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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI RELIGIOSI DEDITI ALLE «MISSIONI AL POPOLO»
NELLA DIOCESI DI ROMA

Lunedì, 15 novembre 1982

 

Carissimi fratelli e sorelle.

1. Siate i benvenuti nella casa del Papa, del Vescovo di Roma!

Con animo colmo di gioia vi rivolgo il mio cordiale saluto in questo incontro che, per la circostanza in cui si svolge, riveste particolarissima importanza. Voi avete dato inizio alla “missione al popolo” dell’Urbe.

Le Famiglie francescane d’Italia non potevano fare dono più gradito a questa diocesi e alla mia persona, in occasione dell’VIII Centenario della nascita di san Francesco di Assisi. Voi intraprendete una fatica pastorale che, per il vasto respiro e per la metodologia con cui è condotta, s’impone all’ammirata attenzione di quanti hanno a cuore la vita cristiana di Roma. Da questa vostra generosa e geniale iniziativa emergeranno certamente utili orientamenti per l’evangelizzazione della nostra Chiesa locale.

2. Il vostro “dono” è un “gesto profetico” di squisito sapore francescano. Ritorna alla mente una mirabile pagina della storia del vostro Ordine e della storia della Chiesa. Quando, nel 1210, san Francesco si recò da Innocenzo III per l’approvazione della sua “forma di vita”, il Papa si ricordò di un sogno fatto pochi giorni prima e, illuminato dallo Spirito Santo, affermò che si sarebbe realizzato proprio in lui. Aveva sognato infatti che la Basilica del Laterano stava per crollare e che un religioso, piccolo e spregevole, la puntellava con le sue spalle, perché non cadesse. “Ecco - pensò - questi è colui che con l’azione e la parola sosterrà la Chiesa di Cristo” (Tommaso da Celano, Vita secunda, n. 17).

3. Il vostro “dono” si inserisce nel costante impegno di evangelizzazione, che in questi ultimi anni con maggiore incisività ed entusiasmo sta svolgendo la Chiesa, “inviata da Dio alle genti per essere «sacramento universale di salvezza»” (Ad Gentes, 1). Ne sono viva ed eloquente testimonianza, tra l’altro, la terza Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi (27 settembre - 26 ottobre 1974), riunita per studiare il problema dell’evangelizzazione nel mondo contemporaneo; la quarta Assemblea Generale dello stesso Sinodo dei Vescovi (ottobre 1977), che ha affrontato il tema della catechesi rivolta soprattutto ai fanciulli ed ai giovani; l’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi del mio venerato predecessore Paolo VI; la Catechesi Tradendae, nata dalla medesima sollecitudine pastorale.

La vostra iniziativa è una concreta testimonianza di questo cammino missionario della Chiesa!

4. Le missioni al popolo, come voi sapete, hanno pagine fulgide di bellezza nella storia della Chiesa, scritte da figure geniali come san Carlo Borromeo, sant’Ignazio di Loyola, san Vincenzo de’ Paoli, san Leonardo da Porto Maurizio, san Paolo della Croce, san Gaspare del Bufalo, sant’Alfonso Maria de’ Liguori, il beato Eugenio De Mazenod e da tanti altri infaticabili apostoli. La Chiesa deve molto agli Ordini ed alle Congregazioni che promuovono questo genere di evangelizzazione.

Le missioni tradizionali, “spesso abbandonate troppo in fretta”, come ho osservato nella Catechesi Tradendae, sono in realtà “insostituibili per un rinnovamento periodico e vigoroso della vita cristiana: bisogna appunto riprenderle e rinnovarle” (Giovanni Paolo II, Catechesi Tradendae, 47) e “riproporle con metodi e criteri aggiornati e adatti nelle diocesi e nelle parrocchie in accordo con le Chiese locali” (Giovanni Paolo II, Allocutio ad participantes Conventui «Missioni al popolo per gli anni '80» habita, 1, die 6 febr. 1981: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IV, 1 [1981] 235).

Una cosa deve essere tuttavia chiara: nell’impegno catechetico non è questione di adattare il Vangelo alla “sapienza del mondo” (cf. 1 Cor 2, 6). Non sono cioè le analisi della realtà o l’uso delle scienze sociali o l’impiego di statistiche o la perfezione dei metodi e tecniche organizzative - mezzi pur utili - a determinare i contenuti del Vangelo ricevuto e professato. Voi dovete annunziare Cristo Gesù, “e questi crocifisso”! Le vostre parole non si basino “su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza” (1 Cor 2, 4). “Il metodo ed il linguaggio utilizzati devono rimanere meramente degli strumenti per comunicare la totalità e non già una parte delle «parole di vita eterna» (Gv 6, 69) o delle «vie della vita» (At 2, 28)” (Giovanni Paolo II, Catechesi Tradendae, 31).

