The Holy See
back up
Search
riga

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO DI LAVORO
SUL TEMA DELLA PASTORALE UNIVERSITARIA

Lunedì, 8 marzo 1982

 

Carissimi!

1. Come per il passato, anche questo inizio di Quaresima mi ripropone la gradita opportunità di uno speciale incontro con voi, venerati fratelli nel sacerdozio, in ottemperanza ad una amabile tradizione, a cui attribuisco un’importanza del tutto particolare. Mi è dato, infatti, di vivere, in questa circostanza, una significativa esperienza di comunione con coloro che, più da vicino cooperano con me nell’adempimento dei compiti pastorali, inerenti al mio ministero di Vescovo di questa amata Chiesa di Roma.

Saluto, pertanto, con vivo affetto il Cardinale Vicario, Monsignore Vicegerente e i Vescovi ausiliari, preposti ai diversi settori pastorali della diocesi. Saluto i parroci, che hanno la responsabilità delle singole comunità, in cui si articola la popolazione diocesana e, con essi, i sacerdoti, che prestano la loro opera entro le strutture della parrocchia, cellula fondamentale della vita cristiana anche nel contesto dell’odierna struttura sociale. E saluto, infine, i religiosi delle diverse Famiglie, ai quali la diocesi è grandemente debitrice, non solo per il lavoro che svolgono in campi specifici come quello della scuola, dell’assistenza ai poveri, della cura degli infermi, ecc., ma anche per lo stimolo che al comune impegno di coerenza cristiana essi arrecano, mediante la generosa testimonianza di preghiera, di austerità, di distacco, a cui li vincola la professione dei consigli evangelici.

Nel ringraziare il Signore per la gioia della vostra presenza, venerati fratelli, desidero esprimere a tutti la mia riconoscenza per la generosità con cui attendete ai vostri rispettivi compiti, “servendo il Signore con tutta umiltà” (At 20, 19), a volte forse, come l’apostolo Paolo, anche voi “tra le lacrime e tra le prove” (At 20, 19). Iddio onnipotente ricompensi la vostra dedizione ed assicuri frutti copiosi alle vostre fatiche apostoliche.

2. Abbiamo ascoltato insieme le interessanti relazioni, con le quali è stato presentato il problema pastorale, che sollecita quest’anno la nostra attenzione: è il problema della pastorale per il mondo universitario. Problema importante ed urgente, sia per la vastità dell’area umana che tale mondo abbraccia (Roma conta oltre 148.000 iscritti alle varie Facoltà dei diversi Centri universitari), sia per le specifiche esigenze, che caratterizzano le persone ad essa appartenenti. Si tratta di una sorta di “città nella città”, delimitata in qualche modo da confini obiettivi di interessi, di attività, di cultura, di vita.

I relatori hanno cercato opportunamente di mettere a fuoco le grandi linee secondo le quali dovrebbe orientarsi l’impegno pastorale della diocesi, allo scopo di offrire una risposta adeguata alle attese del mondo universitario. Sono suggerimenti meritevoli di attenta considerazione e su di essi intendo ritornare nella seconda parte del mio intervento.

Vorrei dapprima soffermarmi a sottolineare le ragioni di fondo, che giustificano un impegno pastorale specificamente rivolto al mondo universitario, considerato soprattutto nella sua parte numericamente preponderante, che è costituita dagli studenti. Ma con questo non voglio dimenticare l’esistenza, le esigenze ed i problemi del “corpo insegnante”, a cui vanno certamente le comuni sollecitudine, rivolte al mondo universitario, anche quando esse possono riguardare in primo luogo i giovani.

E intanto, mi è caro rilevare il profondo legame che sussiste tra la Chiesa e l’Università. È noto a tutti che la Chiesa può, a buon diritto, dire di essere colei che, in un certo senso, ha dato origine a questa Istituzione: i nomi di Bologna, Padova, Praga, Cracovia e Parigi lo dimostrano. Tale origine ecclesiale dell’Università non può essere stata fortuita. Essa sembra anzi esprimere qualcosa di molto profondo. Ma perché la Chiesa ha bisogno dell’Università? e, a sua volta, perché l’Università ha bisogno della Chiesa? Sono domande che si affacciano subito al nostro spirito.

Perché la Chiesa ha bisogno dell’Università? La ragione di tale bisogno pare doversi ricercare nella missione stessa della Chiesa. La fede, infatti, che la Chiesa annuncia, è una “fides quaerens intellectum”: una fede che esige di penetrare nella intelligenza dell’uomo, di essere pensata dall’intelligenza dell’uomo. Non giustapponendosi a quanto l’intelligenza può conoscere con la sua luce naturale, ma permeando dal di dentro questa stessa conoscenza. Perciò, come il mio predecessore Paolo VI - soprattutto nell’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi - così anch’io in varie occasioni ho richiamato questa esigenza che ha la fede di divenire cultura.

