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VISITA PASTORALE AD ASSISI

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON I SACERDOTI E I RELIGIOSI DI ASSISI

Venerdì, 12 marzo 1982

 

Amati confratelli nel sacerdozio, cari religiosi e religiose!

1. Venuto ad Assisi per prender parte ai lavori dell’assemblea straordinaria della Conferenza Episcopale Italiana, come avrei potuto omettere di avere un incontro, sia pur breve, con voi sacerdoti e religiosi all’interno di questa storica Cattedrale, dedicata al martire Rufino, primo Vescovo e principale patrono della Città? La concelebrazione di stamane con i fratelli Vescovi, lungi dal dispensarmi, mi invita, piuttosto, e mi sollecita a rivolgervi un particolare saluto che sia come un ricordo dell’odierna mia presenza in mezzo alla Chiesa locale ed insieme un incoraggiamento a tutti voi che, nel suo ambito, svolgete il vostro lavoro pastorale.

Vi saluto cordialmente e con voi saluto i laici qualificati, qui intervenuti in rappresentanza dei movimenti cattolici delle diocesi di Assisi e di Nocera Umbra-Gualdo Tadino. Uno speciale pensiero, unito a vivo ringraziamento per le parole rivoltemi, va a Monsignor Sergio Goretti, a cui sono affidate entrambe queste Comunità, e fin d’ora io incarico lui e voi di estendere il mio saluto, in segno di benedizione e di augurio, ai fedeli di tutte le parrocchie e di tutti i centri, sparsi nelle pianure e sui monti di questa eletta porzione dell’Umbria.

2. Facile ed obbligato - almeno per la scelta - si presenta a me l’argomento del presente colloquio. Tanto stretto e stabile è il nesso tra Assisi e Francesco che si presta, specialmente nella circostanza dell’anno centenario, ad opportune e salutari considerazioni: in questa Città egli nacque; col Vescovo della città, Guido - il suo Vescovo - ebbe rapporti di ossequio, di ubbidienza e di amicizia; qui, per gran parte, mirabilmente operò nel non lungo cammino della sua terrena esistenza; da qui irradiò l’esempio delle sue virtù ed il suo messaggio di fratellanza e di pace, i quali, quasi in forma di cerchi via via più ampi, si diffusero nella circostante regione, nelle zone limitrofe della Toscana e del Lazio, e poi in Italia, in Europa e nel mondo.

La figura di Francesco “pauper et humilis” domina tuttora, ben al di là dei limiti geografici di questa sua terra. Perché? È una domanda legittima, che tutti si possono porre; ma voi specialmente, voi che siete suoi concittadini e conterranei, dovete porvela. Ed essendo sacerdoti o, comunque, persone consacrate, procurate di cogliere, nelle pieghe della risposta, quegli elementi e aspetti che toccano propriamente l’“animus” di Francesco e, come tali, non solo sono veri e genuini, ma anche più validi ed indicativi per voi e per le opere del sacro ministero.

3. Ad otto secoli dalla nascita, il mondo - anche quello dei lontani e degli indifferenti ai valori religiosi - guarda ammirato a san Francesco, perché vede in lui una copia autentica, fedele e, perciò, credibile di Cristo Gesù. Eccolo il nocciolo della risposta! Egli è “alter Christus”, ma non già a parole, ma non soltanto “de iure” (come dovrebbe essere, in fondo, chiunque si professa cristiano): egli è tale anche e soprattutto nella realtà della propria vita.

Ad un certo punto - come voi ben sapete - quando era un giovane brillante nella vivace Assisi medievale, egli fece una scelta radicale e generosa: spogliandosi di tutto, rinunciando all’eredità paterna, nudo ormai ed emarginato, decise di seguire totalmente, irrevocabilmente il Signore Gesù dalla nascita nella grotta di Betlemme fino al Calvario. A questa “opzione fondamentale” egli tenne fede, attuando una sequela effettiva, passo passo, dietro le orme del Redentore fino alle stigmate della Verna, fino alla morte sulla nuda terra, laggiù nella piana sottostante a questa città . . .

Come negare, amati confratelli, che una tale linea di perfetta corrispondenza e coerenza tra Francesco e Cristo si riproponga netta e chiara a ciascuno di voi per l’analoga scelta che, sia pure in circostanze e in modi diversi, ha fatto in ordine alla sequela di Cristo? Non è forse anche il sacerdote “alter Christus”? Lo è e lo deve essere per il carattere sacramentale, impresso nella sua anima dall’Ordinazione presbiterale; lo è e lo deve essere per la funzione, alla quale è stato elevato, di legittimo rappresentante di Cristo; lo è e lo deve essere per gli ininterrotti, quotidiani rapporti che, in forza del suo ministero, egli intrattiene con Cristo presente e vivente nell’Eucaristia, nel tesoro della sua Parola, nella persona dei fratelli.

Vedete, dunque, come quella rapida ed essenziale risposta, che ci dà la misura della grandezza di Francesco, può essere proficuamente applicata, come alto richiamo ideale ed autorevole insegnamento di vita, a ciascuno di voi. “Sacerdos alter Christus: ut Franciscus, ita et tu”!

4. Se la limitatezza del tempo mi impedisce di sviluppare i numerosi e preziosi esempi di virtù che Francesco, rimasto sempre diacono, offre a chi ha raggiunto il grado e la dignità del presbiterato, non posso omettere tuttavia un altro dato di particolare rilevanza che, ben individuabile nella sua biografia, può anch’esso ispirare l’azione del sacerdote nel mondo d’oggi.

