a far fronte alle accennate difficoltà. Mi preme, tuttavia, sottolineare come presupposto insostituibile di qualsiasi azione mirante al risanamento dei mali di cui soffre l’odierna società sia la salvaguardia dei valori morali, che devono alimentare quell’impegno personale e comunitario di cui ho parlato prima.

4. Scambiarsi voti augurali, come è costume fare all’inizio di ogni anno, significa aprire reciprocamente l’animo all’amicizia, alla comprensione, alla fraternità; significa, in una parola, sintonizzarsi interiormente con valori caratteristici di quella fede cristiana, che non solo ha plasmato il costume, ma che ha anche creato – è la parola esatta – un’intera civiltà. La nascita del Figlio di Dio, uomo tra gli uomini, uomo per gli uomini, – è il mistero che abbiamo contemplato or non è molto – ha avuto l’arcano potere di elevare la coscienza degli uomini ai problemi più alti che toccano le radici stesse della vita, facendo risuonare nei loro cuori l’annuncio angelico della gloria da rendere a Dio e della pace da instaurare nel mondo (cf. Lc 2,14).

È a questo comune e prezioso patrimonio di speranza e di fede che io desidero richiamarvi, illustri Signori della Giunta del “nostro” Lazio, perché più fervido e personale sia l’augurio che, anche per il nuovo anno, porgo a ciascuno di voi e, per vostro tramite, ai vostri figlioli ed alle vostre spose. Io prego non solo perché il Signore sempre vi assista nel vostro lavoro di pubblici amministratori, ma perché voglia, altresì, benedire i vostri focolari domestici, tenendovi costantemente accesa la fiamma dell’amore cristiano.

             

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