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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI
AL CONGRESSO TEOLOGICO INTERNAZIONALE DI PNEUMATOLOGIA

Venerdì, 26 marzo 1982

 

1. “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2 Cor 13, 13).

Permettetemi, cari fratelli e sorelle in Cristo, di riprendere queste parole dell’apostolo Paolo ai fedeli di Corinto, per salutarvi con gioia, al termine di questo importante Congresso internazionale di pneumatologia: congresso importante per la commemorazione conciliare che gli ha dato inizio, importante anche per i temi fondamentali che ha affrontato, importante inoltre per la presenza veramente ecumenica di molti eminenti uomini appartenenti non solamente alla Chiesa cattolica, ma anche ad altre confessioni cristiane, ortodossa, luterana, riformata, anglicana e metodista, importante, infine, perché lo Spirito Santo che ne è stato l’oggetto, ne è stato anche, come ha detto il Presidente del Comitato preparatorio, il soggetto, nel senso che voi vi siete messi al suo ascolto.

Venendo a visitarvi nel luogo stesso dei vostri lavori, la sala del Sinodo dei Vescovi, ho voluto manifestare concretamente a tutti, membri del comitato promotore e del comitato scientifico del congresso, moderatori, relatori, direttori dei gruppi di studio, così come a tutti gli intervenuti, la mia gioia per queste giornate così ricche consacrate al mistero dello Spirito Santo, e la mia fiducia che esse porteranno frutti per la Chiesa. Perché la nostra Chiesa è la Chiesa dello Spirito Santo. E la fede nello Spirito Santo è al cuore della nostra fede cristiana, come professa il Credo dei santi Concili. É lo Spirito Santo che è al cuore della santificazione dei discepoli di Cristo. È lui che anima il loro zelo missionario e la loro preghiera ecumenica. È lo Spirito che è la sorgente e il motore del rinnovamento della Chiesa di Cristo.

I vostri interventi qualificati lo hanno sottolineato con l’autorità che è quella di sapienti specialisti della Sacra Scrittura, della patristica, della liturgia, della teologia dogmatica e spirituale, della storia, dell’ecumenismo. E io mi rallegro con voi del significato che riveste questo congresso, e della portata che assume per la vita di tutti i cristiani, alla soglia del terzo millennio della Chiesa.

2. Io stesso ho vivamente desiderato che un tale congresso si tenesse, quest’anno, a Roma. E voi sapete perché: era opportuno e anche necessario approfondire la conoscenza di questo mistero della nostra fede, quella dei nostri Padri nella fede, così come l’hanno esposta nei grandi Concili di cui noi abbiamo celebrato la memoria all’epoca dell’ultima Pentecoste, 1600 anni dopo il primo concilio di Costantinopoli, e 1550 anni dopo quello di Efeso.

Quel giorno, in presenza di numerosi Vescovi, di venerabili delegati del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e dei rappresentanti di altre Chiese e comunità ecclesiali, ho ripetuto la mia convinzione, che avevo già espresso nella Lettera apostolica del 25 marzo 1981: “È pertanto mia intenzione che questi avvenimenti siano vissuti nel loro profondo contesto ecclesiologico. Non dobbiamo infatti soltanto ricordare questi grandi anniversari come fatti del passato, ma rianimarli anche con la nostra contemporaneità, e collegarli in profondità con la vita e i compiti della Chiesa della nostra epoca, così come essi sono stati espressi nell’intero messaggio del Concilio alla nostra epoca, il Concilio Vaticano II” (Giovanni Paolo II, A Concilio Constantinopolitano I, 6, die 25 mar. 1981: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IV, 1 [1981] 821).

È ciò che voi avete fatto, e me ne rallegro. Dopo aver studiato la pneumatologia del primo Concilio di Costantinopoli, la tradizione sullo Spirito Santo nelle Chiese di Oriente e Occidente, e i diversi aspetti della pneumatologia biblica, tanto nell’antico che nel nuovo Testamento, avete proseguito i vostri lavori sullo Spirito Santo attraverso la riflessione teologica e esaminando l’esperienza della Chiesa oggi. Avete concluso i vostri lavori significativamente sullo “Spirito Santo, principio dell’unità della Chiesa”, e su “lo Spirito Santo e il rinnovamento del mondo”: vasto programma, che ha le sue radici nella fede del credo: “Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita . . . con il Padre e il Figlio, è adorato e glorificato. Credo in Gesù Cristo concepito per opera dello Spirito Santo, nato da Maria Vergine”.