Un giorno, di ritorno da Roma, egli si mise a discutere con i compagni se dovesse ritirarsi in solitudine e in segregazione per contemplare e pregare, o dovesse piuttosto “passare la vita in mezzo alla gente” per predicare il Vangelo e salvare con un apostolato diretto i fratelli. Dopo aver pregato, trovò subito la risposta, e fu una nuova scelta perfettamente allineata a quella fondamentale della sequela di Cristo (cf. Legenda Maior, IV, 1-2). Come questi aveva percorso le contrade della Palestina invitando alla penitenza ed annunciando il Vangelo del Regno (cf. Mc 1,14-15), così avrebbero fatto Francesco e i suoi frati, svolgendo un ministero itinerante di contatto, di parola, di testimonianza nella società del loro tempo. In un’epoca di crisi diffusa per le grandi trasformazioni, che già dopo il Mille si erano verificate nelle diverse nazioni d’Europa e che non potevano non interessare la Chiesa, la meditata scelta del Poverello d’Assisi apportò un contributo determinante nell’auspicata ripresa religioso-morale. Egli ed i suoi discepoli operarono indefessamente per riportare Cristo nella società, e ciò fecero non già in opposizione o in polemica con la legittima autorità della Chiesa (come alcune sette ereticali del tempo), ma in perfetta obbedienza ed in adempimento di un mandato apostolico (cf. Regula non bullata, XVII; Regula bullata, IX).

La seconda lezione che desidero proporvi - come ben comprendete - è proprio qui: è nello sforzo che, sull’esempio di Francesco, deve fare il sacerdote nell’età presente, che si sta avvicinando all’anno Duemila. Tempo di crisi anche oggi, si dice; tempo di caduta di valori e di secolarizzazione generalizzata. Che cosa bisogna fare, dunque, per riportare Gesù Cristo e il suo Vangelo tra gli uomini? Alla fine del secolo scorso, quando con l’avvento della prima società industriale si cominciò ad avvertire qualche sintomo della crisi, fu detto che era ormai tempo per i sacerdoti di “uscire dalle sagrestie” e di andare incontro alla gente. Ed oggi? Oggi tutto ciò sembra imporsi con più grave urgenza, e trova già un significativo “precedente” ed un modello emblematico nella condotta di Francesco e dei suoi, i quali andavano per le vie del mondo secondo il mandato programmatico del Signore Gesù: “Andate: ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali . . . In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa . . . Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, . . . curate i malati e dite loro: È vicino a voi il Regno di Dio” (Lc 10, 4-8; cf. Lc 9, 1-6; Mt 10, 5.9-10; Mc 6, 7-13).

Ecco lo stile dell’operaio evangelico: è questo suo andare per le vie del mondo con coraggio, in totale distacco dalle cose della terra, come portatore di pace ed annunciatore dell’avvento del Regno. Oggi, ancor più che in passato, bisogna andare per proclamare agli uomini la buona novella dell’amore misericordioso di Dio e, con essa, il dovere di rispondere a questo amore anteriore e preveniente; andare per promuovere il bene integrale degli uomini; andare senza contrapporre l’impegno del servizio a Dio e quello del servizio ai fratelli; andare, e piuttosto coordinare in sintesi equilibrata la cosiddetta dimensione verticale verso l’alto, verso Dio, e quella orizzontale in direzione degli uomini.

Come i due bracci della Croce sono simbolo di questa duplice dimensione, così Francesco, che seguì Cristo fin sulla Croce e ben a ragione poté ripetere le parole di san Paolo: “Sono stato crocifisso con Cristo” (Gal 2, 20; cf. 6, 17), ricorda a tutti noi sacerdoti il duplice orientamento, al quale dobbiamo riguardare tanto nell’impostazione quanto nell’esercizio del sacro ministero. “Uomo di Dio” è innanzitutto, essenzialmente, il sacerdote, ma nello stesso tempo, senza smentire tale qualifica, è costituito per il bene degli uomini (cf. 1 Tm 6, 11; Eb 5, 1).

5. Io non dubito che questi brevi accenni, validi ovviamente per tutti, abbiano una speciale efficacia e, direi, una maggior forza di spinta per voi che siete figli di questa Terra e, perciò, quasi naturalmente siete “sintonizzati” con lo spirito di Francesco, che fu - giova ripetere - spirito apostolico ed evangelico.

Sacerdoti o religiosi, sacerdoti e religiosi, al di là delle legittime differenze e distinzioni canoniche, c’è una convergenza obiettiva in ciò che voi fate, secondo le rispettive attribuzioni, all’interno di ciascuna comunità, come nell’ambito della diocesi e nella Chiesa universale. Operate, dunque, in fraterna armonia; operate in unione di carità; operate in collaborazione tra voi e col Vescovo per l’edificazione dell’unica ed indivisa Chiesa di Cristo. Da ciò trarrà vantaggio non soltanto la pur necessaria coordinazione ed organizzazione del lavoro pastorale, ma anche e soprattutto la credibilità di quell’unitario e immutabile messaggio, che tutti siete chiamati ad annunciare.

Soprattutto voi sacerdoti, sulla scia del grande Conterraneo, che ai Vescovi ed al sacerdoti tributò sempre un singolare rispetto e onore, abbiate la più attenta e vigile consapevolezza dell’incomparabile dono ricevuto da Dio (cf. Gv 4, 10). Potrete così confermare e rafforzare quotidianamente il vostro impegno di operai evangelici, in unione col Vescovo, con i confratelli e collaboratori religiosi e laici.

Nel nome del Signore, auspice san Francesco, tutti vi benedico di cuore. 

                                              

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