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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AD UN PELLEGRINAGGIO DELLA DIOCESI DI AGRIGENTO

Sabato, 27 marzo 1982

 

Fratelli e sorelle carissimi!

1. Siete venuti a Roma, insieme col vostro Vescovo, Monsignor Luigi Bommarito, per dirmi il vostro grazie per la beatificazione del vostro condiocesano, il domenicano Fra Giacinto Giordano Ansalone, nato nella vostra diocesi, nella città di santo Stefano Quisquina.

Sono sinceramente lieto per questo incontro, che mi fa ricordare la solenne cerimonia, svoltasi a Manila il 18 febbraio dello scorso anno, nel corso del mio pellegrinaggio apostolico in Estremo Oriente, quando, dinanzi ad una immensa folla di fedeli festanti e commossi, ho dichiarato beati il vostro concittadino ed altri sedici religiosi dell’Ordine Domenicano e laici cristiani, che per la fede subirono il martirio in Giappone tra il 1633 ed il 1637. Oggi ho la felice occasione di rivolgermi ai figli di quella terra generosa, che ha avuto la fortuna e l’onore di dare alla Chiesa un grande missionario ed un coraggioso testimone del messaggio evangelico.

2. Il Beato nasce - come è noto - il 1° Novembre del 1598 nella ridente cittadina menzionata, ed è battezzato lo stesso giorno ricevendo il nome di Giacinto, in onore di san Giacinto Odrawatz di Cracovia, il grande domenicano morto nel 1257, iniziatore delle missioni domenicane della Rutenia, e canonizzato da Clemente VIII nel 1594.

Giacinto Ansalone fin dall’adolescenza sente di esser chiamato da Dio nell’Ordine dei Frati Predicatori. Nel 1615 nel convento domenicano di Agrigento riceve l’abito religioso e, nello stesso tempo, un nuovo nome, quello di Giordano, in onore del beato Giordano di Sassonia. Arde di un solo, grande desiderio: recarsi nei Paesi lontani per predicare Cristo. Inviato in Spagna, sente parlare della grande persecuzione che in Giappone infuria contro i cristiani. C’è bisogno di missionari, che sostituiscano i vuoti lasciati da chi ha già dato la vita. Fra Giordano vibra di fervore; vuole andare a sostenere, aiutare, rinvigorire quella giovane Chiesa tormentata. E finalmente nel 1625 può partire. Dopo una tappa di alcuni mesi a Città del Messico, salpa per Manila: qui riceve il compito di predicare nelle missioni di Cagayan, al nord dell’isola di Luzon; dopo un anno è destinato all’ospedale di san Gabriele di Binondo alla periferia di Manila, ove si prodiga per la cura e l’assistenza materiale e spirituale degli infermi. Nell’estate del 1632 può finalmente imbarcarsi per il Giappone, dove fra continui pericoli comincia a svolgere nella clandestinità il suo instancabile apostolato, assistendo quella cristianità che si trova nella tempesta della persecuzione. Ai primi di agosto del 1634 viene arrestato vicino a Nagasaki: è tenuto per tre mesi e mezzo in una grande gabbia; sottoposto a varie, terribili torture; andando verso l’estremo supplizio porta attaccato alle spalle il cartello con la motivazione della condanna: ha predicato ed insegnato la dottrina di Cristo in Giappone! Dopo sette giorni di agonia raggiunge in cielo quel Gesù, che sulla terra ha amato per tutta la vita: è il 17 novembre del 1634. Il martire ha 36 anni.

3. La scarna sintesi della vicenda umana del beato Giordano, spesa tutta instancabilmente per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime, è una ulteriore conferma della ben nota affermazione di Tertulliano: “semen est sanguis Christianorum” (Tertulliano, Apologeticus, 50: Ed. Rauschen, p. 141). Il sangue dei Cristiani è un seme! Coloro che uccisero il beato Giordano credettero di eliminarne il ricordo, bruciando il suo corpo e spargendo le ceneri nel mare. Ma egli, vivendo eternamente in Dio, continua ad essere una guida ed un esempio, per quanti ancora cercano Dio e la verità, nell’ambito delle religioni non cristiane e per quanti, segnati dal Battesimo, debbono nel loro pellegrinaggio terreno, giorno dopo giorno, rendere pubblicamente ragione della loro speranza cristiana (cf. 1 Pt 3, 15).

La sanguinosa e gloriosa testimonianza resa dal beato Giordano Ansalone e dai suoi compagni Martiri non può rimanere semplicemente una edificante e commovente pagina di storia della Chiesa, ma deve ricordare al cristiani di oggi - e in particolare a voi, suoi concittadini - che la coerente testimonianza evangelica è una componente fondamentale dell’esser cristiani, e che i fedeli della fine del secondo Millennio del Cristianesimo devono essere autentici missionari, non solo nella generosa disponibilità a seguire la chiamata di Dio per l’evangelizzazione di terre lontane, ma altresì nell’impegno continuo, quotidiano per la realizzazione di tutte le esigenze, che il Vangelo di Gesù comporta nella vita personale, familiare, professionale, sociale.

Siate pertanto, ad imitazione del vostro Beato, cristiani di fede profonda, di forte speranza, di carità operosa, legittimamente fieri di aver dato alla Chiesa un Martire, cioè un autentico testimone - fino al dono della propria vita - della Morte e della Risurrezione di Gesù.

Con tali auspici, invoco su di voi dal Signore, per l’intercessione del beato Giordano Ansalone, l’effusione di abbondanti favori celesti, mentre vi imparto di gran cuore la mia benedizione apostolica, che estendo ai vostri cari, ai fedeli di santo Stefano Quisquina, ed alla diocesi di Agrigento. 

                                      

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