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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DEL NORD DELLA FRANCIA
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Sabato, 9 ottobre 1982

 

Cari fratelli nell’Episcopato.

1. Ho preso conoscenza delle note redatte sulle vostre differenti diocesi; ho ascoltato ciascuno di voi in un incontro personale e ora ho appena ascoltato il rapporto generale presentato dal vostro Presidente: rendo grazie a Dio per lo zelo pastorale di cui voi date prova in questa vasta regione del Nord della Francia. E prego il Signore di donarvi la sua luce e di fortificarvi in questo ministero di “guide spirituali”. Ho saputo che un buon numero di voi si riunisce regolarmente, non solo per mettere a punto una pastorale adatta, ma per un aiuto vicendevole nei confronti di Gesù Cristo, attraverso la revisione della vita e la preghiera, per meglio servire la sua Chiesa. Perché si tratta non tanto della nostra opera, quanto di preparare le vie allo Spirito Santo.

Con voi faccio mie le diverse preoccupazioni di cui portate la responsabilità: quella della fede delle vostre popolazioni, fede che in generale c’è, ma che bisogna senza posa risvegliare, fortificare, aprire alle implicazioni pratiche della preghiera, della carità, della giustizia; la preoccupazione, allo stesso tempo, delle loro condizioni di vita umana che influenzano la loro vita spirituale, quando ad esempio il lavoro è minacciato, la famiglia è scossa, i mass-media sono dilaganti. Avete anche la responsabilità delle numerose comunità di immigrati, più o meno integrate nella vita del paese: essi, del resto, offrono un loro apporto personale, con il loro lavoro, i loro valori culturali e religiosi, ma la loro situazione richiede un approccio particolare e una pastorale adatta. Ho notato, tra le altre, la vostra preoccupazione della formazione dei bambini e dei giovani mediante la “catechesi” e anche attraverso i movimenti: come già dicevo ai vostri confratelli dell’Ile-de-France, voi siete i primi responsabili della qualità di questa catechesi, del valore degli strumenti, della competenza e della formazione dei catechisti. Ricordo ancora le “scuole cattoliche”, così numerose nel Nord, senza dimenticare poi l’Università di Lille; voi le sostenete a ragione; esse giustamente vogliono conservare il loro carattere specifico e i mezzi per proseguire uno stile di educazione pienamente umana in esplicito riferimento alle grandi fonti della fede, per offrire questa possibilità ai genitori che fanno liberamente questa scelta per i loro bambini. Non dubito che ciò sia molto esigente per la scelta degli insegnanti e la qualità dell’équipe pedagogica.

Oggi, voglio prendere in esame soprattutto quattro altri aspetti. Li ho già affrontati in altri discorsi, ma mi sembra che siano sottolineati nei vostri rapporti: la missione e il futuro dei sacerdoti, l’apostolato dei laici nei movimenti, l’accoglienza di coloro che chiedono i sacramenti senza grande fede e l’etica familiare.

2. “I sacerdoti”! Sono ancora numerosi nella maggioranza delle vostre diocesi, se si fa un paragone con molte regioni del mondo; sono tutti devoti al loro ministero e molto desiderati dalle popolazioni. Ma sono spesso, voi dite, disorientati, al pensiero che la mezza età fra i sacerdoti diviene molto elevata, che vi sono poche ordinazioni, malgrado un certo aumento delle vocazioni, mentre ci sarebbe tanto da fare e i risultati sono scarsi in un mondo non credente. Occorre dunque aiutare i vostri sacerdoti a superare questa inquietudine che paralizza. E che sia ben chiaro, una volta di più, che non si può rinunciare al sacerdozio così come il Cristo l’ha istituito, né alle esigenze sperimentate con frutto dalla Chiesa nella linea del Vangelo; non sarebbe giusto pensare che l’apostolato e il ministero istituito dei laici possano compensare o rimpiazzare il ministero ordinato dei sacerdoti e dei diaconi. Questa sarebbe una falsa speranza, che prepara nuove delusioni. Occorre fortificare il sacerdote nella coscienza della sua identità e della sua insostituibile missione, chiamare ancor più vigorosamente al sacerdozio e meglio articolare certi compiti con quelli dei laici.

