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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI CECOSLOVACCHI IN VISITA «AD LIMINA»

Giovedì, 11 marzo 1982

 

Venerabili fratelli nell’Episcopato.

Accolgo voi, giunti in visita “ad limina Apostolorum” dal cuore dell’Europa, con il saluto dell’apostolo Paolo: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti voi” (2 Cor 13, 13).

1. Voi rappresentate parte della Chiesa edificata undici secoli fa dai santi Cirillo e Metodio, due esempi di zelo missionario, due luci che adornano la Chiesa universale. Per i loro meriti nell’evangelizzazione dell’Europa orientale, soprattutto dei popoli slavi, nel dicembre del 1980 li ho dichiarati Compatroni d’Europa insieme con san Benedetto, patriarca del monachesimo dell’Occidente, per sottolineare la comune origine spirituale dei popoli europei e la necessità della loro unione nel culto dei grandi valori che formano la ragion d’essere della loro storia e della loro civiltà cristiana.

Com’è noto, san Cirillo terminò la sua vita qui a Roma nell’anno 869 e fu sepolto nella Basilica di san Clemente ov’è tuttora onorato e venerato. Suo fratello Metodio, invece, ritornò nel territorio della loro comune attività apostolica, nella quale si impegnò con tutte le forze sino alla morte, avvenuta nell’anno 885. Egli fu sepolto a Velehrad in Moravia.

Così, nel luogo stesso della morte e della sepoltura dei due santi Patroni sono in certo modo testimoniati gli stretti e continui rapporti che uniscono, ed hanno sempre unito, i vostri popoli con questa Sede Apostolica, che presiede nella carità alla comunione di tutte le Chiese. Come è ricordato nella Lettera indirizzata per mio incarico dal Cardinale Segretario di Stato ai fedeli di Cecoslovacchia (2 luglio 1981), i santi Cirillo e Metodio “Genere Graeci, animis Slavi, a Romano Pontifice legitime missi, mirum ii sunt christianae universitatis exemplum, quae saepta diruit, odia exstinguit et omnes in Christi, omnium Redemptoris, amore coniungit”. La loro zelante attività, continuata dai discepoli, ha messo radici profonde nella coscienza dei vostri popoli e, nonostante le difficoltà del passato, ha fatto fiorire la vita della Chiesa in tutto splendore e santità. Già nei primi tempi dell’evangelizzazione delle genti slave rifulse la testimonianza apostolica di san Gorazda, successore di san Metodio. Abbiamo davanti ai nostri occhi l’esempio di santa Ludmila, che nella persona del nipote san Venceslao preparò per il suo popolo non soltanto un Re saggio e prudente, ma anche un convinto promotore del culto eucaristico e dell amore del prossimo. La beata Agnese di Praga - ho ricordato il VII centenario della sua morte con una Lettera speciale del 2 febbraio scorso - preferì le cose celesti alla gloria terrena, scegliendo una vita di umiltà e di povertà francescana. San Giovanni Nepomuceno, fedele alla sua vocazione sacerdotale sino al martirio, coraggiosamente difese i diritti e la libertà della Chiesa, e testimoniò con il sangue la sua dedizione al Popolo di Dio. Infine, i beati Martiri di Kosice hanno suggellato con il sacrificio della vita la loro fedeltà a Cristo e alla Chiesa.

La memoria dei santi Cirillo e Metodio è rimasta sempre viva nella gratitudine del vostro popolo cristiano e vasto è tuttora l’influsso del loro pensiero nella spiritualità e nell’espressione della preghiera e del canto. Una menzione particolare merita, al riguardo, il servo di Dio Anton Ciril Stojan, Arcivescovo di Olomouc, uomo di eccezionale bontà e fedeltà alla Sede Apostolica, il quale nei tempi moderni ha diffuso nella vostra terra il pensiero cirillo-metodiano ed ha promosso l’ecumenismo tra gli Slavi. Della vitalità e del dinamismo di tale spiritualità testimonia anche il fatto che i vostri fedeli, sia in Cecoslovacchia sia in America e in Canada, hanno dedicato numerosissime Chiese parrocchiali ai due santi.

2. Questo nostro incontro, venerabili fratelli, che esprime il vostro legame con il Vicario di Cristo, mi offre l’occasione di menzionare brevemente alcuni aspetti positivi della vita religiosa delle vostre diocesi.

Penso anzitutto all’intensità della vita spirituale di tanti focolari cristiani affidati alle vostre cure, le quali custodiscono la grazia della fede, si mantengono fedeli alla loro vocazione cristiana e conoscono l’efficacia della preghiera comune per la santificazione della loro vita matrimoniale e familiare. La famiglia che prega insieme resta unita saldamente nel Signore. È consolante l’aumento del numero di coloro che ricevono la Sacra Eucaristia ed assistono alla santa Messa domenicale. Si registra inoltre un notevole risveglio religioso nei giovani, che cercano una risposta soddisfacente circa il senso della vita e le esigenze dell’uomo, alla luce del Vangelo. Corrispondete sempre volentieri ai bisogni di questi giovani e nutriteli con abbondanza della Parola di Dio, che offre una risposta capace di appagare appieno il loro cuore.

