The Holy See
back up
Search
riga

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI SIGNORI CARDINALI, AI CONFRATELLI NELL'EPISCOPATO
E NEL SACERDOZIO, AI COLLABORATORI LAICI
DELLA CURIA ROMANA, DEL GOVERNATORATO DELLO STATO
CITTÀ DEL VATICANO E DEL VICARIATO DI ROMA

Lunedì, 28 giugno 1982

 

Sono lieto di trovarmi nuovamente con voi, dopo l’Udienza di fine d’anno, venerati signori Cardinali, confratelli nell’Episcopato e nel sacerdozio, collaboratori Laici della Curia Romana, del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e del Vicariato di Roma. Il Cardinale Decano ha ora interpretato i vostri sentimenti con la consueta finezza di espressione e nobiltà d’animo.

A lui e a voi tutti dico: Grazie!

L’incontro avviene nella vigilia della solennità dei santi Pietro e Paolo, ne fa anzi parte essenziale, anche se, purtroppo, le mie condizioni non l’hanno permesso nello scorso anno. È una festa che ci tocca tutti da vicino. È la festa del primo Papa, sul quale Cristo ha fondato la sua Chiesa (cf. Mt 16, 18). È la festa di Paolo, Maestro delle Genti, faro di luce nei secoli. È la festa della Chiesa. Tutti ce ne sentiamo profondamente coinvolti. Essa tocca me, certamente, come del resto ha toccato sempre tutti coloro che sono succeduti alla missione e all’opera di Pietro. Ma non tocca solo il Papa. La tradizione ci parla degli immediati collaboratori di san Pietro, partecipi delle sue sollecitudini universali, collaboratori della sua stessa missione, responsabili, a diverso grado ma in una unica intensità di fede, delle sorti della Sede Apostolica. Voi siete subentrati a loro, e avete anche voi la sorte di condividere la vita e il lavoro del successore di Pietro. Siete chiamati a questa grande responsabilità, che è unica nel suo genere.

Pietro e i suoi successori hanno ricevuto il tremendo incarico di guidare la Chiesa nelle alterne vicissitudini del tempo. Ma essi non sono soli. Il Papa non è, non si sente solo. Tutti siete chiamati a collaborare con lui. Tutti. Dai Cardinali al più umile subalterno. Il fatto di questa comune coscienza di collaborazione non esclude certamente che dev’essere dato il dovuto e giusto peso agli aspetti della giustizia e dei diritti del lavoro; ma ciò non può non essere accompagnato dalla piena coscienza che questo servizio della Sede Apostolica comporta una specificità propria, che trae il suo valore dall’essere appunto tutti chiamati a partecipare alla stessa missione, che il Papa svolge a favore della Chiesa, in lui rappresentata, come in Pietro, “figurata generalitate” (S. Agostino, In Ioann. Evang., Tract. 124, 5: PL 35, 1973).

A Natale vi ho invitato a riflettere con me sulla presenza e sui contatti della Chiesa con il mondo esterno. Nella solennità squisitamente ecclesiale di san Pietro, riflettiamo insieme sulla sua vita interna.

SANTIFICAZIONE DELL'UOMO

2. La Chiesa è stata istituita per l’uomo. “L’uomo è la prima e fondamentale via della Chiesa, via tracciata da Cristo stesso”, ho scritto nella mia prima enciclica (Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, 14). E la vita interna della Chiesa ha per primo scopo la santificazione dell’uomo, voluta dall’Amore eterno di Dio Trinità. La missione, a me affidata, e che cerco instancabilmente di portare avanti col vostro aiuto, che mi è indispensabile, non è altro che questo. Santificarsi e santificare! Vivere e far vivere il disegno divino di salvezza! Comprendere e far comprendere il mistero della Chiesa!

SOTTO L'AZIONE DELLO SPIRITO

3. Questo mistero, cioè la realtà splendente e misteriosa della Chiesa “nascosta da secoli in Dio” (Ef 3, 9), è oggetto delle predilezioni del Padre, è frutto del sacrificio di Cristo, pervaso dall’azione santificatrice del Paraclito.

La presenza di questo Spirito Santo, “Dominum e vivificantem”, ancora ci avvolge dopo le celebrazioni centenarie dello scorso anno. Come prosecuzione e conclusione di quelle commemorazioni, ho ricevuto quest’anno i Maestri ed i partecipanti al Congresso Internazionale di Pneumatologia, che hanno approfondito i vari aspetti biblici, patristici, teologici, ecumenici della dottrina cattolica sullo Spirito Santo. Ho così potuto rivivere l’emozione della Pentecoste dello scorso anno!

Il lavoro dei nostri Organismi - dico di tutti e singoli i loro componenti - dev’essere portato avanti in questa attenzione allo Spirito Santo “che parla alle Chiese” (cf. Ap 2, 7.11.17.29; 3, 6.13.22). È un’attenzione che richiede preghiera, umiltà, disponibilità, sacrificio, apertura alle necessità delle Chiese locali e di tutto il mondo.

