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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI RAPPRESENTANTI DELLA STAMPA INTERNAZIONALE

Sabato, 22 maggio 1982

 

Egregi Signori dell’Associazione Stampa Estera in Italia,
Giornalisti accreditati presso la Sala Stampa della Santa Sede e Rappresentanti della Stampa cattolica italiana.

1. Vi sono cordialmente grato per questa visita, che mi rinnova la gioia di intrattenermi con una qualificata rappresentanza del mondo dell’informazione, gioia già provata in altri incontri con i vostri Colleghi, e anche con molti di voi, sia in occasione dei miei pellegrinaggi apostolici, sia in questa stessa Sede romana. Ho sempre attribuito particolare importanza a questo genere di incontri, perché ritengo di vitale interesse per una convivenza che voglia dirsi civile il responsabile esercizio dei compiti connessi con la vostra professione. Colgo pertanto volentieri anche questa occasione per riflettere, insieme con voi, sulla natura e sulle finalità della vostra missione di informatori e per animarvi a perseverare con rinnovato impegno nell’adempimento leale e generoso dei doveri ad essa inerenti.

A questo proposito mi piace richiamare alla vostra attenzione un documento del Concilio Vaticano II, che non sempre è stato ben compreso e adeguatamente applicato. Intendo riferirmi al decreto conciliare “Inter Mirifica” su gli strumenti della comunicazione sociale, che in un suo denso paragrafo, il quinto, traccia quasi un trattato sull’informazione, precisandone la nozione e stabilendone la conseguente normativa etica.

L’informazione vi è definita quale ricerca e diffusione pubblica e tempestiva degli eventi, tradotti in notizia. Vi si enuncia poi categoricamente il diritto all’informazione come insito nell’odierna società umana e di esso si individuano le cause remote nell’odierno sviluppo della società stessa e nelle sempre più strette relazioni d’interdipendenza tra i membri di essa. Se ne precisa quindi lo scopo ultimo, che è quello di offrire agli uomini d’oggi la conoscenza adeguata e continua degli eventi, che è ad essi necessaria o utile per contribuire efficacemente al bene comune e per procurare un più rapido progresso della società. Vi si indicano, infine, le norme di un retto esercizio dell’informazione: rispetto al contenuto, essa dovrà essere sempre vera e - fatte salve la giustizia e la carità - anche completa; rispetto alle modalità, essa dovrà essere onesta e conveniente, nello scrupoloso ossequio per le norme morali, per i legittimi interessi e per la dignità dell’uomo, sia nella ricerca delle notizie che nella loro divulgazione.

2. Volendo pertanto riassumere in una sola parola i vari aspetti della vostra specifica missione, quali essi sono delineati in questo testo conciliare, tale parola potrebbe essere “servizio”: servizio verso gli uomini e verso la società, che nel decreto citato vengono appunto indicati quali soggetti primari del diritto all’informazione. Voi informatori siete, infatti, chiamati ad assicurare agli uomini le necessarie conoscenze perché le loro libere scelte, sia provvisorie che durevoli, possano avvenire in una visione per quanto possibile oggettiva degli eventi: requisito, questo, indispensabile perché tali libere scelte contribuiscano di fatto al bene comune e ad un autentico progresso della società.

È pur vero, per altro, che nel perseguire questo vostro intento voi costituite anche un potere, che non senza ragione è stato qualificato come il “quarto potere”. Esso è andato progressivamente crescendo, da quando l’informazione è passata dalla stampa alla radio e alla televisione, spingendosi poi, grazie alla tecnocronica e all’informatica, verso quella che potremmo definire l’“onninformazione” globale ed istantanea della telematica.

3. Scaturiscono di qui i problemi etico-morali che si pongono alle vostre coscienze di onesti informatori: come cioè adeguare il vostro potere alla vostra missione di servizio, in modo che quello si eserciti e di fatto si svolga non contro né fuori di questa.