Questa fede che è la nostra oggi, è la fede dei santi Concili di Costantinopoli e di Efeso. È la fede che non ha cessato di essere professata e vissuta nel corso dei secoli passati, con la grazia di Dio. Questa fede è dunque come un arco solidamente teso su tutto lo svolgimento della storia della Chiesa. Certo, lungo i secoli e a seconda dei luoghi, l’unità della Chiesa ha conosciuto dolorose vicissitudini. Ma sempre questa fede dei grandi Concili ha continuato, malgrado le scissioni e le divisioni, a rendere testimonianza all’unità originaria, come dicevo nell’omelia dell’ultima Pentecoste. E, così facendo, questa stessa fede è un potente appello a ritrovare, a partire da ciò che noi abbiamo di più fondamentale e di più caro in comune, la pienezza della nostra unità, infine ricostituita, dalla forza dello Spirito. Questa fede prende del resto un rilievo tanto più significativo in quanto è la chiave dell’opera del Concilio ecumenico Vaticano II. Sotto l’impulso dei miei predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI, con il concorso di tutti i Vescovi della Chiesa cattolica, e in dialogo con numerosi fratelli di Chiese e comunità ecclesiali questo Concilio non ha voluto esprimere, nella nostra epoca, ciò che lo Spirito Santo dice alle Chiese? Perché “questo Spirito, che è unico e identico nel Capo e nei membri, vivifica, unifica e muove tutto il corpo. . . ringiovanisce la Chiesa con la forza dello Spirito, la rinnova perpetuamente e la conduce infine all’unione perfetta con il suo Sposo. Perché lo Spirito e la Sposa dicono al Signore Gesù: “Vieni” (cf. Ap 22, 17). Così la Chiesa universale come un “popolo raccolto nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (S. Cipriano, De Orat. Dom., 23: PL 4, 553)” (Lumen Gentium, 7 et 4).

3. Così, cari fratelli e sorelle in Cristo, vorrei ringraziarvi, e di tutto cuore, di aver risposto all’invito fraterno che vi era fatto, e di avere dato generosamente una parte del vostro tempo e dei vostri lavori, e questo in modo esemplare, visto il carattere ecumenico e interdisciplinare delle vostre ricerche, condotte in un impegno di intelligenza della fede. Perché l’uomo di fede non è in niente limitato da ciò che egli crede. Al contrario, la nostra fede allarga i nostri orizzonti di pensiero e sollecita la nostra riflessione esigente. E io vorrei, da parte mia, che tali incontri si moltiplicassero, tanto è grande il loro bisogno oggi. Ai nostri giorni infatti, sessioni di ricerca, lavori di seminari, congressi di studio sono divenuti più indispensabili che nel passato, tanto si è ampliato il campo delle ricerche e si sono precisati i metodi di ricerca, tanto è forte l’aspirazione a comunicare con gli altri ricercatori e insegnanti di tutti i continenti. Sì, lo dico con convinzione, il lavoro teologico serio e competente è più che mai necessario alla Chiesa e a tutti i fedeli per sostenere la loro fede.

Già il mio predecessore Paolo VI lo diceva, in occasione del quinto anniversario della chiusura del Concilio ecumenico Vaticano II: “All’indomani di un concilio che fu preparato da numerose acquisizioni del sapere biblico e teologico, resta da fare un lavoro considerevole, in particolare per approfondire la teologia della Chiesa e per elaborare un’antropologia cristiana a misura dello sviluppo delle scienze umane e delle questioni che esse pongono all’intelligenza credente” (Paolo VI, Iam Quinque Annos). Troppe volgarizzazioni superficiali e insufficientemente fondate sono in grado di scuotere la fede del popolo cristiano, questa fede dei santi concili, trasmessa dalla tradizione vivente della Chiesa, autentificata dal suo magistero, che ha ricevuto a questo fine, secondo sant’Ireneo, “un carisma certo di verità” (S. Ireneo, Adversus Haereses, IV, 26, 2: PG 7, 1053).

La fede non ha niente da temere dal lavoro dell’intelligenza teologica, essa al contrario lo richiede, purché sia condotto con il rigore che si impone a dei ricercatori e lo spirito di fede senza del quale non c’è teologia degna di questo nome. Gli scambi che stimolano i vostri lavori non sono, del resto, le migliori garanzie della loro qualità, come l’impegno che avete di avvantaggiarne con discernimento tutto il Popolo di Dio? L’Apostolo lo diceva ai suoi cari Corinzi: “A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data in vista del bene comune” (1 Cor 12, 7). È in effetti, secondo l’espressione del Concilio ecumenico Vaticano II, “in questo senso della fede risvegliato e nutrito dallo Spirito di verità che il Popolo di Dio, fedelmente sottomesso alla condotta del magistero sacro, accoglie veramente, non già una parola umana, ma la Parola di Dio (cf.1 Ts 2, 13), che aderisce indefettibilmente alla fede che fu una volta per tutte trasmessa ai santi (cf. Gdc. 3), che approfondisce correttamente questa stessa fede e la mette più pienamente in opera” (Lumen Gentium, 12).