E questo lavoro è svolto al centro della Chiesa, al servizio della Chiesa, della sua missione santificatrice. È lo scopo che assorbe tutte le mie forze, che hanno bisogno del vostro aiuto per portare avanti l’azione del pontificato. Cerchiamo di ripercorrere le tappe di questa azione, così come si è svolta nei mesi scorsi, seguendo come punti di riferimento per la nostra riflessione le linee maestre dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II.

IL POPOLO DI DIO

4. Il Concilio ha parlato del Popolo messianico di Dio, che “ha per capo Cristo; . . . per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio . . . per legge il nuovo precetto di amare; . . . per fine il Regno” (Lumen Gentium, 9); e ne ha messo in piena luce il triplice ufficio sacerdotale, profetico e regale, direttamente partecipato a quello stesso di Cristo.

Il servizio del Papa, e della Curia Romana insieme con lui, ha accentuato oggi le sue dimensioni universali proprio perché vuole aiutare gli altri fratelli di “questo popolo messianico” a vivere e ad esercitare pienamente il loro triplice ufficio.

Di qui deriva la radice teologica dei viaggi, che a Dio piacendo, ho finora compiuto, e che sono l’applicazione su scala universale del carisma di Pietro, per confermare e consolidare la vitalità della Chiesa, nella fedeltà alla Parola, a servizio della verità, per l’incremento della vita sacramentale ed eucaristica, di cui ho parlato nell’enciclica Redemptor Hominis (cf. Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, 20). Tutti i miei pellegrinaggi si riassumono qui. Nell’insegnamento dato, in totale fedeltà al Vangelo, a tutte le categorie del Popolo di Dio. Nella proclamazione integrale della verità. Nella celebrazione eucaristica. La parola dell’Evangelo, seminata a piene mani in quelle peregrinazioni, acquista la sua vera efficacia perché incentrata intorno alla Parola, al Verbo, Cristo Gesù, che si fa presente sugli altari di quelle grandi assemblee del Popolo di Dio, che rimangono impresse nella mia memoria come il ricordo più alto e commovente delle mie visite: Collevalenza e Todi a novembre, e poi, quest’anno, dalla Nigeria al Benin, dal Gabon alla Guinea Equatoriale, da Assisi a Livorno e a Bologna, al Portogallo, dalla Gran Bretagna all’Argentina e ultimamente a Ginevra. E anche un’aspirazione, che da tempo mi stava tanto a cuore, ha potuto finalmente realizzarsi: l’adorazione eucaristica nella cappella del Sacramento della Basilica Vaticana, da me inaugurata la mattina del 2 dicembre. Le solenni cerimonie romane, e la visita alle parrocchie, hanno come centro la Messa. La giornata del Papa comincia con la Messa. Così inizia la vostra giornata, carissimi collaboratori ecclesiastici, con la vostra Messa, mentre tutte le anime consacrate, e moltissimi collaboratori laici attingono all’Eucaristia di ogni giorno, o almeno della domenica, la forza e la generosità per il loro servizio. Quant’è bello, al di sopra del lavoro diversificato di ciascuno, che si integra con quello degli altri, sapere che ogni giorno ci ritroviamo uniti nel Cuore Eucaristico di Cristo, che rinnova la sua offerta.

In questo contesto mi piace qui sottolineare che, quest’anno, ho voluto dare maggiore impulso alla Sezione per il Culto Divino, in seno alla Congregazione per i Sacramenti e il Culto. Molti sono certamente i frutti che la Chiesa si attende dall’incremento della Sacra Liturgia, come l’ha voluto il Concilio; la Curia Romana ha il dovere di rispondere con impegno esemplare a questo compito fondamentale.

Con l’Eucaristia non posso non citare l’amministrazione dei Sacramenti: la rinnovazione delle promesse battesimali a Wembley e ricordo altresì i battesimi da me conferiti a gennaio in Vaticano, e i sacramenti dell’iniziazione cristiana durante la veglia del Sabato Santo, in san Pietro - la penitenza che ho amministrato il Venerdì Santo in Basilica, l’unzione degli infermi nella Cattedrale di Southwark, le varie ordinazioni Episcopali e sacerdotali, la rinnovazione degli impegni presi da numerose coppie di sposi nel loro matrimonio, a York. Mi piace anzi sottolineare come sia stata ben compresa questa linea direttiva della mia visita in Gran Bretagna, che è stata una catechesi itinerante sulla vita sacramentale.