Ora, uno dei luoghi privilegiati nei quali questo incontro deve compiersi è l’Università. L’Università, infatti, fin dalle sue origini ed istituzionalmente, è preposta al conseguimento di una conoscenza scientifica della verità, di tutta la verità. Essa costituisce uno degli strumenti fondamentali, che l’uomo ha voluto, per rispondere al suo bisogno essenziale di conoscenza. L’uomo è creato per questo. Lo ha sottolineato bene Dante nella Divina Commedia. “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza” (Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, XXVI).

Da ciò deriva che l’assenza della Chiesa dal mondo dell’Università costituisce un gravissimo danno per le sorti della religione nel mondo contemporaneo. Questa assenza causa una estraneità perniciosa tra fede e cultura. A tale pericolo si è cercato di ovviare con le Università cattoliche, la cui finalità specifica è appunto di “effettuare una presenza, per così dire, pubblica, costante ed universale del pensiero cristiano in tutto lo sforzo dedicato a promuovere la cultura superiore” (Gravissimus Educationis, 10).

Ma a parte il fatto che, per varie ragioni, queste necessarie e benemerite istituzioni non possono raggiungere tutto l’ambito universitario, resta pur sempre vero che ovunque si elabori una conoscenza scientifica della verità, la Chiesa deve avvertire l’esigenza di esservi presente, perché la sua evangelizzazione non resti estranea a nessuna elaborazione culturale.

Non si tratta, come qualcuno potrebbe equivocamente interpretare, di una volontà di dominio. Si tratta, al contrario, della volontà della Chiesa di essere fedele alla sua missione, che è di servire l’uomo. Ciò che la Chiesa domanda è di poter aiutare l’Università a raggiungere interamente la sua propria finalità: lo sviluppo cioè di una cultura, mediante la quale l’uomo acceda sempre più profondamente all’intera misura della sua umanità.

3. Perché, inoltre, anche l’Università ha bisogno della Chiesa? Come ho già detto, lo scopo primario dell’istituzione universitaria è la ricerca, appassionata e disinteressata, della verità. È questa, infatti, che facendo libera la persona, la rende “umana” nell’unico modo adeguato alla sua dignità, alla sua preziosità. Come, allora, non attirare l’attenzione soprattutto sulla ricerca della verità sull’uomo, che è al centro del travaglio universitario?

Ma, come giustamente osserva il Concilio Vaticano II, la situazione in cui versa oggi la ricerca scientifica è tale che “mentre . . . aumentano il volume e le diversità degli elementi che costituiscono la cultura, diminuisce nello stesso tempo la capacità per i singoli uomini di percepirli ed armonizzarli organicamente, cosicché l’immagine dell’uomo universale diventa sempre più evanescente” (Gaudium et Spes, 61). Anzi - è ancora una constatazione del Concilio - “l’odierno progresso delle scienze e della tecnica, che in forza del loro metodo non possono penetrare nelle intime ragioni delle cose, può favorire un certo fenomenismo e agnosticismo, quando il metodo di investigazione di cui fanno uso queste scienze, viene a torto innalzato a norma suprema di ricerca della verità totale” (Ivi, 57). Il rischio è, pertanto, quello di un oscuramento della conoscenza sull’uomo, anzi perfino di errori, dal momento che è chiaro come la verità sull’uomo trascenda qualsiasi tentativo di ridurre la medesima a qualche aspetto particolare. Oppure vi è il rischio che la persona umana non sia più in grado di accedere ad una vita sapienziale, che è il vero ed ultimo obiettivo della ricerca della verità propria dell’istituzione universitaria. Un ricercatore veramente completo non può prescindere, né nelle sue ricerche né nelle applicazioni pratiche delle ricerche, dalla dimensione spirituale e morale dell’uomo e dai valori che ne derivano. La persona umana ha in se stessa un significato ultimo, da cui dipende sia il valore dell’esistenza personale che della vita in società.

Non scaturisce proprio da queste considerazioni la ragione profonda per cui può dirsi che l’Università ha bisogno della Chiesa? La Chiesa è infatti la testimone di questa verità, di questo significato ultimo dell’uomo, perché è colei che deve annunciare Cristo, nel cui Mistero si svela completamente il mistero di ogni persona umana e di ogni realtà. L’assenza della Chiesa dall’Università può impedire che questa raggiunga il suo fine fondamentale: la conoscenza della verità nella sua intera misura.