Voi avete, ad esempio, il diritto e il dovere di difendere questo vostro prezioso potere, opponendovi a quanti ingiustamente tentassero di coartarlo dall’esterno: e ciò per quanto concerne sia il libero accesso alle fonti di informazione, sia la vostra libertà di opinione e di espressione, sia la possibilità di liberamente raggiungere i lettori, gli ascoltatori e gli spettatori con i vostri servizi. Ma voi avete anche, e soprattutto, il diritto e il dovere di assicurare la vostra propria libertà interiore, grazie alla quale potervi sottrarre al condizionamento derivante da ogni egoistico interesse personale o da indebite pressioni di poteri economici e ideologici o anche da malsane sollecitazioni di ordine scandalistico.

Occorre, a questo scopo, elaborare un codice di deontologia giornalistica che - tradotto o meno in carte nazionali o internazionali - sia come iscritto nelle vostre coscienze, sicché ogni operatore della comunicazione sociale si senta impegnato a rifuggire quasi d’istinto la tentazione di valersi del proprio potere per manipolare e strumentalizzare i recettori, ben sapendo che ciò lo farebbe scadere dal rango di leale informatore a quello di infido “persuasore”.

E questo non basta. Se infatti il vostro potere è orientato al servizio dell’uomo, ciascuno di voi deve sentirsi spronato a contribuire ad un’opera positiva di sensibilizzazione e di educazione dei recettori per la loro crescita pienamente umana e cristiana. Ovviamente questo non significa che voi dobbiate selezionare le notizie in modo da presentare all’uomo d’oggi una visione artificiosamente edificatoria della vita: il male purtroppo c’è, e non lo si elimina certo facendo sì che quanti vi vivono a contatto lo ignorino. Esula altresì dalla vostra funzione sociale di informatori ogni insegnamento “cattedratico” e, molto più, ogni predica o invettiva.

A voi spetta, piuttosto, di vivere e di operare in una visione realistica del mondo d’oggi e dei suoi eventi e, insieme, di avere ben radicati nello spirito i valori ideali, alla luce dei quali questi eventi vanno valutati e giudicati. Tali valori sono, per tutti indistintamente, quelli in forza dei quali l’uomo è costituito nella sua più autentica dignità di “uomo”. Per quelli, poi, che hanno la fede o che almeno lealmente la rispettano, essi sono anche i valori del Vangelo di Cristo, per i quali l’uomo è costituito nella sua più alta dignità di cristiano, cioè di figlio del Padre e di fratello di tutti gli uomini in Cristo, Fratello primogenito.

4. Nel rispetto, dunque, di questi valori, voi cercherete sempre nei vostri servizi di chiamare bene il bene, e male il male. Bene, quindi, la giustizia e la carità; male ogni violenza, ogni odio ed ogni egoismo. Bene l’onestà ed ogni virtù, anche se praticata nell’indigenza; male l’immoralità ed ogni vizio, anche quando vi si indulge nel benessere e nel lusso. Infine: relative tutte le effimere realtà di questo nostro mondo che passa; assoluti tutti e soli i beni duraturi della patria celeste, a cui siamo avviati.

Egregi Signori, a questa vostra eletta missione mi è caro di richiamarvi in questa vigilia della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, la cui annuale celebrazione fu disposta dal decreto conciliare “Inter Mirifica”, per risvegliare in ciascuno una più viva coscienza dei propri doveri nei confronti dei Mass-media. Quest’anno ho voluto attirare la comune attenzione sugli anziani e sui loro problemi, che presentano oggi caratteristiche nuove rispetto al passato. Sono certo che non mancherete di prendere in considerazione il messaggio che, per la circostanza, ho preparato.

Mi piace concludere questo incontro porgendo a voi ed ai vostri colleghi - anche a quelli assenti per motivi professionali - l’augurio sincero di “buon lavoro”. Sarà “buono” il vostro lavoro, se potrà raccogliere, oltre al consenso del pubblico, quello ben più decisivo della coscienza, che vi rassicura circa il positivo contributo recato alla crescita dei singoli e della società.

Con questi sentimenti vi imparto di cuore l’apostolica benedizione.

                                              

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