È perciò con particolare interesse che richiamo anche in questa occasione la sessione del “Synodus Episcoporum” del prossimo anno, che sarà dedicato alla Penitenza e alla Riconciliazione nella Chiesa: in vista della sua preparazione, alla quale stanno lavorando gli episcopati di tutto il mondo in sintonia con la Segreteria Generale del Sinodo, ho voluto dedicarvi le riflessioni dei miei colloqui domenicali per l’Angelus, nelle domeniche di Quaresima. È argomento della massima e più vitale importanza per la vita ecclesiale, e ribadisco qui l’attesa che ho per quell’avvenimento, per il quale chiedo fin d’ora la vostra preghiera.

ECUMENISMO, DIALOGO, SLANCIO MISSIONARIO

5. Nel quadro della vita del Popolo di Dio, la Lumen Gentium ha posto in una luce speciale sia i rapporti che si debbono intrattenere con i fedeli cristiani non cattolici, e con i non-cristiani, sia il carattere missionario della Chiesa stessa.

In questa luce ho servito la causa dell’unità. L’Ecumenismo è stata mia sollecitudine precipua fin dall’inizio del mio pontificato; ma quest’anno è stato particolarmente ricco di fermenti e di promesse. Non dimenticherò certamente mai la visita del Rappresentante del Patriarca di Costantinopoli al Policlinico “Gemelli”, esattamente un anno fa. E ricordo poi l’incontro con il Patriarca della Chiesa ortodossa Etiopica, il 17 ottobre; la santa Messa celebrata nella Basilica di san Paolo fuori le Mura a conclusione della Settimana di preghiere per l’unità dei Cristiani; le Udienze in Vaticano per alcune personalità e gruppi, tra i quali gli alunni dell’Istituto Ecumenico di Bossey. Rimangono scolpiti nella mia memoria i vari incontri con i Capi delle altre Chiese cristiane, durante i miei viaggi apostolici, e soprattutto quelli che hanno caratterizzato la mia visita in Gran Bretagna: l’omelia durante la Messa nella Cattedrale cattolica di Westminster, la preghiera tanto suggestiva nella storica Cattedrale di Canterbury, insieme con l’Arcivescovo dottor Runcie, a cui fece seguito la Dichiarazione Comune sui rapporti tra le nostre due Chiese, gli altri incontri di Canterbury, e quelli di Liverpool, di Edimburgo, di Cardiff, in quel viaggio, che a Londra, ho definito un “servizio all’unità nell’amore” (Giovanni Paolo II, Homilia in Cathedrali Vestmonasteriensi habita, 2, die 28 maii 1982: vide supra, p. 1896).

Quanto al dialogo con i rappresentanti delle religioni non cristiane, debbo ripetere il mio grazie per l’accoglienza riservatami in Paesi a popolazione in prevalenza musulmana, in particolare per l’incontro di Kaduna, in Nigeria. Quanto agli Ebrei, ricordo con emozione l’incontro alle Fosse Ardeatine col Gran Rabbino di Roma; e le linee che ho tracciato nel discorso ai Delegati delle Conferenze Episcopali per i Rapporti con l’Ebraismo.

Lo slancio missionario della Chiesa è tuttavia l’ansia più assillante, anzi quotidiana del mio cuore: i miei pellegrinaggi in terre lontane, ove la comunità cattolica è in minoranza, ne sono come il simbolo. Mi è poi particolarmente cara la celebrazione della Giornata Missionaria Mondiale, per la quale invio ogni anno il mio Messaggio, affinché possa essere opportunamente meditato ed illustrato dalle Chiese locali.

In questo orizzonte vastissimo di annuncio del Vangelo in tutto il mondo, mi piace qui sottolineare anche il posto che ha la Cina nella mia stima e nel mio cuore. Ricorre quest’anno il quarto centenario dell’arrivo nel Continente asiatico di Padre Matteo Ricci; e l’evangelizzazione in quel nobile Paese ha avuto nei secoli una notevole irradiazione, nel numero delle sue diocesi, nello zelo e nella fedeltà dei suoi Vescovi, del clero, dei missionari e dei fedeli. Nel ricordo di un così ricco patrimonio di fede e di tradizione, che ha lealmente contribuito al benessere e alla pace della Nazione, ho desiderato manifestare la mia presenza e la mia speranza ai cattolici cinesi, sia in Patria che sparsi nel mondo: con la lettera per il Capodanno, col saluto all’Angelus del 24 gennaio nella stessa circostanza, e, soprattutto, con la santa Messa celebrata in san Pietro per la Chiesa in Cina, il 21 marzo scorso.

I VESCOVI

6. La Lumen Gentium ha poi sottolineato, nel capitolo III, l’essenziale ruolo dei Vescovi nel mistero della Chiesa. Essi, “per divina istituzione, sono succeduti al posto degli Apostoli, quali pastori della Chiesa, e . . . chi li ascolta, ascolta Cristo, chi li disprezza, disprezza Cristo e Colui che ha mandato Cristo (cf. Lc 10, 16). Nella persona quindi dei Vescovi, assistiti dai sacerdoti, è presente in mezzo ai credenti il Signore Gesù Cristo, Pontefice Sommo” (Lumen Gentium, 20 s).

