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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PELLEGRINI POLACCHI CONVENUTI A ROMA
PER LA CANONIZZAZIONE DI PADRE MASSIMILIANO KOLBE

Lunedì, 11 ottobre 1982

 

1. Saluto cordialmente e con grande gioia i connazionali riuniti in questa aula, provenienti sia dalla Patria, sia dall’emigrazione. In voi, cari fratelli e sorelle, saluto anche la Polonia, quella situata lungo la Vistola e quella sparsa in tutto il mondo. È un grande avvenimento, una solenne circostanza che ci ha riuniti qui. Ieri abbiamo partecipato, insieme con una grande folla degli abitanti della città eterna e dei pellegrini venuti da diversi Paesi d’Europa e del mondo, alla canonizzazione del padre Massimiliano, martire di Oswiecim. Oggi desidero nella nostra comunità familiare meditare, almeno brevemente, quale significato abbia per noi tutti la canonizzazione del nostro Connazionale.

Dico “tutti”, avendo in mente non solo i presenti qui, in questo momento, ma, nello stesso tempo, quei milioni che si trovano in Polonia, i quali in modo particolare vivono l’importanza dell’avvenimento compiuto ieri in piazza san Pietro, e, in certo senso, si identificano con esso in maniera speciale.

Le canonizzazioni dei figli e delle figlie della terra polacca hanno avuto sempre una loro eloquenza storica, non solo a Roma, ma soprattutto in Polonia.

Sappiamo quale avvenimento fu, sullo sfondo della Polonia dei Piast del XIII secolo, la canonizzazione di san Stanislao. Certamente vi sono ancora tra di voi molte persone che, come me, ricordano l’ultima canonizzazione “polacca”, la canonizzazione di sant’Andrea Bobola, nel 1938. A questo susseguirsi millenario si aggiunge oggi la figura nuova, insolita, la figura a misura del secolo e dell’epoca.

Do quindi il benvenuto e il saluto a tutti coloro ai quali è stato dato di unirsi alla canonizzazione di san Massimiliano Kolbe. Saluto in modo particolare i miei fratelli nell’Episcopato.

Saluto il Cardinale Giovanni Krol, Arcivescovo di Philadelphia, negli Stati Uniti d’America; il Cardinale Wladyslaw Rubin, Prefetto della Sacra Congregazione per le Chiese Orientali; il Cardinale Franciszek Macharski, Arcivescovo-metropolita di Cracovia; l’Arcivescovo Luigi Poggi, Nunzio Apostolico con incarichi speciali; l’Arcivescovo Andrea Deskur, Presidente della Pontificia Commissione per le Comunicazioni Sociali. Do il benvenuto e il saluto agli Arcivescovi-Metropoliti di Wroclaw e di Poznan e all’Arcivescovo Segretario della Conferenza Episcopale Polacca, come pure a tutti i Vescovi polacchi provenienti dalla “Polonia”. Saluto i fratelli sacerdoti e le Famiglie religiose maschili e femminili. In modo particolare do il benvenuto e il saluto alla Famiglia e ai confratelli di san Massimiliano e a tutti i figli e figlie spirituali di san Francesco. Saluto e do il benvenuto alle Delegazioni degli Atenei Cattolici in Polonia e alle altre Delegazioni diocesane e religiose.

Saluto la Delegazione Governativa della Repubblica Popolare di Polonia. La ringrazio per essere intervenuta alla canonizzazione di Massimiliano Kolbe.

Saluto cordialmente tutti i nostri Ospiti.

Siamo tutti profondamente toccati dall’eloquenza del fatto che alle celebrazioni della canonizzazione non è potuto venire l’Arcivescovo Joseph Glemp, Primate di Polonia. Insieme con lui viviamo profondamente il problema, che lo ha costretto a rimanere a Varsavia, guidato dal senso dei doveri pastorali e delle responsabilità di Primate. Non nascondiamo pure che lo stesso problema, sintomatico per l’attuale situazione nella Patria, tocca profondamente ed impressiona tutti noi. Si tratta (e qui mi servo ancora una volta delle parole del Metropolita di Cracovia) che “non vada perduto alcunché di quello che è grande e giusto, di quello che è nato nel corso dei due ultimi anni, e grazie al quale oggi ci sentiamo più che mai padroni di questa terra” (Discorso in occasione dell’incoronazione dell’Immagine della Madonna di Ploki, 12 settembre 1982).

2. San Massimiliano Maria Kolbe è figlio di quella terra, della terra polacca. In modo particolare possiamo pensare a lui come al “nostro” santo. Egli è nato nel grande ambiente del lavoro polacco; è entrato nell’Ordine dei Francescani in terra polacca; da quella terra è partito per le missioni in Giappone e ritornò a quella terra, al suo Niepokalanow, all’avvicinarsi della seconda guerra mondiale; su quella terra ha condiviso la sorte di tanti connazionali nel corso degli orribili anni 1939-1945.

