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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELLA FRANCIA
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Giovedì, 18 marzo 1982

 

Cari fratelli nell’Episcopato.

1. Ecco che avete ripreso il cammino verso Roma, per la visita “ad limina Apostolorum”, come tanti altri Vescovi di Francia e del mondo intero che vi hanno preceduto. Venite a “vedere Pietro”.

Il vostro passo costituisce un esempio per il popolo cristiano: anch’esso, e sempre più, comprende il beneficio di venire a ristorarsi, nella preghiera, nel luogo stesso in cui gli apostoli Pietro e Paolo, molti martiri, molti santi hanno dato la loro testimonianza a Cristo, e la necessità di rinsaldare concretamente i legami, spirituali ed anche affettivi, con il successore di Pietro, Vicario di Cristo, principio perpetuo e visibile e fondamento dell’unità (cf. Lumen Gentium, 18. et 23).

La vostra visita “ad limina” è ugualmente un gesto efficace per situare il vostro ministero episcopale nell’unità del collegio episcopale, collegandolo non solamente a quello del Vescovo di Roma ma, mediante esso, a quello di tutti i Vescovi che lavorano nel mondo intero, affinché progrediscano sempre più la convergenza, la solidarietà, la comunione profonda. Questo si realizzerà anche negli scambi che voi avrete con i diversi Dicasteri che aiutano costantemente il Papa nella sua missione di servizio della Chiesa universale, per la sua fedeltà, la sua unità e l’armonia dei suoi sforzi di evangelizzazione. So che desiderate sottoporgli un gran numero di problemi che di volta in volta incontrate nel vostro ministero. Da parte mia, dopo aver ascoltato tutti e ciascuno, mi contenterò di qualche riflessione di fondo.

2. Cinque anni fa, il mio venerato predecessore, Paolo VI, aveva ricevuto i Vescovi di Francia in visita “ad limina” con una sollecitudine particolare: ricordate quale affetto, quali incoraggiamenti vi aveva manifestato, e la lucidità di cui egli aveva dato prova. Le riflessioni che in quell’occasione aveva esternato davanti a voi, su gran parte degli aspetti della pastorale in Francia, aveva attirato l’attenzione di molte altre Chiese locali ed esse rimangono molto valide, come ho già detto in occasione del mio viaggio a Parigi.

Dopo cinque anni, le vostre diocesi hanno ancora un po’ cambiato aspetto. E vi ringrazio di aver voluto consegnarmi, così come di affidarle ai Dicasteri, nuove analisi, molto precise, delle realtà umane, sociali, culturali, religiose, pastorali. Esse costituiscono un vasto panorama di ombre e di luci. Ho notato che siete facilmente inclini a sottolineare gli aspetti della scristianizzazione, che si estende e tocca più profondamente una buona parte dei vostri fedeli, soprattutto le giovani generazioni, a livello delle convinzioni di fede, della partecipazione all’Eucaristia domenicale, del senso del sacramento della penitenza, dell’impegno a far battezzare o catechizzare i bambini, della conformità dei costumi, familiari o altri, alle esigenze evangeliche, della mancanza di vocazioni sacerdotali e religiose, ecc. Ma avete anche rilevato - e questo è cosa molto importante - dei segni di speranza, la serie di sforzi che si tentano e che occorre sviluppare.

3. Il nostro tempo - che alcuni osano descrivere come caratterizzato dall’assenza di Dio - è però sempre il tempo di Dio, che non saprebbe abbandonare la sua creazione, che non saprebbe quindi a maggior ragione lasciare la sua Chiesa dibattersi sola tra le difficoltà del mondo, quando le ha promesso e donato il suo Spirito. Bisogna esserne ben persuasi; direi anche che questo aspetto fa parte di una visione realistica delle cose. L’uomo moderno è come trascinato dalle conquiste della scienza e dalle sue applicazioni, o dalle esperienze fatte liberamente in tutti i campi, che lo lasciano ora abbagliato, ora spaventato o indifferente, distratto e disperso riguardo alla ricerca dell’essenziale. Dunque, questo tempo può essere per lui tempo di una riscoperta di Dio e della fede cristiana. In ogni caso, è il migliore, poiché è il nostro, quello che ci è dato da vivere e trasformare a prezzo di lotte di ogni tipo e con la grazia di Dio.