Ritengo mio compito precipuo, com’è stato affidato da Gesù stesso all’apostolo Pietro, quello di “confermare” i miei fratelli Vescovi (cf. Lc 22, 32), di riflettere con loro sulla grave responsabilità che incombe di essere testimoni di Cristo “usque ad ultimum terrae” (At 1, 8). I momenti più alti del mio ministero sono quelli passati insieme con i confratelli nell’Episcopato dei vari Continenti.

Con la piena ripresa delle mie attività, dai primi di ottobre dello scorso anno, ho avuto la gioia di ricevere gli Episcopati, in visita “ad limina”, di ben ventidue Paesi. La venuta a Roma dei Vescovi per la visita “ad limina apostolorum” è, direi, una vera e propria esperienza comunitaria di vita tra il successore di Pietro e i successori degli Apostoli: incontri personali, udienza collettiva al termine, concelebrazione allo stesso altare, agape fraterna alla stessa mensa. Sono incontri tonificanti, di vera “Koinonia” nel gaudio dello Spirito.

Particolare rilievo acquistano ovviamente gli incontri con gli Episcopati delle varie Nazioni, da me visitate; segno visibile di quel fraterno “collegialis affectus” (Lumen Gentium, 23), che deve caratterizzare le relazioni del Papa e dei Vescovi all’interno del Collegio episcopale, come ne ha tracciato le linee il Concilio.

SACERDOTI E SEMINARISTI

7. Lo stesso capitolo III della Lumen Gentium si conclude con una densa sintesi del ministero sacerdotale, visto in tutta la sua complessità e ricchezza. Se i Vescovi sono i primi responsabili della cura pastorale nelle loro diocesi, essi non potrebbero adempiere il loro grave compito senza l’opera dei sacerdoti.

La mia predilezione va, in modo specialissimo, a tutti i sacerdoti del mondo!

Ho inviato a tutti i sacerdoti della Chiesa, in occasione dello scorso Giovedì Santo, la preghiera che mi è sgorgata dal cuore come riflessione corroborante sul sacerdozio, che ci configura a Cristo nello Spirito Santo, e ho voluto che anche quest’anno quel “giorno natale del nostro sacerdozio” fosse da me vissuto in “particolare comunione spirituale” con tutti i presbiteri, per condividere con essi la preghiera, le ansie pastorali, le speranze, per incoraggiare il loro servizio generoso e fedele, per ringraziarli a nome di tutta la Chiesa. E anche in tutti i miei viaggi pastorali, ho voluto riservare un particolare incontro con i sacerdoti.

In questa continuità prendono posto anche le mie sollecitudini per i seminaristi, i sacerdoti di domani, speranza della Chiesa, la cui crescita lenta ma progressiva è di buon auspicio per l’avvenire.

IL LAICATO

8. La costituzione dogmatica conciliare della Chiesa pone in luce l’opera dei laici, cioè di “tutti i fedeli, ad esclusione dei membri dell’Ordine sacro e dello stato religioso . . ., che, in quanto incorporati a Cristo col battesimo e costituiti Popolo di Dio e, nella loro misura, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano” (Lumen Gentium, 31).

Il mio pontificato, come quello dei miei predecessori, mira essenzialmente a far sì che i laici prendano sempre maggior coscienza di questa loro dignità e responsabilità, e della piena fiducia che a loro accorda la Chiesa, chiamandoli ad assumere il posto che loro spetta. Tale unico scopo hanno: la catechesi delle Udienze del mercoledì, di quei grandi incontri del Papa col Laicato di ogni provenienza. Gli appuntamenti domenicali per l’Angelus. Le visite alle parrocchie romane, ove mi è dato di intrecciare fecondi colloqui con tutte le componenti della vita parrocchiale, portati al coronamento supremo con la celebrazione dell’Eucaristia. Le Udienze alle varie espressioni della vita laicale nel mondo. Il recente incontro di Ginevra con i membri delle Organizzazioni Internazionali Cattoliche, impegnati in un serio lavoro di capillare diffusione dell’insegnamento della Chiesa a contatto con organismi qualificati in tutto l’umano agire. Così anche i miei viaggi sono essenzialmente uno scambio di amore e di fede con tutti i rappresentanti del Laicato, di questo vero, grande, insostituibile tessuto connettivo della santa Chiesa.