Quando come Metropolita di Cracovia ho voluto offrire ai Vescovi partecipanti al Sinodo del 1971 (durante il quale Paolo VI ha annoverato tra i Beati il padre Massimiliano) qualche sua reliquia, non ho potuto dare altro che soltanto un granello della terra polacca preso da Oswiecim, della terra dei martiri. Tutto il resto era stato divorato dal fuoco dei forni crematori.

Padre Massimiliano crescendo dalla terra polacca, nello stesso tempo metteva in essa le radici, nella società, nelle Nazioni, di cui viveva il patrimonio spirituale, di cui parlava la lingua, di cui considerava con tutta la sua persona l’esperienza storica. Il nuovo Santo è profondamente iscritto nella storia polacca del XX secolo, nella storia della Nazione e della Chiesa. La sua santità cresce insieme a questa storia; da essa, in un certo senso, attinge il suo particolare “materiale”. In diverse tappe, ma particolarmente in quella tappa decisiva che si è svolta nei mesi di occupazione del 1941, nel campo di concentramento in Oswiecim, e soprattutto nei giorni dalla fine di luglio al 14 agosto di quell’anno. La definitiva “materia” della santità del Martire si trova lì, e per sempre viene legata con quel periodo della storia, e con quella terribile prova degli uomini. Di quegli uomini, alcuni vivono ancora e sono tra di noi, e a loro rivolgo un saluto particolare, lo rivolgo ai prigionieri del campo di concentramento di Auschwitz e di altri campi. Tra loro saluto il signor Franciszek Gajowniczek, un personaggio strettamente legato a padre Massimiliano.

Si può quindi dire che quella di padre Massimiliano è santità costruita del materiale specificamente “polacco”? Penso che si può e si deve dire così. La terra polacca dovrebbe raccogliere questo frutto, che ha restituito maturo al cielo. Questo è il frutto particolare del “tempo suo”, a cui guardano i secoli passati e che, nello stesso tempo, apre l’avvenire. In questo frutto noi ricordiamo la storia delle generazioni, la testimonianza che ha lasciato ai suoi nipoti e pronipoti. Se la storia della Nazione si spiega anche con il contributo dei santi, che esse hanno dato, allora la storia della Polonia nel XX secolo non la si può capire senza la figura del padre Massimiliano, martire di Oswiecim.

3. Tuttavia, mediante questa figura si aprono davanti a noi orizzonti universali. Non soltanto perché la Chiesa, che proclama Massimiliano Santo, è “cattolica” ossia “universale”, ma anche a motivo di ciò che costituisce “la materia” della sua santità. Ho detto prima che questa “materia” è polacca, e adesso devo costatare che essa è, insieme, profondamente “umana”. È presa dalla storia dell’uomo e dell’umanità nel nostro secolo. È legata alle esperienze di diverse Nazioni, prima di tutto sul Continente europeo.

Lo si può facilmente costatare, mettendo il piede nel campo di Oswiecim, presso il grande monumento delle vittime. In quante lingue sono le iscrizioni, che parlano di coloro che lì hanno sofferto i terribili tormenti e, alla fine, hanno subìto la morte? Difatti la santità di Massimiliano Kolbe è stata costruita, in definitiva, dalla stessa “materia”. Così dunque, alle basi di questa santità si trova la grande, profondamente dolorosa causa umana. Si può dire che dal cuore stesso di questa causa, Dio Immortale e Signore della storia umana tira fuori le perenni testimonianze, perché esse rimangano nella storia della umanità anche come “i segni dei tempi”.

In tal modo la figura di Massimiliano rimane una testimonianza dell’epoca ed appartiene ai “segni dei tempi”. Questa difficile e tragica epoca contrassegnata da un orribile avvilimento della dignità umana, ha fatto nascere a Oswiecim il suo segno salvifico. L’amore si è dimostrato più potente della morte, più potente del sistema antiumano. L’amore dell’uomo ha riportato la sua vittoria lì, dove sembravano trionfare l’odio e il disprezzo dell’uomo. In questa vittoria dell’amore di Oswiecim si è fatta presente in modo particolare la vittoria del Golgota. Gli uomini hanno vissuto la morte del loro compagno di prigionia non come ancora un’ulteriore sconfitta dell’uomo, ma come il segno salvifico: segno del nostro tempo, del nostro secolo.

4. La Chiesa rilegge il significato di tali segni. In ciò consiste il suo legame con la storia dell’umanità: degli uomini e delle nazioni. Ieri essa ha riletto, sino alla fine, il significato del segno di Oswiecim, che Massimiliano Kolbe costituì con la sua morte di martire. La Chiesa ha riletto questo segno con una profonda venerazione e commozione, sentenziando la santità del Martire di Oswiecim. I santi sono nella storia per costituire i permanenti punti di riferimento, sullo sfondo del divenire dell’uomo e del mondo. Ciò che si manifesta in essi è duraturo, intramontabile. Testimonia della eternità. Da questa testimonianza l’uomo attinge, sempre di nuovo, la coscienza della sua vocazione e la sicurezza dei destini. In tale direzione i santi guidano la Chiesa e l’umanità. A queste guide spirituali si aggiunge oggi san Massimiliano, il nostro connazionale, in cui l’uomo contemporaneo scopre una mirabile “sintesi” delle sofferenze e delle speranze della nostra epoca.