4. Auguro dunque di tutto cuore che i vostri lavori siano ampiamente di aiuto ai cristiani, altrettanto bene sul piano della ricerca disinteressata della verità che sul piano della sua messa in pratica, quotidianamente, nella vita della Chiesa attraverso il mondo. I vostri studi hanno contribuito a mettere in rilievo questa azione multiforme dello Spirito Santo, all’opera dalle origini fino alla fine dei tempi, “che riempie l’universo” (Sap 1, 7), come anche questo universo interiore dei nostri animi di cui egli è l’ospite invisibile, nello stesso tempo in cui esso vivifica l’insieme della Chiesa. Evocato dai simboli più espressivi dell’acqua, del vento e del fuoco, fonte di vita, forza di animazione, e principio di purificazione, è questo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede né lo riconosce, ma che voi conoscete, ci dice san Giovanni, perché egli abita in voi (cf. Gv 14, 17).

L’avete visto all’opera nell’Antico Testamento e nel Nuovo, all’origine della missione dei profeti e degli apostoli, al punto di inizio della Creazione, al principio dell’Incarnazione, al cuore della Redenzione. Avete studiato i Padri greci e quelli latini, i simboli e le professioni di fede, la tradizione orientale e la tradizione occidentale. Avete fatto conoscere i diversi insegnamenti in materia di pneumatologia, che sia cattolica, ortodossa, luterana, riformata, anglicana o metodista. Avete contemplato con meraviglia le ricchezze della teologia e i tesori della spiritualità cristiana. Avete scrutato il mistero dei rapporti del Padre, del Figlio e dello Spirito attraverso la difficile lettura delle versioni orientale e occidentale del simbolo della fede. Avete riflettuto sull’uomo, così come l’antropologia biblica ce lo rivela, “sarx e pneuma” (carne e spirito). Avete visto lo Spirito al punto di partenza della missione come al cuore della vita della Chiesa. L’avete contemplato all’opera, sia per sostenere istituzioni ecclesiali che per suscitare i carismi nelle comunità cristiane, per dare alla Chiesa i ministeri di cui essa ha bisogno per sostenere la sua vita di fede, al cuore del senso della fede di tutto il Popolo di Dio. Mistero trinitario, mistero del Cristo, mistero della Chiesa! Ovunque, voi avete ritrovato con meraviglia questo dinamismo di gioia di cui la fonte é lo Spirito e di cui lo slancio missionario riempie il tempo e lo spazio, per formare il nuovo Popolo di Dio e incamminarlo verso la sua pienezza escatologica: “A questo scopo, ci dice il Concilio ecumenico Vaticano II, Dio invierà lo Spirito del suo Figlio, Signore e Vivificatore, che è, per tutta la Chiesa e per ciascuno dei credenti, principio di riunione e di unità nell’insegnamento degli Apostoli, nella comunione, nella frazione del pane e nelle preghiere (cf. At 2, 42)” (Lumen Gentium, 13).

Agendo al cuore della vita sacramentale e liturgica, ispiratore della legge nuova, promotore dell’azione missionaria, artigiano e restauratore dell’unità, lo Spirito Santo è anche misteriosamente presente nelle religioni e culture non cristiane. E anche questo voi avete cercato di esplicitare. L’azione dello Spirito Santo può suscitare un progresso a partire da addentellati, progresso che essi implicano, e lo stesso Concilio Vaticano II invita i figli della Chiesa presenti in questi raggruppamenti umani a “essere familiari con le proprie tradizioni nazionali e religiose, (a) riscoprire con gioia i semi del Verbo che vi si trovano nascosti” (Ad Gentes, 11).

Dello Spirito Santo anche, si potrebbe dire, ciascuno ne ha la sua parte, e tutti l’hanno tutto intero, tanto la sua generosità è inesauribile. Nell’esperienza delle Chiese, esso è il fermento invisibile, che si riconosce dai suoi frutti, quali san Paolo ci aiuta a discernere nella vita spirituale dei cristiani: nella loro preghiera che ritrova il suo senso di lode e di gratitudine, e insieme la sua audacia fiduciosa; nelle comunità viventi, piene di gioia e di carità, che lo Spirito Santo suscita e trasfigura; nello spirito di sacrificio; nell’apostolato coraggioso e nell’azione fraterna al servizio della giustizia e della pace. In tutto, lo Spirito Santo stimola la ricerca del senso della vita, il perseguimento ostinato del bello, del bene al di là del male; lo si riconosce attraverso la speranza della vita che sgorga più forte della morte, e attraverso questa acqua zampillante che mormora già in noi: “Vieni verso il Padre”.

