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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN PORTOGALLO
(12-15 MAGGIO 1982)

INCONTRO CON I VESCOVI DEL PORTOGALLO

DISCORSO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Fatima
Giovedì, 13 maggio 1982

 

Venerabili e cari fratelli nell’Episcopato.

1. Qui a Fatima, nell’ambiente dove la vostra Conferenza Episcopale usa celebrare le sue abituali riunioni, il successore di Pietro ha oggi la fortuna e la gioia di incontrarvi e di riunirsi con voi. Questa circostanza, per se stessa secondaria, riveste però un significato: essere qui fisicamente in mezzo a voi fa diventare concreto il sentimento di quando fui qui spiritualmente e qui rimarrò d’ora in avanti, sempre in questo luogo dove vi riunite collegialmente.

In quanto a me, voglio approfittare di questa ora di convivio fraterno, nel programma della mia pellegrinazione a Fatima e visita pastorale in Portogallo, per riflettere con voi su alcuni aspetti della missione come Pastori del vostro popolo e sulla Conferenza Episcopale. Il Concilio Vaticano II, come ben sapete, elevò l’importanza delle Conferenze Episcopali come elemento di comunione e espressione degli “affectus collegialis” dell’Episcopato in se stesso, in dipendenza ed unito con il successore di Pietro.

È in questa unione affettiva che oggi vi saluto, qui, amati fratelli, con bacio di pace: saluto il signor Presidente, Dom Manuel de Almeida Trindade, e ognuno di voi, Vescovi che formate la Conferenza Episcopale Portoghese.

La presenza viva e sentita di nostra Signora in questo Santuario contribuisce a dare al nostro incontro una espressiva immagine di quella “sala superiore”, dove, dicono gli Atti degli Apostoli, gli Undici “erano assidui alla preghiera con Maria, Madre di Gesù” (cf. At 1, 14) e dove, probabilmente, Pietro e gli altri apostoli si trovavano con nostra Signora nella mattina della Pentecoste.

Questo momento breve ma denso che viviamo, qui, “con Maria”, sia per noi e per la Chiesa del Portogallo tempo di vera Pentecoste. Per questo ci assista con la sua luce e con la sua forza lo Spirito del Padre e del Figlio.

2. Per quanto mi è possibile conoscere la realtà umana del vostro Paese, dal contatto con alcuni di voi e con i vostri fedeli a Roma, mi hanno impressionato alcuni aspetti legati soprattutto al momento storico che il Portogallo sta vivendo.

Si tratta certamente di un momento di transizione. E come in tutti i momenti di transizione, soprattutto quando questa per essere rapida e profonda, assume le vere caratteristiche di trasformazione culturale, si presentano - a volte alternativamente, altre volte confusamente - entusiasmo e ansietà, audacia e paura, apertura ad un futuro affrontato con ottimismo e necessità di riaffermare, se non di recuperare, i solidi valori del passato. Tali valori, non raramente, sono sacrificati nei momenti di euforia.

Ammiro in questo Portogallo, desideroso di essere una nazione moderna, inserita nell’Europa contemporanea, la interessante coesistenza di caratteristiche tradizionali, con radici in una storia molto antica e ricca di tradizioni, con altre caratteristiche dipendenti dall’apertura al futuro.

Quanto alla problematica pastorale, forzatamente influenzata da quello che succede sul piano umano e civile, non mi sorprende di scorgere nel Portogallo attualmente una notevole convivenza di un profondo sentimento religioso, del quale le moltitudini che sto vedendo in Fatima sono appena un aspetto, ma che si manifesta ancor più nella vita delle parrocchie di certe zone del Paese e, d’altra parte, un innegabile segno di quello che, per abbreviare, denominerei secolarizzazione: agnosticismo negli ambienti intellettuali, universitari e di larga parte della gioventù; una certa concezione di vita o un certo umanesimo senza Dio; gravi problemi nell’ambiente familiare, soprattutto per quello che si pensa rispetto alla indissolubilità del matrimonio; allentamento della coscienza morale e conseguente rilassamento dei costumi; ricerca del benessere a qualunque prezzo, ecc.