E anche se la nostalgia di un passato più facile e più florido è molto comprensibile, è nostro compito, Pastori, di comunicare ai cristiani e agli uomini di buona volontà, giovani e meno giovani, il gusto di vivere oggi. Non, sicuramente, limitando ingenuamente la nostra visione a qualche isola privilegiata, e ancora meno considerando come normale e cristiano ciò che non lo è; ma mostrandosi convinti che questi uomini e queste donne possono progredire, aprirsi ai valori morali e spirituali e mostrarsi generosi. Si tratta di mantenere l’ardore apostolico, quello che animava san Paolo, durante tutte le sue corse missionarie e finalmente qui, a Roma, quando abbracciò tutto questo mondo pagano considerandolo capace di accedere alla vita secondo il Vangelo, mediante la fede e la conversione. Questo ardore, fondato sulla fede in Dio e la confidenza nell’uomo, non è una facile esaltazione; esso sa essere paziente, della pazienza di Dio; e disinteressato, perché molto spesso una persona semina e un’altra raccoglie (cf. Gv 4, 37; cf.1 Cor 3, 6-9). Voi siete, oggi, con i vostri preti, i vostri diaconi e i vostri laici, coloro che preparano laboriosamente la Chiesa del domani. E sapete, come me, a quale punto la via di Gesù Cristo comporti la povertà personale e la povertà dei mezzi, l’umiltà, perfino lo scacco apparente, sempre la croce - lo ricordavo venerdì scorso ad Assisi - e nello stesso tempo è una via di risurrezione.

Certo, la situazione in cui voi lavorate, in occidente, è segnata da svantaggi. È vero sul piano umano e sociale, voi parlate spesso di uno smarrimento dei giovani specialmente davanti alla disoccupazione. È vero soprattutto sul piano morale e spirituale. Ma questo non è un appello, una richiesta urgente di “spirituali”, di uomini di Dio che, con la loro vita, la loro preghiera e il loro messaggio, aiutino a sciogliere le difficoltà che chiudono su se stessi, aiutino a vedere il senso delle cose, a sperare, a mettersi in piedi e a camminare? Sempre più ci si rende conto dei limiti delle analisi, e anche delle “tecniche” apostoliche, se esse non sono condotte da questi “spirituali”.

Se le vostre diocesi dell’ovest, in particolare della Bretagna, dell’Angiò, della Vandea hanno potuto diventare e restare a lungo delle “terre di cristianità”, non è solamente perché erano “protette” da influenze estranee alla fede cristiana; ma è innanzitutto e soprattutto perché esse hanno conosciuto questi “spirituali”, missionari, come san Luigi Maria Grignion di Montfort, il beato Julien Maunoir, il venerabile Jean-Marie di Lamennais, il padre Michel Nobletz e tanti altri fondatori e fondatrici di congregazioni religiose: come fare a meno di pensare a Jeanne Jugan e a Jeanne Delanoue che avremo la gioia di beatificare o canonizzare quest’anno?

È in questo spirito che dobbiamo abbracciare con fiducia il nostro tempo, come un tempo di grazia, e formare i nostri fedeli a questo sguardo, a questo ardore.

4. E ora, senza entrare nei dettagli della pastorale necessaria, mi permetto di sottoporvi due esortazioni, rispondenti alla situazione dei vostri diocesani che voi vedete cambiare di anno in anno e abbandonare spesso la pratica religiosa e i loro legami con la Chiesa.

Mantenete contro venti e maree la visibilità delle comunità cristiane e delle loro necessarie istituzioni. Avete notato voi stessi, in conclusione del vostro rapporto, la necessità di “segni” riconoscibili senza difficoltà che aiutino a mantenere o a ritrovare l’identità cristiana, in ciò che concerne la fede, la pratica o il comportamento cristiano. Penso che la catechesi, le pubblicazioni, i segni sacri possano fornire un contributo a questo. Avete parlato, in questo senso, di “nuove strutture di sostegno” esplicitamente cristiane, tanto più necessarie in quanto la secolarizzazione ha tolto molti appoggi tradizionali, sia che si tratti di mezzi, luoghi o di comunità. La famiglia e la parrocchia dovranno continuare a tenere a questo proposito un posto privilegiato e indispensabile. Ma unitamente a queste, c’è bisogno certamente di molti altri intermediari adatti, a condizione che essi non formino dei gruppi chiusi, ma veramente degli “intermediari” per Gesù Cristo e la sua unica Chiesa. Mi sembra che, dalla vostra ultima assemblea di Lourdes, avete preso una coscienza più viva della necessità di questa faccia visibile della sacramentalità della Chiesa. Le Chiese d’occidente - che hanno i loro problemi di secolarizzazione - potrebbero trarre profitto dall’esperienza di certi paesi in cui le libertà religiose sono ridotte o soffocate e in cui la Chiesa tenta con tutti i mezzi di avere dei segni, dei luoghi, delle comunità capaci di nutrire la fede dei fedeli e di permetterle di esprimersi. Sì, la Chiesa ha bisogno di segni visibili, e di sostegni. E questi sostegni, necessari all’identità e alla fedeltà dei cristiani, sono indispensabili ai loro impegni apostolici e pastorali. Sarebbe un errore psicologico dimenticarli o farli scomparire.

