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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL PONTIFICIO SEMINARIO ROMANO MAGGIORE

Solennità dell'Annunciazione del Signore
Giovedì, 25 marzo 1982

 

Grazie a questo artistico “Oratorio” abbiamo contemplato il mistero dell’Annunciazione, uno dei più importanti della nostra fede, uno dei più ricordati. Lo riviviamo infatti ogni giorno, recitando per tre volte l’Angelus. Lo riviviamo oggi, in questa grande solennità, perché è il mistero della Incarnazione: “il Verbo si fece carne”. Mistero insondabile, profondità immensa. Il divino e l’umano. L’Incarnazione: Dio si è fatto uomo.

Abbiamo contemplato questo mistero, questo contenuto della fede, in modo artistico: non era solamente un concerto, era una para-liturgia vespertina della festa dell’Annunciazione. Ringraziamo per questa para-liturgia, alla quale abbiamo partecipato tutti con grande profitto spirituale. Abbiamo contemplato l’Annunciazione e abbiamo insieme contemplato un altro mistero divino e umano: il mistero della vocazione. Questo mistero della vocazione è profondamente iscritto nel contenuto dell’Annunciazione perché nella vocazione c’è sempre Dio che chiama e l’uomo chiamato, e nell’Annunciazione è Dio che chiama e la Vergine di Nazaret che è chiamata. Possiamo, seguendo le componenti dell’“Oratorio”, ritrovare i diversi elementi successivi della vocazione. Sono tali e tanti! ma alcuni sono caratteristici, tipici in special modo, e li troviamo nel contenuto dell’Annunciazione; in questo Oratorio, anzi, erano punti di una speciale concentrazione artistica. Vorrei prenderne alcuni in considerazione.

“Non temere”. Ecco l’elemento costitutivo della vocazione: perché l’uomo teme. Teme non soltanto di essere chiamato al sacerdozio, ma teme anche di essere chiamato alla vita, ai suoi compiti, ad una professione, al matrimonio. Teme. Questo temere rivela anche un senso di responsabilità, ma non di una responsabilità matura. Si deve vincere il timore per arrivare alla responsabilità matura; si deve accogliere la chiamata, si deve ascoltare, si deve ricevere, si deve misurare con le proprie forze e si deve rispondere: Sì, sì. Non temere, non temere perché hai trovato la Grazia, non temere la vita, non temere la tua maternità, non temere il tuo matrimonio, non temere il tuo sacerdozio perché hai trovato la Grazia. Questa certezza, questa consapevolezza ci aiuta come ha aiutato Maria. Ecco: “La terra e il paradiso attende il tuo sì, o Vergine purissima”. Sono le parole di san Bernardo, famose parole, bellissime. Attende il tuo sì, Maria. Attende il tuo sì, mamma che devi partorire; attende il tuo sì, uomo che devi assumere una responsabilità personale, familiare, sociale; attende il tuo sì, o tu che sei chiamato in questo Seminario ad essere sacerdote. Il tuo sì. Questo sì maturo, come frutto dell’unione di due fattori: la Grazia - hai trovato la Grazia - e le tue forze - sono pronto a collaborare, sono pronto a dare me stesso -. Ecco la risposta di Maria; ecco la risposta di una mamma; ecco la risposta di un giovane: un sì che basta per tutta la vita. Oggi si teme, qualche volta, di assumere una responsabilità impegnativa per tutta la vita, non solamente nel sacerdozio ma anche nel matrimonio. Ecco, questo sì per tutta la vita è a misura d’uomo. Per prima cosa è il metro della sua dignità di persona; e poi è a misura delle sue forze e del suo sforzo. Ci vuole fedeltà per adempiere il sì per tutta la vita.

Non ti abbandonerò, così dicono la moglie al marito e il marito alla moglie nel primo istante del loro matrimonio. Così dice un seminarista e poi un sacerdote nel giorno della sua ordinazione: non ti abbandonerò!