La Chiesa, per quello che esiste di spirituale e religioso, di etico e umano in queste realtà non le può ignorare. Essa possiede criteri e argomentazioni che la portano a prendere posizione davanti ai molti problemi concreti che produce questa congiuntura di transizione o, più esattamente, di trasformazione. Essa ha interesse a non lasciarsi sconvolgere dalle contraddizioni e dalle sfide che presenta tale congiuntura.

Al contrario, cerca d’identificare queste sfide per poter dare una risposta prima che diventino insolubili.

3. In questo punto i Pastori della Chiesa hanno un ruolo di primaria importanza che, in virtù del carisma episcopale e di un mandato di Dio, appartiene solo a loro. Nessuno assumerà questo ruolo, se essi non lo assumeranno.

Questa carica di Vescovo è legata profondamente con il carisma di Pastore, uno dei principali doni della vocazione episcopale.

Se il tempo non fosse breve e il programma non incalzasse cederei al desiderio di scendere con voi nelle profondità di questo carisma, così come lo rivela san Giovanni nell’ammirevole capitolo X del suo Vangelo. In una parabola e nella rispettiva spiegazione, Gesù parla del Pastore alla luce della sua condizione di Buon Pastore. Ci sarebbe molto da dire sul Pastore che conosce le pecore per nome; che per loro dà la vita; che le difende contro i ladri, o contro il lupo. Potremo rileggere insieme sant’Agostino o san Gregorio Magno, in alcune delle loro pagine più belle sui pascoli, che il primo chiama “officium amoris” e il secondo, riferendosi alla cura delle anime, chiama “ars artium”.

Qui voglio appena sottolineare una funzione del Pastore: quella di guidare il gregge. Guidare è andare avanti. Avanti per conoscere il cammino; misurare la profondità dei torrenti, scoprire i pericoli, garantire il cammino; avanti per stimolare ed infondere coraggio; avanti per indicare la via sicura ed evitare disguidi. Nelle fasi di instabilità e trasformazione, è indispensabile e preziosa la funzione di queste guide ed è benedetto il popolo che le trova nei suoi Vescovi.

Se per grazia dello Spirito Santo, e per le virtù e doti coltivate con fatica e preghiera e per la solida preparazione, i Vescovi di un paese saranno capaci di discernere, con chiaroveggenza, il succedere degli avvenimenti, molti troveranno fra loro quello che, nel mezzo delle realtà ambigue, perché polivalenti, faccia la critica delle situazioni, delle tendenze, delle correnti di pensiero e delle ideologie e arresti così il cammino incerto. Se le guide sono padri, sapranno spingere a seguire nuovi cammini, anche se difficili, abbandonando le attrattive dei sentieri più facili, ma quasi sempre ingannevoli.

La Chiesa, e specialmente questa sua parte che è in Portogallo, e quella sulla quale pesa l’onere del sommo pontificato sanno che voi, Vescovi portoghesi, siete coscienti della vostra missione di Pastori e guide. Continuate a metterla in pratica senza esitazioni, soprattutto quando si tratta di indicare la via sicura, fra il groviglio dei possibili cammini.

A questo proposito, ripeto che la Chiesa non si arroga il diritto di imporre a nessuno la sua dottrina; ma ha il diritto-dovere di proporla, con umiltà e con amore. Parafrasando Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi, posso dire che, se noi Vescovi proporremo con chiarezza la via della Chiesa, chi, per preconcetto disprezzerà tale proposta può peccare, ma la nostra coscienza non ci rimprovererà di niente. Se, al contrario, per stanchezza o timore, rispetto umano o incertezza delle proprie convinzioni, tralasceremo di esporre quello che sappiamo essere la verità, chi per questa causa rimane nell’ignoranza del Vangelo e di Cristo, forse non pecca, ma noi non saremo senza colpa.

4. A una determinata altezza il carisma del Pastore-guida s’incontra profondamente unito a quello di educatore della fede. Guidare una persona o una collettività, orientare un processo di trasformazione, è nella prospettiva di un Vescovo, educare alla fede.