Se, dunque, non si stabilisce sempre più profondamente un legame fra la Chiesa e l’Università, è la persona umana stessa a subirne danno: né la fede genererà una cultura, né la cultura sarà pienamente umanizzante. All’interno della civiltà non si ricostruirà quell’alleanza con la Sapienza creatrice e redentrice, di cui oggi tutti avvertono - consapevolmente o inconsapevolmente - un urgente bisogno. Non si camminerà verso una civiltà della Sapienza e dell’amore.

4. C’è anche una seconda ragione, non meno importante, perché ci si impegni nella ricostituzione di un rapporto profondo fra Chiesa e Università.

L’Università ha una finalità educativa; solitamente, anzi è nell’Università che il giovane vive il momento educativo culminante, non solo cronologicamente, ma anche per importanza. Certamente l’Università svolge il suo ruolo pedagogico guidando lo studente all’acquisizione di un sapere rigoroso che gli consenta, più tardi, di esercitare adeguatamente la sua professione nella società. Ogni studente ha diritto di chiedere all’Università questa rigorosa e completa formazione scientifica: ogni forma di lassismo al riguardo, non solo danneggia il giovane, ma anche e assai gravemente la società.

L’impegno educativo dell’Istituzione universitaria non può, tuttavia, limitarsi a questo aspetto, per così dire, “intellettualistico” della formazione; esso deve estendersi anche ai gravi problemi posti dalla sfera etica del giovane, che sta camminando verso la sua piena maturità umana. Tale maturità suppone l’armoniosa integrazione delle varie energie interiori, di cui è ricca la natura umana (volontà, affettività, istinti, ecc.), in un superiore equilibrio, facente capo all’io personale. L’impresa non è facile, perché “è proprio all’interno dell’uomo che molti elementi si contrastano a vicenda... Sollecitato da molte attrattive, (egli) è costretto sempre a sceglierne qualcuna e a rinunziare alle altre. Inoltre, debole e peccatore, non di rado fa quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe (cf. Rm 7, 14ss). Per cui soffre in se stesso una divisione, dalla quale provengono anche tante e così gravi discordie nella società” (Gaudium et Spes, 10).

Ora, è proprio nel contesto di questo impegno per una educazione unitaria ed integrale della persona che la Chiesa può dire una sua parola specifica ed offrire un contributo non surrogabile. In essa, infatti, è presente Cristo, per tutti morto e risorto, il quale “dà sempre all’uomo, mediate il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua vocazione” (Ivi, 10).

In particolare, l’azione della Chiesa, suscitando nel giovane la necessaria ed adeguata capacità di discernimento, lo stimola a guardarsi dal rischio che v’è nell’affidarsi passivamente alle “ricette pronte”, fornite dalle ideologie che lo attraggono, e lo induce ad impegnarsi, invece, nella riflessione personale sui problemi fondamentali, per poter in tal modo maturare scelte responsabili e costruttive.

È questa, oggi, l’imprescindibile esigenza di una presenza educativa della Chiesa nel mondo universitario; portare l’intelligenza al vero, perché non soccomba alla malattia mortale del relativismo; portare la volontà al bene, sottraendola alle suggestioni di un libertarismo vuoto e inconcludente; convertire l’uomo intero all’oggettività dei valori, contro ogni forma di soggettivismo che, nonostante le apparenze, è tutt’altro che affermazione della dignità dell’uomo: “non pertinet ad perfectionem intellectus mei quid tu velis vel quid tu intelligas cognoscere, sed solum quid rei veritas habeat” scriveva san Tommaso, sommo maestro di Università (S. Tommaso, De Coelo, I, 107, 2).

5. Benché l’Università sia per definizione universale, ciò non esclude, tuttavia, che essa sia profondamente inserita nella Nazione, nella città in cui si trova. Tutta la riflessione precedente deve servire di fondamento per l’azione volta a ristabilire un rapporto più profondo fra l’Università di questa città e la Chiesa di Roma.

Sono consapevole delle difficoltà, che la pastorale universitaria incontra in una Città come la nostra: il grande numero degli studenti, il pendolarismo, l’insufficienza delle strutture di accoglienza, il disorientamento degli studenti all’interno della megalopoli, l’indifferenza religiosa dell’ambiente, l’emergere di una cultura laicista, ecco alcune delle “voci” in base alle quali ci si può fare una idea della complessità del problema.