Lo Spirito Santo agisce nelle persone - nelle più semplici come in quelle che sono di un rango più elevato - e nelle comunità, a cominciare dalle piccole Chiese domestiche che sono le famiglie. È a lui che si deve il risveglio delle vocazioni nella Chiesa - vocazioni di preti, di religiosi, di persone consacrate, di laici apostoli -, ma più in generale il risveglio della vita cristiana concepita come vocazione. Sì, grazie a Dio, si assiste oggi a un tale risveglio, e si ricorre più volentieri allo Spirito Santo! Bisogna parlare, a questo proposito, della necessità di una sana teologia, d’una sana ecclesiologia, che mostri il posto dei carismi nell’unità della Chiesa, in unione con i ministeri istituiti dallo Spirito, e di una profonda teologia spirituale.

Con voi, io spero che gli studi di questo Congresso contribuiranno a rafforzare in tutti saggezza, fiducia, gioia e speranza, nella fede in questa presenza dello Spirito Santo, di cui voi avete valorizzato, certo, il contesto culturale, storico e teologico, ma anche la portata ecumenica e la finalità salvifica. Auguro che i pastori ne escano rafforzati, nell’esercizio del loro ministero e del loro magistero, che i teologi ne siano incoraggiati nel proseguimento dei loro lavori, che tutti i fedeli ne siano confermati nella loro fede, e che tutti coloro che non la condividono ne risentano come un segreto desiderio e un’ardente attesa.

5. C’è una grazia speciale che noi aspettiamo dallo Spirito Santo e sulla quale io mi permetto di insistere. Il Concilio Vaticano II riconosce che nella nostra epoca, lo Spirito Santo, “principio dell’unità della Chiesa”, sta suscitando presso i credenti di diverse confessioni cristiane un movimento crescente verso la piena comunione nella stessa fede (Unitatis Redintegratio, 1.2.4). L’ecumenismo è prima di tutto un “movimento spirituale”; è per questo che non può nascere né mantenersi senza la “conversione interiore” del “cuore”, vale a dire senza il rinnovamento permanente al quale la Chiesa è chiamata da Cristo (cf. Ivi, 6). Conversione a una “speranza contro ogni speranza” (cf. Rm 4, 18) e alla carità fraterna (cf. Unitatis Redintegratio, 7.12). La piena unità dei cristiani non è un avvenimento che la ragione umana possa prevedere: noi possiamo solamente sperarla come un dono dello Spirito di Cristo. Non ci è neanche possibile conoscere in anticipo i cammini concreti che permetteranno di raggiungere l’unità futura, così attesa, di tutte le Chiese cristiane. Qui ancora, “lo Spirito viene in soccorso alla nostra debolezza; perché noi non sappiamo neanche cosa domandare; ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili” (Rm 8, 26). Per ciò che ci concerne noi non dobbiamo che affidarci senza riserve alla guida misteriosa dello Spirito Santo.

6. Vi posso ben confidare, terminando, che il Papa stesso prega ardentemente lo Spirito Santo: per mettersi al suo ascolto nell’accoglimento della Parola di Dio e della tradizione vivente della Chiesa, ma anche nella preghiera personale, per essere docile alle indicazioni dello Spirito Santo, per servirlo con la più grande disponibilità, al fine di realizzare l’opera che egli affida al successore di Pietro, per il bene di tutta la Chiesa, per la sua fedeltà, la sua unità, il suo rinnovamento spirituale; e questo in unione con i pastori della Chiesa. Pregate anche per me. Ieri, festeggiando l’Annunciazione del Signore, abbiamo contemplato Maria, in cui il Verbo di Dio si è fatto carne per opera dello Spirito Santo. Ella è come la sposa dello Spirito Santo, tutta disponibile per accogliere e realizzare la sua opera. Che Ella ci ottenga da Dio una disponibilità sempre più grande a questo Spirito.

Ho cominciato con san Paolo. Permettetemi di terminare con lui: “Non contristate lo Spirito Santo di Dio, che vi ha segnati con il suo sigillo per il giorno della redenzione” (Ef 5, 30). “Poiché lo Spirito è la nostra vita, che lo Spirito ci faccia anche agire” (Gal 5, 25).

Con questo augurio pieno di affetto, imploro su voi la benedizione di Dio: che Dio onnipotente vi benedica, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo!

                                                             

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