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VISITA PASTORALE IN GRAN BRETAGNA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
DURANTE LA VISITA ALL'OSPEDALE DI SAINT JOSEPH

Edimburgo - Martedì, 1° giugno 1982

 

Miei cari amici e figlioli in Gesù Cristo.

1. Sono felice di questa visita all’ospedale di “Saint Joseph”, a Rosewell, e sono venuto qui per diversi motivi. In primo luogo per salutare i pazienti dell’ospedale, che soffrono di handicap sia fisici che mentali, ed anche per salutare le Suore di Carità di san Vincenzo de’ Paoli che amministrano la casa di cura, insieme ai medici consulenti, al personale infermieristico ed ausiliario, ai cappellani e ai volontari che prestano la loro opera in favore di tutti gli handicappati, ed ai genitori e alle famiglie di coloro che ricevono questo tipo speciale di cura.

Un altro motivo di questa mia visita è quello di testimoniare la missione della Chiesa, che viene da Cristo, di prendersi cura di tutto il Popolo di Dio, soprattutto di chi ha più bisogno. Ho appreso con interesse che l’antico linguaggio gaelico di Scozia ha una frase molto significativa, “corramaich fo chùram Dhè”, che dice che gli handicappati vivono sotto la protezione di Dio - “Handicappati di Dio”. Una descrizione, o titolo, così pieno di sensibilità, conduce a forza tutto un insieme di prospettive profondamente cristiane al significato della vita e della sua dignità, una vita che tutti noi abbiamo ricevuto dal Creatore ed il cui corso noi percorriamo in modi diversi, come individui diversi. Ed ancor più, per i battezzati questa è una nuova vita di grazia in ed attraverso Gesù Cristo, il Salvatore del mondo.

2. Coloro che non godono della pienezza di ciò che è chiamato un modo di vivere normale, perché soffrono di seri handicap sia mentali che fisici, vengono spesso compensati in parte da qualità che la gente spesso dà per scontate o addirittura distorte, sotto l’influsso di una società materialistica: cose come un amore radioso - trasparente, innocente e struggente - e il desiderio di una cura amorosa ed altruistica. A questo proposito, noi troviamo spesso nel Vangelo l’esempio ristoratore dello stesso Gesù, e l’amorevole legame di affetto fra lui e i malati o gli handicappati: quante cose ha fatto per loro, le grandi parole di fede indirizzate i loro, ed i suoi meravigliosi interventi per loro conto, “perché da lui usciva una forza che sanava tutti” (Lc 6, 19; cf. Mc 1, 32-34). Vi erano volte in cui egli lasciava la propria strada per identificarsi con gli ammalati ed i sofferenti, egli, che avrebbe sperimentato su se stesso una tale passione e morte: “. . . ero malato e mi avete visitato . . . ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 36.40).

3. Queste ultime parole di Gesù sono anche una fonte di grande consolazione per tutti coloro che curano gli ammalati e gli handicappati: infermiere e personale medico, suore e cappellani, genitori, volontari ed amici. Per le vostre amorevoli cure ed il sacrificio di voi stessi anche voi tutti siete causa della vostra sofferenza, perché provate la stanchezza, la tensione emotiva e mentale, ed altri oneri di ogni genere. E in modo che, quando vi identificate con gli handicappati nel vostro servizio amorevole e pieno di attenzioni, anche voi condividete l’affermazione di san Paolo: “completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1, 24; cf. 2 Cor 1, 5; 12, 19). E quando vi sentite veramente al massimo della depressione, nostro Signore stesso ha un ulteriore messaggio di conforto, molto personale: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11,28-30). Queste parole di incoraggiamento di Cristo, che io vi trasmetto nel suo nome, sono rivolte anche a coloro che curano gli handicappati a casa, e cercano di dar loro una vita il più possibile vicina ad una normale vita familiare.

4. Il Cardinale Gray mi ha comunicato che questa arcidiocesi di sant’Andrews ed Edimburgo, come pure altre diocesi in Scozia, si sono assunte un ruolo di conforto e di sostegno, con Messe particolari e riunioni per gli handicappati ed i loro assistenti ad intervalli regolari in diversi centri parrocchiali. In questo spirito di collaborazione cristiana e di servizio, obbedite mirabilmente alla chiamata di rallegrarsi con coloro che si rallegrano e di soffrire con coloro che soffrono (cf. Rm 12, 15). Ciò costituisce non soltanto uno stimolo ad una disponibilità umana e umanizzante, ma anche un segno di comunione che arricchisce sia chi dà che chi riceve.

5. Ma la visita a Rosewell non sarebbe completa se non facessi riferimento ad una giovane donna, la cui santa vita e la cui sofferenza finale hanno dato piena espressione al messaggio della Sacra Scrittura, sul quale oggi abbiamo meditato: la venerabile Margaret Sinclair, che da religiosa prese il nome di suor Mary Francis delle Cinque Piaghe, Poor Clare Colletine, che visse dal 1900 al 1925.

Perché fu proprio a Rosewell che Margaret venne in vacanza con altri membri della sua famiglia dalla loro casa di Edimburgo. Margaret potrebbe essere ben definita come uno dei piccoli di Dio, che, con la sua grande semplicità, venne toccata dal Signore con la forza di un’autentica santità di vita, sia nella fanciullezza, che nella giovinezza, come apprendista, lavoratrice, membro di un sindacato e come suora professa. Ed è veramente appropriato che Rosewell sia stato scelto come sede del Margaret Sinclair Center, allo scopo di far conoscere meglio il suo esempio ispiratore e di promuovere la sua causa di beatificazione. Io apprezzo pienamente le aspirazioni dei cattolici di Scozia e di altre Nazioni, perché tale scopo si realizzi, ed io so che voi pregate affinché ciò avvenga.

Con questo ricordo della venerabile Margaret Sinclair, io vi lascio con quanto ella vi ha ispirato. Nello spingerci all’amore e all’assistenza agli handicappati, Gesù tocca le nostre vite con la sua forza, e alla fine ci premia, secondo la sua promessa: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40).

Sia lodato Gesù Cristo!

                                                     

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