Ma è proprio dalla considerazione di tali “voci” che deve anche scaturire una più viva consapevolezza dell’urgenza con cui è necessario affrontare questo aspetto della pastorale. So che numerose sono già ora le persone ecclesiastiche e laiche, le quali con generoso impegno si dedicano a questo settore della vita ecclesiale. Nell’esprimere ad esse il mio apprezzamento sincero, desidero rivolgere un caldo invito anche agli altri membri della comunità diocesana ed in particolare al clero, perché, grazie all’apporto di tutti, sia fatto uno sforzo più deciso in questa direzione.

6. All’impegno pastorale concreto si riferiscono le proposte che sono state presentate nella prima fase di questo incontro. Lasciando ai competenti uffici del Vicariato il compito di valutarne i singoli aspetti, al fine di elaborare un piano organico di azione, vorrei qui esporre alcuni criteri orientativi e pratici, a cui sembra doveroso ispirarsi nella previsione delle scelte operative in questa materia.

Noto anzitutto che la pastorale universitaria come tale oltrepassa l’ambito dell’ordinaria pastorale parrocchiale, anche se con essa già si incontra in alcuni punti e in altri potrebbe forse meglio incontrarsi in futuro. Tale migliore incontro sarà favorito, ovviamente, sia mediante opportune iniziative volte ad informare i Pastori circa i problemi specifici degli universitari, sia mediante la ricerca e lo sviluppo di vie nuove che già si stanno delineando qua e là (formazione di gruppi universitari nelle parrocchie, catechesi affidata agli universitari, animazione culturale da essi svolta, ecc.).

Inoltre è da rilevare che la vita cattolica, pur nella sua sostanziale unità, conosce al proprio interno correnti fra loro distinte, che si ricollegano a organizzazioni e movimenti. Importante sarà definire tali movimenti ed assicurarne il genuino orientamento cattolico, che costituisce il necessario presupposto per il riconoscimento del loro diritto di cittadinanza nella Chiesa. L’apostolato e la pastorale universitaria devono essere visti in quest’ottica.

Di conseguenza, considerato che i singoli movimenti sono fino ad un certo punto autonomi (cioè fanno, a loro modo, “chiesa”), è necessario e doveroso cercare vie concrete, che rendano possibile il loro incontro nella Chiesa diocesana. Tale incontro dovrà, tra l’altro, consentire lo scambio delle esperienze e l’assicurazione concordata di specifici compiti apostolici. Come non rilevare, a questo riguardo, nell’ambito stesso della pastorale universitaria già in atto, una certa mancanza di coordinamento, da cui consegue, oltre all’inevitabile dispersione di energie, la possibilità che sia offuscata quella testimonianza di autenticità cristiana, che tanta incidenza ha sull’animo giovanile?

Non si tratta - è bene notarlo espressamente - di voler sostenere una sorta di monopolio pastorale del centro-diocesi. Non è, cioè, che il Vicariato debba, per così dire, “impossessarsi” di ciò che queste organizzazioni o movimenti ritengono come proprio. Ciò che si richiede è che la diocesi, appoggiando la loro attività specifica, si impegni contemporaneamente ad inserirla nella propria coscienza e nella propria vita.

Deve poi essere tenuto presente il fatto evidente che tali movimenti ed organizzazioni sono ben lungi dall’abbracciare la totalità degli studenti. Coloro che vi fanno capo sono di norma una minoranza. Si rende, pertanto, indispensabile prevedere iniziative pastorali, che siano rivolte all’insieme della popolazione universitaria.

L’attuazione di tali iniziative chiamerà in causa innanzitutto gli assistenti spirituali degli universitari, le cui funzioni sarà opportuno definire con tutta la chiarezza possibile, stabilendo altresì in che misura essi devono sentirsi legati alla parrocchia e ad altre strutture pastorali, e in che misura, invece, debbano ritenersi un “gremium” specializzato, avente il proprio centro nella Cappella universitaria.

Anche gli appartenenti ai movimenti menzionati dovranno sentirsi chiamati in causa in prima persona: cioè bisogna andare agli studenti attraverso gli studenti. Tutto questo mentre assicurerà la vivacità del loro dinamismo apostolico, li garantirà al tempo stesso dal rischio di isterilirsi, chiudendosi in se stessi.

La pastorale universitaria dovrà, infine, trovare la comprensione e la collaborazione più o meno diretta di ogni componente della Comunità diocesana, perché solo dal responsabile apporto di tutti potrà derivare quel rinnovamento di incisività apostolica, che da tante parti insistentemente si auspica.