La famiglia e il lavoro sono al primo posto nei problemi del laicato, ma di tali questioni ho già trattato con voi a Natale. Basti qui ricordare, per il primo punto, il Pontificio Consiglio per la Famiglia che, da oltre un anno, ha iniziato il suo lavoro: molti sono i compiti affidati al nuovo Organismo, e molte le esigenze e le aspettative che la Chiesa ripone su di esso, e che io faccio mie augurando un pieno ritmo di attività. Così ricordo con soddisfazione l’occasione che mi è stata data di sottolineare l’impegno della Chiesa per la salvaguardia dei valori del matrimonio, nell’annuale Udienza al Tribunale della Sacra Romana Rota (28.1), come pure di ribadire la missione evangelizzatrice della famiglia con i dirigenti delle Pontificie Opere Missionarie (7.5). Quanto al lavoro, come sapete, a partire dal maggio dello scorso anno, tutto si è svolto come per un continuo approfondimento del tema del lavoro nel novantesimo anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII: e ripenso alla visita agli stabilimenti di Solvay di Rosignano presso Livorno e, soprattutto, a quella recentissima a Ginevra per la 68° sessione della Conferenza Internazionale del Lavoro, nella prestigiosa sede del “Bureau International du Travail” davanti ai rappresentanti di tutto il mondo, e gli incontri là avuti con i Delegati dei lavoratori e dei datori di lavoro.

Non vorrei dimenticare quella particolare porzione del laicato che sento tanto vicina, e alla quale va tutto il mio affetto, che so ben ricambiato: i giovani. Quanta gioia, ricevuta e donata! Quanta serietà di promesse e di impegni! Ricordo gli incontri stupendi, avvenuti durante i miei viaggi, con tutta quella gioventù che li ha scanditi con la propria partecipazione raccolta ed esultante. Come non rievocare i giovani nigeriani di Onitsha, gli italiani di Bologna a piazza Maggiore, e di altre città, quelli portoghesi di Lisbona, quelli scozzesi di Edimburgo a Murrayfield, quelli del Galles di Cardiff al Ninian Park? Ancora a Edimburgo vi è stato l’incontro col mondo della scuola scozzese. Né posso dimenticare la risposta, sempre generosa, che mi viene da parte dei giovani universitari, come dei loro docenti, in indimenticabili occasioni come la Messa in preparazione della Pasqua, nella Basilica Vaticana, il Congresso internazionale “Univ ‘82”, promosso dall’Istituto per la Cooperazione universitaria, l’incontro del pomeriggio del giorno di Pasqua con oltre 5000 universitari; e mi piace anche rammentare che l’annuale Udienza al clero romano per l’inizio della Quaresima è stata dedicata quest’anno ai problemi della pastorale universitaria. Né dimentico i periodici incontri con gruppi di giovani sportivi di varia specializzazione.

Nei giovani, che fanno ressa attorno a me, vedo l’alba della società del terzo millennio, che essi formeranno con la loro preparazione pensosa e lieta; e indico ai responsabili delle Chiese locali, Vescovi e sacerdoti, che la priorità delle loro cure pastorali deve andare proprio alla gioventù, che sarà il supporto della Chiesa e della società del Duemila.

Porzione privilegiata del Popolo di Dio sono gli ammalati e le persone anziane, che invito costantemente a dare il loro contributo di solitudine e di sofferenza per “completare nella carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo Corpo che è la Chiesa” (cf. Col 1, 24): a ogni mia Cappella solenne, a ogni Udienza, a ogni mio viaggio non manca mai la presenza dei carissimi infermi.

LA CULTURA

9. Un accenno a parte meritano i rapporti col mondo della cultura, la cui sollecitudine è per me assillo costante e punto di riferimento obbligato per il mio servizio pontificale. A suo tempo, in quel grande “Forum” internazionale della cultura che è l’UNESCO, avevo indicato le linee maestre su cui si muove la Chiesa nei confronti degli uomini della scienza, dell’arte, della cultura, ai quali è affidata la promozione del patrimonio specifico della civiltà di ogni popolo.

La Pontificia Accademia delle Scienze ha continuato la sua ardua e benemerita opera di studio e di approfondimento di problemi altamente specializzati: e ricordo l’Udienza dello scorso ottobre agli Accademici riuniti a Roma per lo studio sulla cosmologia e la fisica fondamentale. Così ho tracciato i rapporti che intercorrono tra fede e cultura nell’Udienza del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale. Cito ancora le visite al Pontificio Ateneo Antoniano e all’Istituto di Patrologia “Augustinianum”; le Udienze a particolari Convegni di Studiosi; gli incontri con i Docenti Universitari dell’Emilia e della Romagna al Convento di san Domenico a Bologna (e la successiva sosta all’Archiginnasio di quella città), con l’Università Cattolica di Lisbona, con i Docenti universitari e gli uomini di cultura di Coimbra, e quello, per me tanto significativo, con gli studiosi del Centro Europeo per la Ricerca Nucleare (CERN), nella recente visita a Ginevra.