5. Vi incoraggio, in secondo luogo, a puntare sulla qualità delle comunità cristiane esistenti. Qualità che è importante senza dubbio più che la loro quantità. La gente ha bisogno di trovarvi innanzitutto un’accoglienza di qualità, grazie alla presenza, permanente o per lo meno regolare, di persone amabili e competenti, sia che si tratti del prete, di religiosi o di laici. Essa ha bisogno di cerimonie liturgiche di qualità, che aiutino la partecipazione attiva alla preghiera con un grande rispetto del mistero cristiano. Essi hanno bisogno, bambini, giovani e adulti, d’un insegnamento catechistico e dottrinale di qualità. Ho prestato grande attenzione a ciò che mi dite della catechesi in cui voi investite molto, e mi rallegro con voi che i vostri numerosi catechisti siano formati con cura per testimoniare, non solamente della loro propria vita cristiana, ma di tutta la Tradizione vivente della Chiesa. Penso ancora alle molteplici scuole cattoliche alle quali voi tenete con ragione, alle quali i genitori cristiani tengono con forza e alle quali il Papa tiene tanto quanto voi tutti: è, ed e questo che costituisce il loro valore, l’educazione di qualità che esse possono fornire, con insegnanti cristiani che aderiscono a questo progetto educativo. Tutti gli altri settori della vita delle comunità - amministrazione, azione caritativa, compiti educativi, stampa, presenza nel mondo dei giovani, dei malati e degli anziani - richiedono che vi siano associati dei laici, ben preparati, e abbiano l’occasione di riflettervi in quanto cristiani. Infine, come non rendere omaggio ai laici che consacrano il loro apostolato diretto al loro vicinato o ai loro luoghi sociali o professionali, nella misura in cui cercano una vera evangelizzazione? Penso che, malgrado la crisi di cui parlano spesso i vostri rapporti e che è reale, voi avete ovunque o potete scoprire persone di qualità umana e cristiani che sono in grado di prendere, con voi e con i vostri preti, delle responsabilità al loro grado, che aiuteranno le diverse comunità a essere luogo di sostegno e di testimonianza.

6. Se il mio ruolo è quello di confermare i miei fratelli, il vostro, in un senso analogo, è quello di consolidare coloro di cui voi siete stati istituiti guida: di proclamare con chiarezza ciò che deriva dalla fede e dal Vangelo. È quello di aiutare i vostri diocesani al discernimento, all’autenticità, senza mai permettere gli abusi. È quello di riunire nell’unità e di trascinare il Popolo di Dio nella meravigliosa missione della Chiesa.

Questo suppone che voi viviate il più possibile con le vostre comunità, vicini ad esse. Sapete, come io so, quanto sia importante il contatto, frequente, diretto e prolungato; certo, voi avete altre responsabilità a livello delle strutture ecclesiali della regione, della nazione, a volte anche della Chiesa universale, che vi obbligano a frequenti spostamenti e a lunghi lavori di preparazione. Questa assunzione collettiva del carico degli impegni ha degli aspetti benefici, e anche necessari. Tuttavia, voi comprendete bene anche il pericolo che ci sarebbe nel lasciarvi prendere totalmente a questo livello, al punto di usare qui tutte le vostre forze o di essere meno presenti ai vostri preti, alle vostre comunità diocesane, parrocchiali, ecc. Non solamente l’élite, i responsabili hanno bisogno di voi, ma il popolo cristiano desidera legittimamente vedervi, pregare con voi, ricevere le vostre indicazioni. Da parte mia, sentivo molto forte questo aspetto quando ero a Cracovia, e ne sono convinto anche qui a Roma, città in cui le visite pastorali fanno, almeno ogni settimana, parte del mio ministero di Vescovo.

Siate sicuri, cari fratelli, che io rimango vicino a voi e al vostro ministero, nella preghiera e attraverso tutte le occasioni che avrò di tessere nuovi legami con voi. Lavoriamo insieme, nel medesimo spirito. Confido in voi e mi auguro che tutti i vostri diocesani ripongano ugualmente in voi la loro fiducia, rispettino il vostro ministero, lo facilitino e cooperino con esso.

Che lo Spirito Santo sia la vostra pace e la vostra forza! Di tutto cuore, vi benedico, e benedico tutti coloro che collaborano con voi, preti, diaconi, religiosi, religiose, e le altre persone consacrate, laici cristiani, giovani e adulti. Trasmettete la mia benedizione particolare a coloro che sono nella prova. E che tutti camminino verso il rinnovamento pasquale!

                                                



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