Di non minore importanza e consolazione è il fatto che nelle vostre diocesi continua, anzi cresce, il culto della Vergine santissima. Lo testimoniano i vari Santuari mariani, visitati ogni anno da numerosissimi fedeli. La mia preghiera è che Maria, Madre di misericordia, protegga tutti i vostri connazionali che ricorrono a lei.

3. Mentre mi unisco alle gioie ed alle speranze, non posso non condividere anche le preoccupazioni e i problemi del vostro ministero episcopale, che ciascuno di voi ha potuto personalmente espormi.

a) Questa vostra comune presenza, in occasione della visita “ad limina”, è per me motivo di gioia e di ringraziamento a Dio, nelle cui mani sono le sorti di ciascun uomo e dei popoli. Ma quando vedo che siete soltanto cinque, non posso non domandarmi: “Quando verrà il momento in cui potranno essere presenti i Vescovi di tutte le diocesi cecoslovacche?”. Il fatto che la maggior parte delle diocesi nel vostro paese siano ancora vacanti riempie di profondo dolore il mio animo. Da parte mia, vi assicuro, non risparmierò alcuno sforzo, come io stesso ed i miei predecessori abbiamo già fatto finora, finché tutte le circoscrizioni ecclesiastiche della vostra patria – molte delle quali ne sono prive da anni, anzi da decenni – abbiano propri, degni Pastori, i quali, come veri Padri, guidino i sacerdoti ed i fedeli loro affidati, conformemente alle esigenze e al diritto, nativo della Chiesa di Cristo.

b) Un altro problema riguarda il numero dei sacerdoti, che non sono sufficienti per un’adeguata cura pastorale dei fedeli. Molte, moltissime parrocchie sono già da lungo tempo senza parroco e tutto fa temere, purtroppo, che il numero crescerà sempre di più nel futuro. Con profonda gioia ho appreso che tanti dei vostri collaboratori sono sacerdoti buoni, fedeli e zelanti, impegnati con generosità e straordinaria dedizione al servizio del Popolo di Dio. Ma in grande maggioranza essi sono ormai avanzati in età, non di rado in cattive condizioni di salute, mentre è loro richiesto di portare un peso crescente di fatiche apostoliche. A loro desidero esprimere, tramite voi, il mio vivo apprezzamento e l’affettuoso ricordo nella preghiera, affinché il Signore li sostenga e li aiuti a portare generosamente il “peso del giorno” nella sua vigna. Il Signore stesso sarà la loro ricompensa.

c) In stretta connessione con la penuria di clero si pone la questione dei Seminari e della formazione sacerdotale a cui non posso non fare riferimento, trattandosi di un problema essenziale per la vita della Chiesa. Nello scorso dicembre vi ho indirizzato una Lettera nella quale ho ribadito il dovere dei Vescovi di provvedere a che i candidati al sacerdozio ricevano nei Seminari un’adeguata preparazione spirituale, teologica e pastorale; ad essi spetta di nominare conformemente alle loro coscienze i superiori e i professori e di accettare nei Seminari, secondo le necessità delle loro diocesi, coloro che essi ritengono avere la vocazione sacerdotale (cf. Giovanni Paolo II, Epistula, die 31 dec. 1981).

Con dolore si deve rilevare che il numero dei seminaristi non corrisponde alle esigenze reali delle vostre diocesi, e ciò non perché manchino le vocazioni, ma piuttosto per circostanze che sono indipendenti dalla vostra volontà. Come già nella menzionata Lettera, adesso anche “desidero esprimere la mia più sincera solidarietà a quei giovani che con tanta fede e con tanta generosità seguono la divina chiamata e che spesso devono aspettare con pazienza il momento in cui potranno realizzare i loro ideali sacerdotali” (Giovanni Paolo II, Epistula, die 31 dec. 1981).

La grave situazione venutasi a creare nella cura pastorale richiede una costante iniziativa di preghiera in tutte le parrocchie e comunità per supplicare il Signore della messe affinché chiami molti giovani generosi al sacerdozio e faccia sì che questi possano corrispondere, senza ostacoli, alla loro chiamata.