Queste sollecitudini per il dialogo con le culture del nostro tempo, “campo vitale nel quale è in gioco il destino del mondo in questo scorcio del secolo XX”, hanno trovato espressione ufficiale, per un’opera approfondita ed organica, nella recente istituzione del Pontificio Consiglio per la Cultura, a cui ho affidato specifici compiti per condurre avanti questo fondamentale rapporto Chiesa-cultura. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione pastorale Gaudium et Spes (cf. Gaudium et Spes, 53-62), ne aveva data la consegna, e posto i fondamenti. Ora si tratta di impegnarsi davvero nell’incontro delle culture, che, come ancora ho scritto nella Lettera costitutiva del Consiglio, “è oggi un terreno di dialogo privilegiato tra uomini impegnati nella ricerca di un nuovo umanesimo per il nostro tempo”. La Chiesa non vuole tralasciare alcuna occasione per dare “un impulso comune all’incontro, continuamente rinnovato, del messaggio salvifico del Vangelo con la pluralità delle culture, nella diversità dei popoli, ai quali deve portare i suoi frutti di grazia (cf. Ivi.). Che il Signore assecondi questi nuovi compiti che si aprono all’azione della Sede apostolica!

LA PACE

10. I viaggi compiuti in Gran Bretagna e in Argentina mi obbligano a toccare, sia pur brevemente, il tema della pace, anche se esso rientra piuttosto nell’azione “ad extra” della Chiesa. Ma quei due viaggi, compiuti a brevissima distanza per la nota situazione, sono stati vorrei dire “atipici”, cioè con un carattere pastorale diverso da quello di tutti gli altri, perché compiuti in condizioni che, in generale, avrebbero sconsigliato la visita di un Papa in due Paesi in stato di ostilità. Ma questi “rischi” rientrano ormai nell’ottica dell’universale azione pastorale del Papa di oggi. Non potevo lasciare soli i due popoli, e dovevo del resto richiamare davanti all’opinione pubblica di tutti i Paesi del mondo che - come ho detto ai Vescovi argentini - “l’universalità, dimensione essenziale del Popolo di Dio, non si oppone al patriottismo né entra in conflitto con esso. Al contrario lo integra, rafforzando in esso i valori che possiede; soprattutto l’amore alla propria Patria, portato se è necessario fino al sacrificio; ma allo stesso tempo aprendo il patriottismo di ciascuno al patriottismo degli altri, affinché siano intercomunicanti e si arricchiscano” (Giovanni Paolo II, Allocutio ad Episcopos argentinos habita, 6; die 12 iun. 1982: vide supra, p. 2209).

La pace costituisce una piattaforma comune per l’azione del Cristianesimo nel mondo; così è in America Latina, così è nel Medio Oriente, ove la pace, tanto compromessa ma tanto necessaria, ha un carattere religioso, una dimensione spirituale. Affermo qui pubblicamente che sarei disposto a recarmi senza indugio anche nella martoriata terra del Libano, se ciò fosse possibile, per la causa della pace, mantenendo una linea di preghiera e di supplica per l’auspicata soluzione dei problemi che travagliano quelle regioni. E qualsiasi altra iniziativa sarebbe da me accolta e intrapresa per aiutare quei popoli, come mi ingiunge il mio ministero di Padre e Pastore.

Infatti, la giusta pace, secondo il motto che ho dato per la Giornata Mondiale di quest’anno, è un dono di Dio affidato agli uomini; dono fragile, ma possibile; dono precario, ma prezioso. E io non tralascerò occasione per proclamarlo e difenderlo.

In questa luce trovano spiegazione i numerosi appelli, che ho lanciato per la ricordata situazione nell’Atlantico Australe e quella nel Medio Oriente, come, anteriormente, per il Salvador e il Guatemala; la Messa in san Pietro del 1° gennaio, e quella “pro pace et iustitia servanda” dello scorso maggio; le celebrazioni eucaristiche a Coventry e al Santuario mariano di Luján; l’incontro con i giovani di Azione Cattolica Italiana sul tema della pace.

Salga il grido dai nostri cuori: “Dona nobis pacem”! E tutti lavoriamo instancabilmente per meritarci questo dono!

VOCAZIONE ALLA SANTITÀ

11. L’universale vocazione alla santità nella Chiesa è stato il luminoso appello del Vaticano II, illustrato nel capitolo V della Lumen Gentium. La Chiesa è fondamentalmente chiamata alla santità. E compito di questa Sede Apostolica è quello di favorire con ogni mezzo il cammino ascensionale del Popolo di Dio, i cui membri, “di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità: da questa perfezione è promosso, anche nella società terrena, un tenore di vita più umano” (Lumen Gentium, 40). Le conseguenze di questa azione sono dunque benefiche anche sul piano sociale della convivenza e della tranquillità nell’ordine.