Così, si fortificherà il sacerdote mettendo nuovamente in rilievo il senso del sacramento dell’Ordine, cioè la specifica relazione per la quale il ministro ordinato è unito a Cristo Sacerdote e può agire “pubblicamente per gli uomini nel nome di Cristo”, vale a dire “nel nome di Cristo Capo in persona” (Presbyterorum Ordinis,  2). Sì, con voi, io vorrei ripetere spesso ai sacerdoti ciò che dissi loro a Notre-Dame di Parigi e nelle mie lettere: Abbiate fede nel vostro sacerdozio! Siete inviati da Dio per una missione apostolica, che voi condividete con il Vescovo, partecipando a quella di Cristo-Sacerdote mediatore e santificatore! Così siete gli annunciatori autorizzati del Messaggio evangelico, garanti, in comunione con il vostro Vescovo, della fedeltà alla fede della Chiesa, e in questo senso guide degli altri educatori della fede! Siete testimoni e dispensatori della vita divina! Rendete i laici coscienti del loro sacerdozio di battezzati e permettete loro di esercitarlo pienamente, siete suscitatori di apostoli! Avete il compito di costruire attorno a Cristo l’unità del Popolo di Dio, spesso disperso e diviso, di armonizzare i carismi per il bene di tutti! È nostro compito, di noi Vescovi, restando vicini ai nostri sacerdoti, di renderli sempre più coscienti della grandezza di questa missione sacra, di questa paternità spirituale, e, in definitiva, molto felici di essere sacerdoti e servitori del Popolo di Dio, assicurando loro le condizioni di una vita equilibrata e fraterna, al bisogno della comunità.

Sono proprio sacerdoti così che susciteranno “vocazioni” sacerdotali e religiose, con la loro vita, con le loro convinzioni, con il mistero che portano in se stessi e che diffondono. Vi incoraggio vivamente a continuare nei numerosi sforzi che mettete in atto per chiamare più arditamente a questo ministero, in seno alle famiglie e tra i giovani, e, tanto più, per sostenere queste vocazioni sul loro cammino specifico.

Quando i sacerdoti si consacrano all’essenziale del loro sacerdozio - ho già sviluppato questo punto con i Vescovi del Sud-Ovest - e beneficiano della collaborazione dei diaconi permanenti che devono trovare meglio la loro collocazione, è sicuramente possibile prevedere una migliore articolazione dei compiti con i laici e una certa complementarietà in molti servizi delle comunità cristiane.   

In definitiva, siamo realisti, come amministratori accorti che sanno valutare le risorse future, ma che per questo non rinunciano alla speranza che sorga un considerevole numero di vocazioni, e che ne predispongono i mezzi.

3. I “laici”. Li ho appena nominati, e non ho intenzione di esporre tutte le possibili forme di apostolato che vi sono molto familiari e di cui ho già parlato con i vostri confratelli del Centro.

Ciò che innanzitutto è importante, come dicevo ai movimenti rappresentati alla Nunziatura di Parigi durante il mio viaggio, è renderli coscienti, uomini e donne, della loro missione insostituibile di laici cristiani, per incarnare la presenza e la testimonianza di Cristo negli impegni familiari, sociali, professionali, civici, per fare di questo mondo e delle sue strutture un mondo di giustizia, di pace e di amore più degno dei figli di Dio. Essi devono annunciare direttamente il Vangelo, offrire al servizio delle comunità cristiane i loro numerosi carismi ed esercitare le loro responsabilità di battezzati, di cresimati, e questo se possibile in modo stabile, anzi in un impegno permanente, come un ministero ricevuto per delegazione o istituzione.

Avete sottolineato l’importanza di gruppi per sostenere la vita cristiana e l’apostolato, e meglio ancora di “movimenti”, organizzati per educare i laici cristiani, giovani e adulti, alle loro responsabilità. Condivido completamente questa convinzione in ciò che concerne la necessità dei movimenti, soprattutto per i giovani, perché è specialmente lì che essi fanno esperienza di Chiesa e si aiutano insieme a vivere come cristiani in un mondo in cui vige l’incredulità. Nella società francese, che voi considerate ancora molto segnata dalla diversità degli ambienti di vita, avete puntato soprattutto sui movimenti di azione cattolica specializzati, adatti alla mentalità di questi ambienti e che procedono mediante una riflessione cristiana e una azione a partire dalle realtà della vita.

