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VISITA PASTORALE A RIO DE JANEIRO E IN ARGENTINA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI SACERDOTI, RELIGIOSI E RELIGIOSE
NELLA CATTEDRALE DI BUENOS AIRES

Venerdì, 11 giugno 1982

 

Carissimi fratelli e sorelle.

1. Vi saluto cordialmente, sacerdoti, religiosi, religiose, membri di Istituti secolari, seminaristi e giovani in fase di formazione per consacrarvi a Cristo.

Mi trovo con voi, in questa Cattedrale di Buenos Aires dedicata alla Santissima Trinità, pochi giorni dopo aver celebrato la solennità del mistero trinitario e prima della Festa del “Corpus Christi”.

Questo ci porta a riflettere sul significato profondo dell’Eucaristia nella vocazione e nella vita del sacerdote e delle anime consacrate.

San Paolo mette espressamente dinanzi ai nostri occhi lo straordinario contenuto ecclesiale che per la nostra esistenza sgorga dall’Eucaristia: “Perché il pane è uno, noi pur essendo molti, formiamo un solo corpo, poiché tutti partecipiamo di questo unico pane” (1 Cor 10, 17).

Vediamo qui in poche parole delineato il fondamento teologico esistenziale, che, partendo dal mistero eucaristico, ci porta alla realtà della fede, dell’unione ecclesiale, della corrispondenza a questo amore, che sta alla base della nostra consacrazione.

Siete voi, consacrati a Cristo e alla Chiesa, all’amore disinteressato per lui, ad un genere di vita fondato sulla fede, i ministri ed i testimoni della fede, i sostenitori della fede e della speranza degli altri.

Questo vi configura come persone che vivono molto vicino agli uomini ed alla società, ai suoi dolori ed alle sue speranze. Ma vi distingue nel modo di sentire e di vivere la propria esistenza.

Difatti, il sacerdozio è una consacrazione a Dio in Gesù Cristo per “servire . . . alla moltitudine” (cf. Mc 10, 45). Questa consacrazione è, come ben sappiamo, un dono sacramentale indelebile, conferito dal Vescovo, segno e causa di grazia.

Da parte loro, la dedicazione dei religiosi è una dedizione di se stessi accettata dalla Chiesa per il suo servizio. Esso costituisce una speciale consacrazione, “che ha radici intime nella consacrazione del battesimo e la manifesta con maggiore pienezza” (Perfectae Caritatis, 5).

Or bene, l’una e l’altra dedizione sono più o meno efficaci, in noi stessi e nella comunità che serviamo, secondo la fedeltà che osserviamo nel vivere la nostra vita, interiore ed esteriore, conforme al dono ricevuto ed all’impegno accettato.

Per poter comprendere e vivere fedelmente tale dedizione è necessario l’aiuto della grazia. Per conseguenza, un sacerdote o persona consacrata deve trovare il tempo per restare sola con Dio, ascoltando quello che egli ha da dirci nel silenzio. Bisogna essere, per ciò, anime di preghiera, anime eucaristiche.

2. E poiché si è anime specialmente consacrate, bisogna essere uomini e donne con una grande comprensione dell’unione ecclesiale, che figura e realizza l’Eucaristia. Vivendo nella Chiesa e per la Chiesa reale, non siamo autonomi o indipendenti, né parliamo in nome proprio né rappresentiamo noi stessi, ma siamo “portatori di un mistero” (1 Tm 3, 9), infinitamente superiore a noi.

La garanzia di questo carattere ecclesiale della nostra vita è l’unione con il Vescovo e con il Papa. Tale unione, fedele e sempre rinnovata, può a volte essere difficile ed anche comportare rinunzie e sacrifici. Ma non dubitate di accettare gli uni e le altre quando è necessario. È il “prezzo”, il “riscatto” (cf. Mc 10, 5) che il Signore ci chiede, per lui e con lui, per il bene della “moltitudine” (cf. Mc 10, 45) e di voi stessi.

Perché se ogni sacerdote, sia diocesano che religioso, è vincolato al Corpo Episcopale in ragione dell’ordine e del magistero, che serve al bene di tutta la Chiesa, secondo la vocazione e la grazia di ciascuno (cf. Lumen Gentium, 28), anche il religioso è da parte sua chiamato ad inserirsi nella Chiesa locale dal proprio carisma all’amore e rispetto ai pastori, alla dedizione ecclesiale ed alla missione della Chiesa stessa (cf. Perfectae Caritatis, 6).

3. Questi vincoli comuni all’interno della Chiesa devono condurre ad una stretta unione tra voi stessi. L’Eucaristia, fonte suprema di unità ecclesiale, deve far sentire i suoi frutti costanti di comunione attiva, rinnovandola e rinforzandola ogni giorno di più nell’amore di Cristo.

E così, al di sopra delle diversità e particolarità di ciascuna persona, gruppo o comunità ecclesiale, sia il banchetto eucaristico il centro perenne della nostra comunione nello stesso “corpo” (cf. 1 Cor 10, 17), nello stesso amore, nella stessa vita di Colui che volle rimanere e rinnovare la sua presenza salvifica, perché avessimo la sua propria vita (cf. Gv 6, 51).

4. Il modo concreto di realizzare quella comunione che esige l’Eucaristia, deve essere la creazione di una vera fraternità. Fraternità sacramentale, di cui tratta l’ultimo Concilio (cf. Presbyterorum Ordinis, 8), dirigendosi ai sacerdoti, e di cui parla già sant’Ignazio di Antiochia (cf. S. Ignazio di Antiochia, Ad Mag., 6; Ad Phil., 5) come un requisito del sacerdozio cattolico.