Quanto più osservo la fede del vostro popolo, soprattutto della gente semplice, tanto più ammiro le radici antiche che essa radica nell’anima della gente. Per la sua spontaneità e sincerità, per i cenni concreti che suscita e per le attitudini che provoca nelle relazioni con Dio e con il suo Figlio Gesù, con la sofferenza e con la propria morte, con le altre persone e con gli avvenimenti, con il mondo presente e con il futuro. Dall’altra parte, vedo questa fede esposta ai pericoli e perfino, come scrisse Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi, assediata da molte forze corrosive, minacciata nella sua integrità e perfino nella sopravvivenza; questo perché, per talune circostanze storiche, che qui non possiamo analizzare, questa fede non è sempre così solida quanto spontanea, né tanto profonda quanto sincera.

Il vostro primo impegno innanzi alla fede del vostro popolo, è riconoscerla e apprezzarla; di rispettare le sue manifestazioni autentiche; di difenderla contro i fermenti che la mettono in pericolo; di rinforzarla, liberandola da eventuali elementi di credenze e superstizioni e dandole un contenuto più dottrinale. In una parola, è l’impegno di educarla alla luce della Parola di Dio e del Magistero della Chiesa, di nutrirla con una vera catechesi. Riconoscendo gli sforzi che avete fatto e fate per incrementarla, vi esorto a proseguire nel cammino, soprattutto per quello che si riferisce alle iniziative in relazione con la formazione cristiana dei giovani e degli adulti.

Non è meno minacciata la fede dei figli di questa Nazione che, istruiti nelle scienze, nelle tecniche e nelle arti, avrebbero bisogno di avere il livello della Fede stessa corrispondente a quello del sapere umano. Tanto più, che grazie al proprio “status” intellettuale, saranno chiamati ad occupare posti di responsabilità, di influenza e di decisioni, nella società civile.

Sono diverse, nei due casi, le esigenze e i mezzi per approfondire la fede, ma uguale è il dovere dei Pastori. Con lo sforzo che avete fatto e continuerete a fare, come maestri di fede, per farla diventare nei vostri fedeli più cosciente e meno condizionata, più radicata e meno superficiale, più impegnata e meno individualista, più operante e meno intimista, procurerete non solo un beneficio per loro, ma anche un beneficio per la società. Questo vale specialmente per quelli che, nei più diversi settori, sono investiti di responsabilità sociali.

Non vi paralizzi, poi, il pensiero di per sé giusto, che non è di vostra competenza, come Vescovi, dare contributi tecnici, di ordine politico o economico, per la trasformazione sociale del vostro Paese. Abbiate la certezza che, esercitando il vostro magistero ed educando alla fede le persone e le comunità che vi sono state affidate da Dio, state preparando cristiani che, trasformati interiormente, trasformeranno il mondo, attraverso soluzioni tecniche che proprio a loro compete offrire alla comunità.

In questa linea di comportamento, la Chiesa possiede e fa conoscere un umanesimo fondato nella Verità rivelata, una visione del mondo basata sul Vangelo, una scala di valori illuminata dalla fede. Non temete e non esitate ad assumere tutto questo, sicuri di star realizzando, come maestri di fede, un servizio agli uomini.

5. È impossibile non sfiorare, a questo punto, un altro aspetto di particolare interesse della missione episcopale. Mi riferisco al vostro ruolo di costruttori, garanti e mantenitori della comunità ecclesiale.

Con parole chiare e incisive il Divino Maestro, nell’ora suprema dell’addio agli Apostoli, espresse il valore teologico e spirituale dell’unità della Chiesa. La Storia, a sua volta, ha dimostrato ripetutamente che la Chiesa è portatrice di un grande potenziale di energia, e rivela prodigiosa efficacia nella sua missione quando dà testimonianza di unità; e che, disgraziatamente, rimane paralizzata, quando le manca questa testimonianza. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione dogmatica Lumen Gentium, inquadra molto felicemente questa dimensione ecclesiale, nel definire la Chiesa come comunione dei fedeli con Dio e tra loro, per essere come conseguenza, germe, principio e fermento di comunione nel seno dell’umanità.

La vostra missione di Vescovi è di essere principio e segno di questa comunione, e di esserne artefici pazienti e perseveranti.