Tutta l’azione di questa Santa Sede per la vita “ad intra” della Chiesa, ha come scopo, come ho detto all’inizio, di promuovere la santità: dalla vita eucaristica e sacramentale, alla presa di coscienza delle responsabilità inerenti a tutto il Popolo di Dio, Vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli, all’impegno evangelizzatore a tutti i livelli.

Perciò, carissimi fratelli e sorelle, nel coadiuvarmi a portare avanti quest’opera, le cui linee ho finora tracciato, voi contribuite alla santificazione della Chiesa, all’elevazione della vita sociale, alla “consecratio mundi”. Grazie, vi dico, per questo insostituibile apporto, arricchito dalla carica interiore di fedeltà e di generosità, che ciascuno e ciascuna di voi porta nel quotidiano servizio della Santa Sede. È una collaborazione, la cui ricchezza è nota soltanto a Dio, il quale non lascerà senza ricompensa!

La vocazione alla santità, e l’impegno per conseguirla, che spetta a tutto il Popolo di Dio, diventa al tempo stesso un segno della “indole escatologica della Chiesa peregrinante” e della “sua unione con la Chiesa celeste”, qual è stata delineata nel capitolo VII della costituzione dogmatica Lumen Gentium: “Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura” (Eb 13, 14).

Anelli luminosi di questa stretta unione tra la vocazione alla santità della Chiesa e il suo sbocco nella gloria escatologica sono le figure di uomini e di donne, che hanno praticato eroicamente il duplice precetto dell’amore a Dio e ai fratelli, e che pertanto sono proclamati Beati e Santi con atti solennissimi del Supremo Magistero alla venerazione di tutti i fedeli.

RELIGIOSI E RELIGIOSE

12. Opportunamente il Concilio, dopo l’appello alla santità, ha parlato dei religiosi (cf. Lumen Gentium, VI), illustrando la professione dei consigli evangelici nella Chiesa e la natura, importanza, grandezza della consacrazione religiosa. Voglio pertanto, anche di qui, ricordare specificamente il posto che hanno nel mio cuore i religiosi, le religiose, i membri degli Istituti Secolari, sebbene siano compresi in molti degli argomenti finora trattati.

Essi infatti fanno parte del Popolo di Dio, sono inseriti a fondo nell’economia sacramentale della Chiesa, perché la vita religiosa è l’epifania visibile della consequenzialità portata fino all’estremo della grazia comunicata da Dio agli uomini, specie col Battesimo e con l’Eucaristia; essi sono la spina dorsale dell’azione missionaria; sono presenti nel mondo dell’apostolato e della cultura; sono il segno della sequela perfetta di Cristo e la presenza del “già” escatologico nel “non ancora” della Chiesa pellegrinante quaggiù; infine, per limitarmi alle Beatificazioni e Canonizzazioni accennate, non sono tutti membri di Istituti religiosi coloro a cui ho decretato finora gli onori degli Altari?

Esprimo perciò la mia grande riconoscenza, che ho già avuto l’occasione di esternare in varie occasioni durante l’anno: con l’Udienza concessa alla Plenaria della Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari, nello scorso novembre, e quelle ai Superiori e Superiore degli Istituti del Terz’Ordine Regolare di san Francesco, ai Provinciali della Compagnia di Gesù, ai Figli della Carità Canossiani; con le visite alla Comunità di Don Guanella e ai Padri Agostiniani, oltre alle altre Famiglie religiose già via via citate; e soprattutto con gli incontri durante tutti i miei viaggi apostolici, fra i quali mi è rimasto particolarmente impresso, e per il luogo e per la ricorrenza centenaria, l’incontro con i Francescani nel Convento di sant’Antonio, a Lisbona.

A tutti i religiosi e le religiose ricordo l’impegno solenne di santità, che hanno preso davanti alla Chiesa. Che esso sia sempre vivo! Che sia sempre autentico! Che sia sempre riconoscibile! E, col Concilio, li incoraggio a porre ogni cura “affinché per loro mezzo la Chiesa abbia ogni giorno meglio da presentare Cristo ai fedeli e agli infedeli”; e a tenere presenti i fratelli “nella tenerezza di Cristo . . . affinché l’edificazione della città terrena sia sempre fondata nel Signore e a lui diretta” (Lumen Gentium, 46).

MARIA

13. La grande costituzione dogmatica sulla Chiesa termina col fondamentale capitolo VIII, che illustra il ruolo unico di Maria nella Chiesa come “membro sovreminente e del tutto singolare della Chiesa stessa, e sua figura ed eccellentissimo modello nella fede e nella carità” (Ivi. 53). A quella dottrina, solida e profonda, tutto deve il rifiorimento della pietà mariana nel periodo post-conciliare, grazie anche all’insegnamento di Paolo VI (cf. Paolo VI Marialis Cultus). A quella dottrina io mi sento strettamente legato nella prosecuzione del mio ministero, che ho posto fin dall’inizio nelle mani di Maria.