d) Un altro problema di urgente importanza è quello dell’adeguata catechesi dei giovani e delle famiglie. L’attenzione di tutti i Vescovi del mondo è oggi rivolta all’istruzione religiosa della gioventù, con l’approfondimento dello studio dei problemi delle nuove generazioni e la ricerca delle vie adatte per aiutarle a trovare le risposte alle loro necessità fondamentali e per proteggerle dalle insidie del mondo contemporaneo. So bene che nelle vostre Comunità c’è un nucleo di gioventù sana e ben formata, che si sforza di risolvere i propri problemi alla luce delle verità rivelate e, allo stesso tempo, è pronta a grandi sacrifici per i suoi ideali. D’altra parte, conosco le condizioni in cui voi, venerabili fratelli, vi trovate ad esercitare il vostro dovere di assicurare ai giovani della vostra patria un’adeguata educazione religiosa. Nonostante tutto, come buoni Pastori del gregge di Cristo dovete continuare a cercare di fare fronte nel miglior modo al vostro obbligo di assicurare, a tutti coloro che la chiedono, una solida conoscenza della fede, insieme con una profonda preparazione alla vita sacramentale. Memori delle parole di san Paolo al suo discepolo Timoteo: “Praedica verbum, insta opportune, importune” (2 Tm 4, 2). Voi dovete rendere questo servizio ai vostri fedeli, perché, come lo stesso san Paolo esclamò, “Vae mihi est, si non evangelizavero!” (1 Cor 9, 16).

Sappiamo, venerabili fratelli, che l’azione della Chiesa nella catechesi dei giovani non può riuscire pienamente senza il contributo diretto delle famiglie. Il nostro predecessore di venerata memoria Paolo VI ha scritto:“La famiglia, come la Chiesa, deve essere uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo si irradia. Dunque nell’intimo di una famiglia cosciente di questa missione tutti i componenti evangelizzano e sono evangelizzati. I genitori non soltanto comunicano ai figli il Vangelo, ma possono ricevere da loro lo stesso Vangelo profondamente vissuto. E una simile famiglia diventa evangelizzatrice di molte altre famiglie e dell’ambito nel quale è inserita” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 71).

Riprendendo l’appello, da me lanciato a Puebla, il Sinodo ha ripetuto che la futura evangelizzazione dipende in gran parte dalla Chiesa domestica (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 52), perché “l’assoluta necessità della catechesi familiare emerge con singolare forza in determinate situazioni, che la Chiesa purtroppo registra in diversi luoghi”.

Perciò si deve fare ogni sforzo anche per salvaguardare la solidità naturale e religiosa della famiglia, affinché essa continui a trasmettere e a sviluppare nei figli il dono della fede. Il processo d’industrializzazione, che sta attuandosi anche nel vostro paese, spesso produce effetti negativi per la famiglia. Le mutazioni d’ordine socio-economico, dovute all’industrializzazione, mettono in pericolo la vita tradizionale della famiglia e ne allentano i vincoli. A causa del lavoro dei genitori, sovente svolto in tempi diversi, i membri della famiglia si trovano insieme per breve tempo e di rado, con notevole detrimento della loro unità. Del problema voi vi siete giustamente occupati nella vostra Lettera Pastorale per il Natale dello scorso anno, invitando gli sposi cristiani a testimoniare ai loro figli la fede e l’amore di Cristo (cf. Katolicke noviny, 51-52, 1981).

e) Infine, non posso dimenticare i membri degli Ordini e delle Congregazioni religiose, maschili e femminili. Conosco le loro condizioni di vita e la sofferenza del loro animo. A loro va costantemente il mio pensiero affettuoso e la mia preghiera, sapendo quanto il loro cuore, offerto al Signore nella consacrazione dei voti religiosi, brami ardentemente di poter vivere ed operare in conformità di quella consacrazione. Voi potete comprendere tutto quello che io vorrei fare per soddisfare una così legittima e santa aspirazione.

Ho voluto, venerabili fratelli, svolgere con voi queste riflessioni sulle vostre gioie e speranze, difficoltà e preoccupazioni. Prima di congedarmi da voi, desidero ancora ricordare e far mia la preghiera che san Cirillo, poco prima di morire, lasciò ai suoi figli spirituali: “Domine, Deu meus, exaudi meam orationem, et fidelem tibi gregem serva . . . Omnes in unitate collige, et fac eximium populum concordem in vera fide e recta professione . . .” (Vita Constantini, XVIII, 8-11: Fontes, ed. F. Grivec-F. Tomsic, Radovi Staroslovenskog Instituta, IV, Zagabriae 1960, p. 211). Queste parole, così belle e preziose, non sono che un’eco dei sentimenti del Cuore del Divin Salvatore espressi nella Preghiera Sacerdotale dell’ultima Cena: “Prego che siano tutti una cosa sola, come tu sei in me, o Padre, ed io in te... affinché siano perfetti nell’unità” (Gv 17, 21.23).

Di cuore vi auguro di rimanere sempre uniti fra di voi e con i vostri sacerdoti e fedeli, conservandoli saldi nella professione della vera fede e fedeli a Cristo, alla Chiesa e a questa Sede Apostolica.

Affido al Signore questo augurio di pienezza di carità e della pace di Cristo per tutti voi, e di cuore imparto a voi, ai vostri sacerdoti e seminaristi, ai religiosi e alle religiose, e a tutti i fedeli la mia particolare paterna benedizione apostolica. 

                                 

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