Come è ovvio, comunione in primo luogo dei Vescovi tra loro e nel seno della Conferenza Episcopale. Il servizio pastorale che esercitate esige, al livello più profondo, una solida comunione tra di voi. Fondamenta di questa comunione, ben più forte di quello che potrebbe dividervi, sono l’unico Signore che vi ha chiamato, l’unica verità che servite, l’unica salvezza in Gesù Cristo che annunciate e la carità fraterna che vi mantiene uniti. Che l’impegno collegiale e di collaborazione, del quale avete dato testimonianza in molte occasioni nel passato, continui a essere incrementato con lo studio comune e la singola iniziativa locale di sviluppo nazionale, in spirito di vera responsabile comunione.

È in seno ai vostri Presbitèri che si prolungherà la edificazione della comunità ecclesiale.

I documenti conciliari fecero nuova luce sull’antica realtà del collegio presbiteriale riunito intorno al Vescovo nel governo pastorale di ogni Chiesa. Preconizzando la creazione del Consiglio Presbiterale e raccomandando altri modi di collaborazione, il Concilio vuole che si traduca in gesti e azioni concrete l’armonia tra il Vescovo e i suoi padri come la Liturgia e Teologia hanno sempre espresso con ammirevoli concetti.

Per essere affettiva ed effettiva allo stesso tempo, questa comunione deve essere cercata e coltivata ogni giorno. Essa esige sforzi da ogni parte e non di rado il superamento di barriere e resistenze. La testimonianza chiara e visibile di questa comunione è portatrice di stimoli per la comunione ad altri livelli.

In secondo luogo, penso alla comunione che, per mezzo dei vostri presbiteri, si deve creare tra i fedeli.

Vi sono molti focolai di tensione che rendono fragile e instabile questa comunità. L’etichetta di “conservatori” e “progressisti”, le opzioni tra una visione della Chiesa più spirituale e altra di maggior impegno, o la preferenza per questo o quel movimento ecclesiale: non è raro che tutto questo e molto di più ancora sia occasione di rotture profonde nella comunità ecclesiale. Senza parlare della tentazione, sempre viva, di creare o per lo meno lasciare che si creino nella Chiesa opposizioni e confronti di classe che esplodono funestamente nella società.

È dovere dei Vescovi, in unione con il loro Presbiterio, non solo di non aggravare i fermenti di divisione, ma di rinforzare i vincoli di unità. La costituzione della comunione ecclesiale non consiste - come ben sapete - nel disconoscere o minimizzare i conflitti, i germi di separazione. Consiste nel rivelare e far prevalere con tal credibilità le forze di comunione, nel creare e mettere in azione questi fermenti di unità affinché le cose che uniscono siano poi ben più importanti di quelle che dividono.

A questo punto lo sforzo sostenuto da un Vescovo per costituire l’unità, sarà compensato dalla luminosa testimonianza di questa stessa unità.

6. Non voglio chiudere queste considerazioni senza confidarvi qualche speranza, nella certezza che essa corrisponda alle vostre ansie e che il nostro incontro vi stimolerà a intensificare gli sforzi nei campi che ora ricordo.

Il primo campo è quello delle “vocazioni per il ministero presbiteriale e per la vita consacrata”.

La Chiesa si è abituata a ricevere dal vostro Paese numerosi sacerdoti e religiosi o religiose, disponibili per il servizio ecclesiale, sia nella vostra stessa patria, che nell’attività missionaria in altri Paesi.

Sarebbe assurdo pensare che Dio non chiama più, in Portogallo, come nelle altre terre, giovani cristiani, capaci e generosi, per il ministero sacerdotale o per la vita religiosa. Importa ed è urgente saper chiamare questi giovani proponendogli un ideale esigente ma chiaro, una identità ben definita, un campo di azione capace di indicargli il dono per tutta la vita. I Vescovi, più di qualsiasi altro, devono assumere l’impegno di far arrivare al maggior numero possibile di giovani cristiani l’invito di Cristo; e dopo l’impegno, non minore, di proporgli un quadro di formazione, un appoggio al loro ideale e una tale prospettiva di impegno della vita, dal quale essi si lascino trascinare.

Continuate a prestare la massima attenzione alla “catechesi”. Solo essa, se sarà ben orientata, nel metodo e nei contenuti, potrà assicurare al vostro popolo la possibilità di crescere nella fede.