Apprezzo la preoccupazione di “formazione” dottrinale, spirituale e missionaria che mettete in opera per i membri di questi movimenti, come per coloro che sono chiamati ad esercitare un servizio di Chiesa, e questo attraverso gli incontri di fine settimana, i ritiri, le sessioni, e anche gli istituti di formazione. Una tale formazione li aiuterà ancora di più ad operare il discernimento degli spiriti (cf. 1 Gv 4, 1) e ad evitare di cadere in trappole ideologiche o di essere turbati da correnti politicizzate. Vi ricordate ciò che di loro dicevo a Parigi: questi movimenti devono vegliare per fortificare la fede e l’appartenenza ecclesiale, perché il dialogo apostolico parte dalla fede e suppone una identità cristiana ben solida. D’altra parte, essi devono concepirsi complementari, capaci di organizzazione, collaborazione, in seno ai Consigli pastorali e a molti altri livelli.

So che i movimenti che praticano questo hanno bisogno di essere fortemente incoraggiati, perché la tendenza oggi è piuttosto quella di un difetto di stabilità negli impegni, o negli impegni meno esigenti, e non si tratta di rinunciare a ciò che già è stato sperimentato per rincorrere ciò che non esiste ancora o che a mala pena si sta delineando. Questo non impedisce di essere elastici, e di accogliere “nuove forme di raggruppamento”, anzi nuovi movimenti, che possono nascere nella Chiesa, soprattutto presso i giovani, e in cui essi cercano spontaneamente una espressione comunitaria del loro desiderio di approfondire la fede, della loro preghiera, della loro amicizia vissuta, della loro volontà di incontro, della loro testimonianza missionaria. Gli scambi di esperienza tra paesi possono essere molto benefici a questo riguardo. Come dite anche voi, bisogna riconoscere ciò che lo Spirito Santo può suscitare in funzione dei bisogni attuali, evidentemente con la simpatia e soprattutto il discernimento che occorrono.

4. Oltre ai movimenti, e mediante essi, è tutto il Popolo di Dio che è oggetto della vostra sollecitudine: “i praticanti”, di cui voi riconoscete la fede spesso “semplice e profonda”, coloro che purtroppo non partecipano alle assemblee cristiane, coloro che si dicono indifferenti, anzi increduli, e che nonostante questo continuano a venire a domandare il battesimo dei loro bambini o il sacramento del matrimonio. Bisogna allora valorizzare ancor più i sacramenti e l’identità cristiana e cattolica, incoraggiare. Non bisogna allora forse temere di togliere valore ai sacramenti e l’identità cristiana e cattolica, di incoraggiare un cristianesimo sociologico senza vigore spirituale e divenuto piuttosto una contro-testimonianza? Questi casi numerosi e diversi mettono alla prova in particolare i vostri sacerdoti, che si sono nonostante ciò impegnati a consacrare molti sforzi per preparare questi tempi forti della vita sacramentale.

Conviene dunque lodare questi sacerdoti e incoraggiarli nell’impegno pastorale che li spinge ad accogliere queste persone con carità, apertura di cuore e comprensione. Infatti, una preparazione spesso lunga e sempre paziente è assolutamente necessaria per condurre fidanzati e genitori a prendere coscienza del fatto che la loro domanda non deve essere fondata su delle semplici convenzioni mondane o su tradizioni familiari, pur molto rispettabili. Occorre convincerli che si tratta di un impegno libero, serio, personale, in vista dell’avvenire, affinché siano assicurate la fedeltà degli sposi e, più tardi, la formazione cristiana dei figli. Ci sono evidentemente delle situazioni che avete spesso considerato in funzione di una profonda teologia del sacramento, e secondo le istruzioni della Santa Sede o della vostra Conferenza Episcopale. Non sono qui per dividere. Ma la questione si fa oggi più insidiosa e complessa. Voi stessi costatate, con molta lucidità e franchezza che, in certe regioni, in particolare nei centri urbani, lo stato di scristianizzazione è tale che sembra mancare il “minimum” di fede e le altre disposizioni necessarie per assicurare la validità al sacramento del matrimonio.