5. Una chiara indicazione per una incisiva azione pastorale delle missioni ai nostri giorni viene soprattutto dalla scelta della famiglia, "chiesa domestica” (Lumen Gentium, 11; Apostolicam Actuositatem, 11), come luogo privilegiato per l’annuncio del Vangelo. Annotava Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi: “La famiglia, come la Chiesa, deve essere uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo si irradia. Dunque, nell’intimo di una famiglia cosciente di questa missione, tutti i componenti evangelizzano e sono evangelizzati. I genitori non soltanto comunicano ai figli il Vangelo, ma possono ricevere da loro lo stesso Vangelo profondamente vissuto. E una simile famiglia diventa evangelizzatrice di molte altre famiglie e dell’ambiente nel quale è inserita” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 71).

Anche la porzione di Chiesa, alla quale voi annunziate la Buona Novella, la mia diletta diocesi di Roma, sta facendo ogni sforzo per la pastorale familiare, come testimonia il “Convegno unitario diocesano” tenutosi nei giorni 18-20 ottobre scorso sul tema: “La famiglia, segno e strumento di comunione per la comunità”. Di fronte alla situazione di molti cristiani di oggi, tentati dall’agnosticismo, dal razionalismo, dall’edonismo, dal consumismo, da un cristianesimo sociologico senza dogmi e senza morale oggettiva, “l’azione catechetica della famiglia ha un carattere particolare e, in un certo senso, insostituibile” (Giovanni Paolo II, Catechesi Tradendae, 68).

Lo “spazio sacro” più idoneo alla psicologia dell’uomo moderno sembra essere la casa, come ai tempi apostolici, quando gli Apostoli “ogni giorno, nel tempio e nella casa, non cessavano di insegnare e di portare il lieto annuncio che Gesù è il Cristo” (At 5, 42;12, 12; 20, 20). Le radici della “chiesa domestica” sono da ricercarsi proprio nell’attività missionaria di Gesù, che non aveva una propria abitazione (cf. Mt 8, 20), ma si ritrovava spesso nelle case per intrattenere i suoi uditori sulla Parola di Dio (cf. Lc 19, 9-10; 5, 19; 10, 38; 7, 36).

Come la casa rimane il luogo ideale per salvaguardare sul piano umano la dignità della persona dall’invadenza indiscreta e spesso funesta di una società consumistica, così possono diventare spazio idoneo a ravvivare la fede le “mura domestiche”, dove i genitori, consci del loro sacerdozio comune, devono essere per i loro figli, con la parola e con l’esempio, “i primi annunciatori della fede” (Lumen Gentium, 11). “La catechesi familiare, pertanto, precede, accompagna e arricchisce ogni altra forma di catechesi” (Giovanni Paolo II, Catechesi Tradendae, 68).

“In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà a voi” (Lc 10, 5-6). Nel clima familiare si può impostare un “dialogo” spontaneo, che può partire da lontano e imboccare itinerari imprevedibili, ma alla fine arriva sempre a stabilire un confronto con la Parola di Dio e spesso si trasforma in fervida preghiera, quando i presenti si riscoprono Popolo di Dio, pronti per reinserirsi, rinnovati, nella comunità parrocchiale, che “deve restare l’animatrice della catechesi . . . (e) un punto capitale di riferimento per il popolo cristiano ed anche per i non praticanti” (Giovanni Paolo II, Catechesi Tradendae, 67). Nella parrocchia si opera la sintesi, indispensabile per la salvezza, tra evangelizzazione e sacramenti: “La vita sacramentale si impoverisce e diviene ben presto un ritualismo vuoto, se non è fondata su una seria conoscenza del significato dei Sacramenti; e la catechesi diventa intellettualistica, se non prende vita nella pratica sacramentale” (Ivi. 23).