Vi è in questa sintesi plasmata dalla vita e dalla morte del Martire, un appello evangelico di una grande limpidezza e potenza: guardate di che cosa è capace l’uomo, che si è affidato assolutamente a Cristo per l’Immacolata! Ma in questa sintesi, vi è anche un ammonimento profetico. È un grido indirizzato all’uomo, alla società, all’umanità, ai sistemi responsabili della vita dell’uomo e delle società: quest’odierno Santo è uscito dal centro stesso dell’umiliazione dell’uomo per l’uomo, dell’umiliazione della sua dignità, della crudeltà e dello sterminio. Questo Santo grida quindi, con tutta la sintesi del suo martirio, per il coerente rispetto dei diritti dell’uomo e anche delle Nazioni poiché, infatti, fu figlio della Nazione, i cui diritti sono stati terribilmente violati.

5. Molteplice è l’eloquenza della canonizzazione di ieri. Vi auguro, venerati e cari fratelli e sorelle, che, ritornando in Patria o negli altri Paesi in cui vivete, portiate con voi questa eloquenza, che penetriate in essa con il pensiero e con il cuore. Ve lo auguro.

E auguro anche alla mia Patria e auguro alla Chiesa in Polonia che san Massimiliano Kolbe, Cavaliere dell’Immacolata, Martire di Oswiecim, diventi per noi tutti mediatore dinanzi a Colui che è il Signore del secolo futuro; che diventi anche il testimone quotidiano di ciò che è grande e giusto, e grazie a cui la vita umana sulla terra è degna dell’uomo e diventa, mediante la grazia salvatrice, degna di Dio stesso.

Permettetemi di aggiungere alcuni pensieri, sorti già in questa Aula, che non sono entrati nel contesto del discorso, ma che vanno espressi. Prima di tutto, quando stavo passando in mezzo all’Aula Paolo VI, mi sono ricordato un altro passaggio: in questo stesso luogo, in mezzo ai pellegrini polacchi dalla patria e dall’emigrazione riuniti qui nel 1971, passò Paolo VI, accompagnato dai Cardinali polacchi di allora: Cardinale Stefan Wyszynski Primate di Polonia, Cardinale Jan Król di Filadelfia, venuto pure oggi, e infine colui che pronuncia queste parole.

È mia abitudine di entrare in contatto, quando passo qui durante le udienze generali, con le persone che stanno lungo le transenne e almeno salutarle personalmente.

In questa occasione ho sentito dirmi tante cose: prima di tutto assicurazioni di preghiere per me. Perciò voglio cordialmente ringraziare tutti e ciascuno. Ho sentito pure molte richieste di benedizione per le famiglie, per le persone, per le parrocchie. Mi rendo conto che soltanto in piccola parte ho potuto rispondere ad esse personalmente, poiché lungo le transenne più o meno vicino stanno centinaia e migliaia di persone. Desidero rispondere, cari fratelli e sorelle, a tutte le vostre richieste e intenzioni con le quali ciascuno di voi è venuto e assicurarvi che le prendo tutte nel mio cuore e le faccio oggetto delle mie preghiere dinanzi a Dio.

E, infine, passando così in mezzo all’Aula, ho sentito e notato molte lacrime. Non è bene vedere i connazionali che vengono con le lacrime negli occhi alla canonizzazione del loro Santo, poiché queste non erano lacrime di gioia. Ad esse si aggiungevano talvolta le parole che erano come un grido, un grido proveniente non soltanto da questa sala, ma da lontano. E perciò voglio rispondere a queste grida mediante voi che siete qui presenti. Voglio rispondere a coloro che mancano qui e, soprattutto, alle persone internate e in prigione.

Desidero rispondere a chi in qualsiasi forma sta soffrendo in terra polacca e desidero rivolgermi, da questo posto, alle autorità della Repubblica Popolare Polacca, chiedendo loro che non ci siano più queste lacrime. La società polacca, la mia nazione non merita di essere indotta alle lacrime di disperazione e di abbattimento ma merita di avere un futuro migliore. Desidero infine rispondere alle parole del Cardinale metropolita di Cracovia circa il punto in cui egli ha ricordato il mio pellegrinaggio in patria per il giubileo di Jasna Góra. Desidero ancora una volta affermare che ritengo questo pellegrinaggio come un mio sacrosanto dovere e lo ritengo, malgrado tutto, un mio diritto in quanto Vescovo di Roma e in quanto polacco. E perciò continuo ad esprimere la speranza che saranno create le condizioni necessarie per questo pellegrinaggio, conformemente alla grande millenaria dignità della nostra Nazione.

 

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