E poi, il Magnificat: “l’anima mia magnifica il Signore”. Questo Magnificat è già un frutto, il primo, per preparare poi agli ulteriori frutti e al frutto ultimo, escatologico. È a misura di uomo, della persona umana: un frutto escatologico, un compimento definitivo della vita umana in Dio. Magnificat: e in questo momento l’anima mia magnifica il Signore. È un pregustare l’inizio di quel frutto escatologico, di quel Magnificat ultimo a cui siamo chiamati tutti.

Ma c’è forse un altro punto: ed ecco tutti gli uomini nascono al tuo sì. Si deve sapere questo: un tale sì ad imitazione di Maria, un tale sì crea la gioia, una nuova vita, un soffio, una benedizione. Un sì come quello di Maria: quale benedizione! quale pienezza del bene nel mondo! anche con tutto quello che è sofferenza, che è peccato in questo mondo. Un sì di Maria: quanta benedizione! quanta gioia! quanta felicità! quanta salvezza! quanta speranza! E così, analogicamente, secondo una dovuta proporzione, il tuo sì, la tua fedeltà - marito, moglie, giovane, medico, professore - il tuo sì differente crea una gioia, il mondo rinasce; e la vita umana - nelle diverse dimensioni, nella dimensione sociale, nei diversi ambienti, familiari, parrocchiali, professionali - diventa più umana, grazie ad un tale sì.

Ecco, così ho contemplato il mistero dell’Annunciazione e, insieme, il mistero della vocazione cristiana e specialmente della vocazione sacerdotale. E doveva essere così, in quest’ambiente. Vedo che il Seminario Romano compie certamente la sua propria funzione, che è quella di preparare i seminaristi al sacerdozio, cioè di coltivare le vocazioni sacerdotali; ma in senso più largo il Seminario apre anche le porte a tutti: giovani e adulti. Entrando in questa Chiesa, ho trovato diverse persone, anche molto giovani. Il Seminario apre le sue porte a tutte le persone che vogliono riflettere sulla propria vocazione; che vogliono vedere la propria vita come una chiamata del Signore e vogliono poi realizzarla come una vocazione determinata; che vogliono riflettere sulla possibile vocazione, su quello che il Signore non gli ha ancora detto, ma vuole dirgli; e intanto rispondono: “aspetta una più profonda preparazione della mia anima per dirmi questa parola e poi aspetta il mio sì”.

Ebbene, le vocazioni sacerdotali in questo Seminario si formano in un ambiente vocazionale più largo perché ci vuole un vasto clima spirituale in cui si veda la vita come vocazione, come chiamata divina, a misura di una vera chiamata divina, a misura di Maria. Ci vuole quest’atmosfera, ci vuole quest’ambiente spirituale affinché possano crescere anche queste vocazioni sacerdotali, affinché possano maturare. In quest’atmosfera c’è anche la mutua preghiera, la preghiera per le vocazioni sacerdotali, religiose. Qui, in questa Cappella, domina l’immagine della Madonna, la Madonna della Fiducia. L’immagine riassume in certo modo il mistero dell’Annunciazione e della vocazione. Ecco Colei che ha trovato fiducia nel Signore. Se il Signore ti dice: devi essere un sacerdote; se il Signore ti dice questo vuol dire che il Signore ha fiducia in te: puoi temere? non si può soltanto temere, si deve maturare per assumere la responsabilità, perché la Madonna della Fiducia vuol dire Colei che ha avuto immensa fiducia in Dio. Con questa fiducia Essa è stata capace di diventare Madre di Dio, e anche questo è stato a misura d’uomo. Sì, una volta. Sì, una vocazione specialissima e così può essere a misura d’uomo: essere sacerdote di Cristo, sacerdote per tutta la vita, sacerdote per l’eternità. È bene che in questa Cappella del Seminario Romano noi troviamo lo sguardo materno della Madonna della Fiducia, perché su questo sguardo possiamo prepararci con fiducia a ciò cui il Signore ci chiama: voi, carissimi seminaristi, e voi tutti, carissimi amici. Concludo con queste considerazioni che sono il frutto della para-liturgia odierna e offro la mia benedizione a tutti. 

                                    

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