6. Figli carissimi, non fermatevi solo nelle case, ma dilatate a spazi universali il vostro apostolato, come vuole il Signore: “Andate in tutto il mondo a predicare il Vangelo ad ogni creatura (Mc 16, 15); siate consapevoli che “l’impegno di annunciare il Vangelo agli uomini del nostro tempo, animati dalla speranza, ma, parimenti, spesso travagliati dalla paura e dall’angoscia, è senza alcun dubbio un servizio reso non solo alla comunità cristiana, ma anche a tutta l’umanità” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 1). Andate verso quelle “moltitudini di persone che hanno ricevuto il battesimo, ma vivono completamente fuori della vita cristiana” (Ivi. 52)! Andate a “rivelare Gesù Cristo e il suo Vangelo a quelli che non li conoscono” (Ivi. 51)! Andate, voi che siete i “frati del popolo”, nel cuore delle masse, verso quelle folle sbandate e sfinite “come pecore senza pastore”, di cui Gesù sentiva compassione (cf. Mt 9, 36). Il vostro Serafico Padre predicò davanti al Papa, ai Cardinali (Tommaso da Celano, Vita prima, 73), ai Saraceni (Ivi. 55) e persino agli uccelli (Ivi. 58, 59) e alle distese dei prati e dei fiori (Ivi. 81) ed invitava tutte le creature a lodare Dio.

Andate dunque anche voi incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo! Non aspettate che vengano loro a voi! Cercate voi stessi di raggiungerli! L’amore ci spinge a questo. L’amore deve cercare! “Caritas Christi urget nos” (2 Cor 5, 14). “L’amore di Cristo ci spinge”. La Chiesa intera ve ne sarà grata!

7. Le parole di Gesù: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 15, 16), che conferiscono all’evangelizzazione un’universalità senza confini, trovano una mirabile rispondenza anche nella vostra spiritualità, caratterizzata dall’itineranza.

San Francesco, appassionato imitatore di Gesù, preferì l’itineranza evangelica alla tradizionale struttura della vita religiosa del suo tempo, fondata sul perno della “stabilitas loci”. “Ottenuta l’investitura da parte del Papa, andando Francesco per città e villaggi, cominciò a predicare dappertutto” (Leggenda dei tre compagni, 54; cf. Tommaso da Celano, Vita prima, 62 et Tommaso da Celano, Vita secunda, 17) ed inviò i suoi frati nel mondo come “pellegrini e forestieri” (Regula, cap. IV; Specchio di perfezione, 10).

La vostra evangelizzazione itinerante sia contrassegnata dalla inconfondibile “letizia francescana”. Ricordate come il vostro Serafico Padre “s’impegnò sempre con ardente passione ad avere, fuori della preghiera e dell’Ufficio divino, una continua letizia spirituale intima e anche esterna. La stessa cosa egli amava ed apprezzava anche nei fratelli, ché anzi era pronto a rimproverarli quando li vedeva tristi e di malumore, poiché al servo di Dio non si addice mostrare malinconia o un aspetto afflitto dinanzi al suo fratello o ad altri” (Specchio di perfezione, 95-96).

Nella vostra predicazione ripetete le parole dell’Apostolo: “Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora: rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini” (Fil 4, 4-5). Con il vostro comportamento siatene testimoni. La vostra vita sia “testimonianza della vostra gioia, una gioia che si legga negli occhi e nell’atteggiamento, oltre che nelle parole, che manifesti chiaramente a chi vi guarda la consapevolezza di possedere quel "tesoro nascosto", quella "perla preziosa", il cui acquisto non fa rimpiangere di aver rinunziato a tutto, secondo il consiglio evangelico (cf. Mt 13, 44-45)” (Giovanni Paolo II, Allocutio ad Religiosas habita, die 10 nov. 1978: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, I [1978] 130).

“La società tecnologica ha potuto moltiplicare le occasioni di piacere, ma essa difficilmente riesce a procurare la gioia, perché la gioia è d’altronde. È spirituale. Il denaro, la comodità, l’igiene, la sicurezza materiale spesso non mancano; e tuttavia la noia, la malinconia, la tristezza rimangono sfortunatamente la porzione di molti”, notava Paolo VI nella esortazione apostolica Gaudete in Domino (Paolo VI, Gaudete in Domino, I).

La Vergine Maria, Madre della Parola, che vide Gesù “crescere in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2, 52), possa aiutarvi a “formare Cristo” (Gal 4, 19) nelle anime di coloro che avvicinerete!

A tanto vi accompagni la mia affettuosa e propiziatrice benedizione.

 

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