Quest’anno, in modo particolare, dopo l’attentato avvenuto per misteriosa coincidenza nel giorno anniversario dell’apparizione della Vergine a Fatima, il colloquio con Maria è stato, vorrei dire, ininterrotto. A lei ho affidato ripetutamente la sorte di tutti i popoli: a cominciare dall’atto di affidamento dell’8 dicembre, solennità dell’Immacolata Concezione, alla consacrazione alla Vergine dei Paesi visitati: della Nigeria a Kaduna, della Guinea Equatoriale a Bata, del Gabon a Libreville, dell’Argentina al Santuario di Luián; ricordo le visite ai Santuari italiani della Madonna di Montenero, a Livorno, e della Madonna di san Luca, a Bologna; fino al culmine del pellegrinaggio a Fatima nel Portogallo, “Terra di santa Maria”, che è stato un atto personale di riconoscenza al Signore, quasi a scioglimento di un tacito voto, per la protezione accordatami per mezzo della Vergine, e un solenne atto di affidamento e di consacrazione di tutto il genere umano alla Madre di Dio, in unione con la Chiesa mediante il mio umile servizio, nel quale atto ho voluto “racchiudere, ancora una volta, le speranze e le angosce della Chiesa nel mondo contemporaneo” (Giovanni Paolo II, Actus consecrationis Virgini totius humani generis in urbe Fatima, 1, die 13 maii 1982: vide supra, p. 1586).

E mi è anche caro ricordare come, da quest’anno, una dolce immagine mariana vegli dall’alto del Palazzo Apostolico sulle folle che convergono a questo centro della Cristianità per pregare e per “videre Petrum”.

Vi chiedo di essere uniti a me, all’unisono, in questa consacrazione alla Vergine, che deve animare e santificare anche la nostra quotidiana fatica. Insieme collaboriamo umilmente a questa grande intenzione, che ho espresso nella mia preghiera alla Madonna: “Si riveli, ancora una volta, nella storia del mondo l’infinita potenza dell’Amore misericordioso! Che esso fermi il male! Trasformi le coscienze! Nel tuo Cuore Immacolato si sveli per tutti la luce della speranza!” (Ivi. 3: vide supra, p. 1589). La Curia Romana sia la prima anche nel farsi docile strumento di questo piano di amore e di riconciliazione, mediante il quale la Vergine vuole condurre tutti gli uomini a Cristo!

CONCLUSIONE

14. Venerati Cardinali, carissimi fratelli e sorelle!

Voi vedete a quale opera siete chiamati da Dio. Nel tracciare l’azione da me svolta per la vita della Chiesa “ad intra”, sono stati esplicati in modo evidente la funzione e i compiti che voi avete, a pieno merito, in essa. Se forse ho potuto darvi l’impressione di parlarvi principalmente degli “Acta Papae”, in realtà la mia esposizione metteva in luce anche quelli che sono i vostri atti, gli “Acta Apostolicae Sedis”! Ciascuno di voi deve vedere la propria parte nel servizio che svolge il Papa; ciascuno deve essere convinto di essere, a titolo diversificato ma non meno reale, collaboratore del Papa.

Il lavoro della Curia Romana è da me seguito molto da vicino. La mia presenza alle periodiche riunioni dei Cardinali Capi Dicastero è un impegno costante; gli incontri con i responsabili dei vari Organismi curiali avvengono regolarmente, sia nelle Udienze che in incontri familiari e fecondi per il lavoro che mi attendo dai singoli Dicasteri. E se non ho potuto citarli qui tutti, devo dire che, nei punti toccati, il richiamo all’opera e alla cooperazione, da essi offerta, è stato evidente. Ciascuno ha potuto riconoscersi in quest’opera immane che la Santa Sede svolge per la vita della Chiesa, per la edificazione del mondo!

Per tale opera ancora vi ringrazio! È un’opera che tutti insieme prestate non solo a me, ma, in me e con me, a quel “beato Pietro, che vive e governa in questa sua sede, per garantire la verità della fede a quanti la cercano” (S. Pietro Crisologo, Ad Eut., inter Ep. S. Leonis Magni XXV, 2: PL 54, 743 s).

Sia egli, nella sua Solennità che particolarmente sentiamo nostra in questo centro non lontano dal luogo della sua testimonianza suprema e della sua tomba, a infonderci la fermezza dei propositi, la fedeltà nel servizio, e soprattutto la gioia, grande e verace, di essere parte viva di questa Sede Apostolica, il cui unico anelito è quello di promuovere, insieme con tutta la Chiesa, l’edificazione degli uomini fratelli nella verità e nella pace.

A tutti, cordialissima, la mia benedizione apostolica. 

                                          

top