Ci sono effettivamente dei casi in cui il pastore d’anime non può ammettere la celebrazione in Chiesa (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 69). Ma generalmente il sacerdote non può considerare in se stesso, e far osservare a quelli che egli riceve, che essi sono piuttosto cattivi credenti che fondamentalmente increduli, dal momento che questo passo iniziale, così contrario alle loro abitudini, questo ricorso alla Chiesa, impone un certo atto di fede di cui essi stessi non hanno una coscienza chiara? In simili casi, lo sforzo pastorale, per quanto delicato, deve prima di tutto ispirarsi alla misericordia di Dio, che solo conosce l’intimo dei cuori, e di cui il Vangelo dichiara, applicando a Cristo la parola del profeta Isaia: “Non spezzerà la canna infranta, non spegnerà il lucignolo fumigante” (Mt 12, 20; cf. Is 42, 3). Così, mediante una saggia pedagogia, il sacerdote, così come i laici che collaborano con lui in questa preparazione, facendo sempre prevalere la misericordia sul giudizio, si sforzeranno di condurre i cattivi credenti a meglio comprendere sia le loro responsabilità personali che le esigenze della Chiesa, in modo da prendere decisioni così gravi in tutta libertà e verità e incamminarsi, bisogna sperarlo, verso un approfondimento della fede.

5. Infine, voi siete preoccupati nel vedere numerosi giovani, sposi e spose prendere le distanze dalla Chiesa per ragioni di etica sessuale.

Le esigenze morali fanno evidentemente parte dell’agire cristiano, come conseguenze coerenti con la fede, con il Vangelo. È vero sul piano della carità, della giustizia sociale, in cui voi non temete, a buon diritto, di ricordarlo ai cristiani. L’etica della vita familiare mantiene anch’essa una importanza fondamentale, benché alcuni cerchino di relegarla nel campo del “privato”, dello spazio di “libertà” che appartiene a ciascuno. Noi non dobbiamo aver paura di ricordarne le esigenze; di sottolineare le situazioni anormali, di peccato; e i cristiani dovranno poterlo comprendere. Comunque, anche con loro, più ancora che le norme, bisogna esporre la bellezza, l’aspetto salutare sotto tutti i punti di vista, dell’ideale cristiano: non è forse capace di condurre gli sposi ben formati ad una delicatezza di sentimenti e ad un irradiamento individuale, come costatavo recentemente con le Equipes Notre-Dame?

Ma nella misura in cui la fede è in questione, in cui il senso del peccato si è dissolto, in cui l’autorità della Chiesa non è accettata con fiducia, più generalmente quando si vuol parlare al gran pubblico, formato da cristiani e da non cristiani, soprattutto attraverso i media, è vero che non ci si può accontentare di ricordare solamente le ingiunzioni della morale: saranno rifiutate in nome di un certo liberalismo o rischierebbero semplicemente di non convincere. Bisogna, con linguaggio chiaro, mostrare senza posa il senso di questa etica, coerente con una sana teologia del corpo; bisogna promuovere nei fatti il vero amore umano e il rispetto della vita. È l’amore autentico che detta i suoi comportamenti, che si dà delle esigenze. È importante che questo amore riprenda il suo posto nelle famiglie, nella società. La famiglia deve mantenere, rivelare, comunicare l’amore. Una società non può costruirsi senza questi valori ed è destinata a decadere quando li abbandona. Non bisogna dunque “abbassare le braccia” davanti alla mentalità dominante che contesta oggi la morale familiare e reclama una libertà assoluta senza le responsabilità dell’amore e della vita umana. Bisogna al contrario sempre sollevare il dibattito, sperando di essere affiancati da molti uomini e donne di buona volontà che comprendono la partita in gioco, almeno per la salvezza della società, la dignità e la felicità durevole delle persone. Ci auguriamo che i pastori, i laici cristiani, le associazioni facciano tutto quanto è possibile per educare le persone e l’opinione pubblica, per accompagnare, con tutte le iniziative opportune, coloro che tentano di informarsi, di progredire. E innanzitutto, a livello delle convinzioni, possiamo dire che l’esortazione Familiaris Consortio, in cui ho raccolto il frutto del Sinodo, è stata sufficientemente studiata e messa in opera?

Termino qui questa revisione di vita che coglie sicuramente le vostre preoccupazioni e ci impegna tutti. Possano tutti i vostri diocesani assumere le loro responsabilità: sacerdoti, religiose, laici, sposi, genitori, giovani! Possano essere convinti della forza del messaggio cristiano quando è messo in pratica (cf. Mt 7, 24-25). È un cammino di speranza. E di tutto cuore li benedico con voi.

 

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