7. Non è il caso che mi dilunghi qui nell’esemplificazione delle possibili scelte concrete. Proposte interessanti al riguardo sono già emerse nella discussione, che dovranno essere vagliate. Al momento mi basta rilevare che tali scelte dovranno articolarsi intorno ai tre compiti fondamentali della Comunità cristiana.

Il compito dell’annuncio, innanzitutto: accanto alle forme ordinarie di catechesi, sarà necessario sviluppare forme più direttamente rispondenti alle esigenze specifiche del mondo studentesco (conferenze, dibattiti, seminari, giornate di studio, incontri di spiritualità, ecc.). È chiaro che qui un ruolo particolare avranno sia i docenti cattolici, sia le varie istituzioni culturali, legate all’Autorità ecclesiastica, come l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sia i sacerdoti che alla competenza uniscono una più profonda conoscenza dell’animo giovanile e della problematica universitaria.

Il compito della Liturgia e della preghiera: la Chiesa si edifica nella celebrazione dei sacramenti e, in particolare, nella celebrazione eucaristica. Pur invitando gli universitari a partecipare attivamente alla Messa della Comunità parrocchiale senza indulgere a intenti “elitari”, sarà tuttavia necessario prevedere per loro specifiche opportunità di riflessione sulla Parola di Dio e celebrazioni particolari nei “momenti forti” dell’Anno liturgico. Ovviamente ciò richiederà, per potersi attuare convenientemente, una programmazione a livello diocesano, con iniziative tempestivamente previste e debitamente pubblicizzate.

Il compito del servizio: la “diakonia” della Chiesa deve trovare in questo campo forme appropriate di esplicazione. Penso in particolare al fondamentale servizio dell’accoglienza. Sono alcune decine di migliaia gli universitari “fuori sede” e oltre 3.500 sono pure i giovani stranieri iscritti nelle Facoltà romane. La Chiesa deve farsi carico, attraverso le sue strutture, di rispondere concretamente alla domanda di ospitalità che proviene da questa massa di persone, la cui attesa, oltre che ad una possibilità di sistemazione logistica, si volge anche a quell’insieme di valori umani, quali la simpatia, la comprensione, il dialogo, che possono facilitare un inserimento sereno nel nuovo contesto sociale.

Occorrerà, a questo fine, potenziare l’organizzazione dei pensionati universitari e valorizzare i contatti con essi, coinvolgendoli nella pastorale diocesana, così che essi possano apparire agli studenti non solo come espressioni di comunità religiose, ma anche come articolazioni di servizi offerti dalla Chiesa locale.

Occorrerà, altresì, far prendere più viva coscienza alle comunità parrocchiali delle loro responsabilità in fatto di accoglienza verso questa categoria di fratelli. È necessario che gli studenti “fuori sede” e stranieri non si sentano ignorati né, tanto meno, respinti dal contesto comunitario, nel quale si sono venuti a trovare. A tal fine un ruolo importante potrà essere svolto dalle famiglie cristiane che li ospitano e che hanno, perciò, con essi rapporto diretto e quotidiano. Molto dovrà poi essere fatto dalla parrocchia come tale, sia offrendo occasioni di incontro e di dialogo che favoriscano la doverosa sintesi tra fede, cultura e vita, sia chiedendo agli universitari specifici apporti in ordine alla crescita religiosa della stessa comunità parrocchiale.

8. Carissimi fratelli, non sono che alcuni cenni circa le molte cose che in questo settore delicato si possono e si debbono fare. Il loro scopo è soprattutto di testimoniare il mio vivo interesse ed apprezzamento per questo campo della pastorale diocesana e per quanti vi dedicano le loro energie con generosa sollecitudine.

Desidero che da queste mie parole ciascuno si senta stimolato a domandarsi che cosa potrebbe fare, nel proprio settore di competenza, per contribuire ad una più efficace presenza della Chiesa locale nel mondo universitario, nel quale tanti esseri umani, proprio perché dediti alla ricerca della verità, sono protesi con singolare intensità d’impegno, anche senza saperlo, verso la Verità assoluta, che è Cristo.

A lui affido le nostre comuni ansie pastorali e le non meno condivise speranze. Voglia egli concedere a ciascuno, per intercessione della Madre sua, che ci piace oggi invocare col bel titolo di “Mater sapientiae”, la luce necessaria per valutare i passi opportuni e la generosità che richiederanno i successivi, concreti adempimenti.

Con questi voti imparto di cuore a tutti voi, come anche ai sacerdoti che non hanno potuto essere presenti a questo nostro incontro, la propiziatrice benedizione apostolica. 

                                                 

top