Una fraternità che deve rafforzare tutti quelli che partecipano dello stesso ideale di vita, di vocazione e di visione ecclesiale. Ma che devono sentire in modo speciale coloro che hanno titoli speciali tra quelli che, come insegna il Vangelo, sono “fratelli” (cf. Mt 23, 8).

Una fraternità che deve diventare presenza di vita e di servizio ai fratelli, nella parrocchia, sulla cattedra, nella scuola, nel ministero sacerdotale, nell’ospedale, nella casa religiosa, nelle baraccopoli e in qualsiasi altro luogo.

Una fraternità tradotta in sentimenti, atteggiamenti e gesti nella realtà di ogni giorno. Vissuta così, forma parte della nostra testimonianza e credibilità dinanzi al mondo. Come la divisione e le fazioni pongono ostacoli nelle vie del Signore.

Ma dobbiamo ben considerare che questa fraternità, frutto dell’Eucaristia e della vita di Cristo, non si limiti ai confini del proprio gruppo, comunità o nazione. Si espande e deve comprendere tutta la realtà universale della Chiesa, che si fa presente in ciascun luogo e paese intorno a Gesù Cristo, salvezza per quanti formano la famiglia dei figli di Dio.

5. La necessità di stabilire un tale clima di fraternità ci porta logicamente a parlare della riconciliazione all’interno della Chiesa e nella società. Particolarmente nei delicati momenti attuali che la rendono molto più obbligatoria ed urgente.

Tutti conosciamo le tensioni e le ferite che hanno lasciato il loro segno, aggravate dai recenti avvenimenti, nella società argentina; e che bisogna cercare di superare al più presto possibile.

Come sacerdoti, religiosi o religiose, avete l’obbligo di lavorare per la pace e per la mutua edificazione (cf. Rm 14, 19), cercando di creare unanimità di sentimenti degli uni con gli altri (cf. Rm 12, 16), insegnando a vincere il male col bene (cf. Rm 12, 21). E aprendo gli spiriti all’amore divino, fonte primaria di comprensione e di trasformazione del cuore (cf. Is 41, 8; Gv 15, 14; Gc 2, 23; 2 Pt 1, 4).

A voi tocca esercitare il “ministero della riconciliazione” (cf. 2 Cor 5, 18), proclamando la “parola di riconciliazione” che vi è stata affidata (cf. 2 Cor 5, 18). Tutto ciò non si oppone al vero patriottismo, né entra in conflitto con esso. L’autentico amore alla Patria, dalla quale tanto avete ricevuto, può portare fino al sacrificio; ma al tempo stesso bisogna tener conto del patriottismo degli altri, affinché serenamente si comunichino sia l’uno e l’altro vicendevolmente e arricchiscano in una prospettiva di umanesimo e di cattolicità.

6. In questa prospettiva si colloca il mio attuale viaggio in Argentina, che ha un carattere eccezionale, del tutto distinto da una normale visita apostolico-pastorale, che è rinviata ad un’altra opportuna occasione. I motivi di questo viaggio li ho spiegati nella lettera del 25 maggio scorso, che ho indirizzato ai figli e figlie della nazione argentina.

Oggi vengo per pregare con voi nel corso di questi importanti e difficili eventi, che si stanno svolgendo già da alcune settimane.

Vengo a pregare per tutti coloro che hanno perduto la vita, per le vittime di entrambe le parti, per le famiglie che soffrono, come lo ho fatto anche in Gran Bretagna.

Vengo a pregare per la pace, per una degna e giusta soluzione del conflitto armato.

Voi che in questa terra argentina siete per titolo tutto particolare uomini e donne di preghiera, elevatela a Dio con maggiore insistenza, sia in forma personale che comunitaria.

Per parte mia ho desiderato di essere qui per pregare con voi, particolarmente durante questi due giorni.

Concentreremo la preghiera soprattutto in due momenti: dinanzi alla Madre di Dio, nel suo Santuario di Luján e nella celebrazione del santissimo Corpo e Sangue di Cristo.

7. Conosco il buono spirito ecclesiale e religioso che vi anima. Siete molto numerosi voi che siete venuti a partecipare a questo atto. Ma rappresentate anche gli altri sacerdoti o Famiglie religiose del paese che costituiscono le prime forze vive della Chiesa in questa amata Nazione. Affido a tutti questa importante intenzione. In particolare alle anime consacrate a Dio nel silenzio dei chiostri.

In questi giorni difficili e inquieti, è necessaria in terra argentina la presenza della Chiesa che prega; della Chiesa che dà testimonianza di amore e di pace.

Che questa testimonianza dinanzi a Dio ed agli uomini entri nel contesto degli avvenimenti importanti della vostra storia contemporanea. Che porti in alto i cuori. Poiché a tutti gli avvenimenti della storia umana va unita anche la storia della salvezza.

Che la testimonianza della presenza del Vescovo di Roma e della vostra unione con lui diano un impulso alla storia della salvezza nella vostra terra natia.

Con questi auspici e con profondo affetto per ciascun sacerdote, religioso, religiosa, seminarista e membro degli Istituti ecclesiali di Argentina, presenti ed assenti, vi imparto di cuore la benedizione apostolica.

                                   

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