Avete nei Vescovi portoghesi, del passato antico e recente, modelli di Pastori attenti alla necessità della catechesi e dedicati a promuoverla nei loro fedeli, con senso di opportunità, estrema attenzione quanto alle verità da trasmettere e sensibilità pastorale alla ricerca del linguaggio adatto alle persone da catechizzare. Come simbolo evoco la figura ammirevole del venerabile frate Bartolomeu dos Martires, il grande Arcivescovo di Braga, protagonista nel Concilio di Trento, ricco di virtù e di zelo apostolico.

7. Divido con voi, infine, la mia preoccupazione pastorale in quanto alla “famiglia” ed ai suoi valori autentici.

Ho coscienza di trovarmi in un Paese che ha sempre considerato l’istituzione familiare e gli autentici valori della famiglia come pilastri della sua civilizzazione. È risaputo che, al centro della cultura che il Portogallo irradiò oltre le sue frontiere, e nello scoprire nuovi mondi, si trovò sempre l’amore e il rispetto per questi valori.

Come ebbi modo di notare nella esortazione apostolica Familiaris Consortio, questi valori non perdono la loro attualità: per essi passa il cammino per un umanesimo pieno e cristiano; e l’insufficiente coltivazione degli stessi è certamente una delle radici della grave crisi morale che inquieta tutti noi.

La trasformazione, alla quale prima mi sono riferito, caratteristica dell’attuale momento storico del Portogallo, tocca direttamente la famiglia. La chiama come interlocutrice per riconoscere e riconfermare i suoi veri valori e spogliarsi dei falsi valori che, per sventura, si fossero in essa infiltrati. La tocca anche, colpendola in quello che le è essenziale: la comunione interpersonale, l’amore come dono di se stessi, come mutuo aiuto, come perdono e come autosuperazione, l’unità, l’eternità, la fedeltà e la fecondità di questo amore, l’intimità e la generosità del focolare, il rispetto unito alla stima e l’affetto nell’educazione dei figli, ecc.

Voglio invitarvi a dare sempre un posto importante alla famiglia nelle vostre preoccupazioni di Pastori e guide. Continuate a esaminare insieme qual è la reale situazione della famiglia nelle varie classi sociali di questo Paese: i grandi valori che in essa esistono, i mali che l’affliggono e gli aiuti che essa richiede. E, con l’ampia cooperazione delle varie istanze competenti, ecclesiali o extra-ecclesiali, elaborate un piano a lungo termine non solamente per la difesa e la salvaguardia, ma anche e soprattutto per la promozione positiva della famiglia. Ho incluso in questa Pastorale familiare tutti i settori, dall’educazione all’amore fino all’aiuto da dare alle famiglie scosse da crisi più o meno gravi e profonde.

Già sapete che, nell’incentivare quanto avete realizzato su questo punto, offrirete con la vostra specifica missione un notevole servizio alla Chiesa, la quale ha nelle famiglie le sue cellule vive. Indirettamente, beneficerete, in questo campo, anche la società portoghese.

Venerabili e amati fratelli.

Ringrazio Dio che, sempre ricco di grazie, mi ha offerto questo incontro con voi. Non occorre ripetervi che, nella vita e attività del Papa, i momenti che passa con i suoi fratelli Vescovi, trattando con essi le questioni essenziali della vita e l’azione della Chiesa, in una linea di corresponsabilità collegiale vivida, sono i più densi. Egli non può dimenticare che, nel definirlo come principio visibile di unione, la Lumen Gentium aggiunge che egli lo è, prima di tutto, per i Vescovi.

Per questo, dopo aver ringraziato Iddio, voglio ringraziare anche voi, per aver voluto questa riunione. A ognuno di voi ed alla Chiesa locale rappresentata da ognuno di voi, al suo presbiterio, ai suoi religiosi e religiose, alle vostre famiglie e persone, va il saluto del mio cuore e di cuore vi benedico “in Domino”. Chiedo a Dio che vegli sopra di voi, sulle vostre ansie pastorali, sui vostri successi e le vostre fatiche. Che egli vi assista nel vostro lavoro e vi benedica sempre.

E da queste alture di Fatima, che nostra Signora vi protegga sotto il suo occhio materno, in quanto in tutto il Paese vi dedicate alla costruzione del Regno di suo Figlio.

 

© Copyright 1982 - Libreria Editrice Vaticana

 

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