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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PRESIDENTI DELLE «CARITAS» DIOCESANE D'ITALIA

Martedì, 14 settembre 1982

 

Fratelli carissimi!

1. Sono sinceramente lieto di potermi incontrare oggi con voi, responsabili delle “Caritas” diocesane d’Italia, che vi siete riuniti a Roma per il IX Convegno nazionale, a dieci anni dall’inizio dell’attività della “Caritas” italiana, al fine di compiere, nella riflessione comunitaria e nel reciproco confronto, un’attenta e documentata verifica sugli obiettivi, sui contenuti, sugli strumenti organizzativi e sul metodo di lavoro in rapporto agli indirizzi ricevuti dalla Sede Apostolica e dalla Conferenza Episcopale Italiana.

Nel salutare cordialmente il Presidente dell’Organismo, Monsignor Vincenzo Fagiolo e voi tutti rappresentanti delle varie Comunità diocesane, vi esprimo il mio vivo compiacimento per le numerose benemerenze, che la “Caritas” nazionale e quelle locali hanno acquistato in questi dieci anni con la generosità e la tempestività, che hanno dimostrato nell’affrontare gravi problemi ed improvvise calamità - quali i disastrosi terremoti che si sono abbattuti su alcune Regioni d’Italia - dando una incisiva ed efficace testimonianza a tutto il Paese, e dimostrandosi sempre disponibili anche ad aiutare le popolazioni di altre Nazioni, in particolari e drammatiche situazioni di bisogno.

D’altronde l’istituzione della “Caritas”, che fa seguito ad altre meritorie opere di assistenza, dettate alla coscienza ecclesiale da necessità di vario tipo, in cui vengono a trovarsi singole persone ed intere comunità, è fondamentalmente legata alla essenza stessa del messaggio cristiano, che è l’annuncio gioioso dell’amore di Dio per l’uomo e dell’impegno dell’uomo nell’amare Dio e gli uomini tutti, figli di Dio e fratelli in Cristo.

La pagina potente del Vangelo secondo Matteo, con la quale ci viene presentato il giudizio universale e definitivo, che Gesù Cristo, Signore e Giudice degli uomini e della storia, compirà alla fine dei tempi, è tutta articolata sul rapporto di carità manifestato per i “poveri”, i suoi “fratelli più piccoli” (cf. Mt 25, 31-46); e tale pagina è intimamente collegata col discorso sul “comandamento nuovo”, che Gesù rivolge ai suoi seguaci la vigilia della sua passione: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri . . . Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici . . . Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 13, 34; 15, 12-13.17).

2. La “Caritas”, sia a livello diocesano che a livello nazionale - come d’altronde tutte le opere assistenziali che la Chiesa continua a promuovere - conserva in pieno la propria validità ed attualità. Come vi ricordava Paolo VI nel discorso del 25 settembre 1972, “è vero che l’assistenza pubblica viene man mano a compiere uffici affidati da secoli alla carità della Chiesa, ed è vero anche che la società moderna è più sensibile alle applicazioni della giustizia che all’esercizio della carità. Non per questo, tuttavia, l’azione caritativa della Chiesa ha perduto la sua funzione nel mondo contemporaneo. La carità è sempre necessaria, come stimolo e completamento della giustizia” (Insegnamenti di Paolo VI, X [1972] 989). Anche nella società contemporanea, che cerca di promuovere sia delle legislazioni sia gli strumenti adatti a dare a tutti i cittadini una serena sicurezza in campo economico, sanitario, sociale, esistono purtroppo ancora situazioni di autentica povertà fisica e psicologica: gruppi di persone o singoli individui conducono una vita non certamente adeguata alla loro dignità umana; soffrono atrocemente la solitudine, l’abbandono, l’emarginazione, la discriminazione. Si assiste al fenomeno della emergenza di “nuovi poveri”: gli handicappati, per i quali le moderne leggi hanno sì già approntato leggi adatte alle loro menomazioni, ma che hanno urgente bisogno dell’affetto e della disponibilità di tutti, di una vera conversione di mentalità nei loro confronti; gruppi di giovani - ed il fenomeno è ormai salito a preoccupanti livelli di guardia - i quali, disillusi, cercano nella droga l’appagamento dei loro sogni spezzati; gli anziani, molti dei quali vivono in situazioni drammatiche, tollerati da una società che invece dovrebbe debitamente onorarli perché da essi ha ricevuto l’esempio di una diuturna dedizione al lavoro e il contributo costante e silenzioso al progresso civile della comunità.

È qui, nel mondo di tanti e tanti nostri fratelli bisognosi del nostro aiuto, del nostro affetto, delle nostre cure, che si inserisce l’opera permanente, indispensabile, continua, metodica della “Caritas”, la quale deve anzitutto formare le coscienze dei fedeli all’imprescindibile esigenza dell’apertura, della disponibilità, della dedizione verso gli altri, con la convinzione che ogni contributo che si dà alla comunità ecclesiale nella sua capacità di donarsi, costituisce un aiuto per la sua crescita nella maturità cristiana e per la incisività della sua testimonianza nel mondo: “Amando il prossimo ed interessandoti di lui - dice sant’Agostino, rivolgendosi quasi a ciascuno di noi - tu camminerai. Quale cammino farai, se non quello che conduce al Signore Iddio, a Colui che dobbiamo amare con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente? Al Signore non siamo ancora arrivati, ma il prossimo lo abbiamo sempre con noi. Porta dunque colui assieme al quale cammini, per giungere a Colui, con il quale desideri rimanere per sempre” (S. Agostino, Tract. in Ioannis evangelium, XVII,9: PL 35, 1532).

3. Perché le varie “Caritas” siano preparate tempestivamente ed efficacemente sia nei casi di emergenza sia nelle situazioni di necessità permanente, occorrono delle strutture, delle persone, dei mezzi; occorre il coraggio di rinnovare la metodologia, in base alla esperienza, acquisita in questo decennio di intenso e fecondo lavoro. “Organizzarci per meglio animare la carità”: è proprio questo il tema di studio del vostro Convegno, al fine di determinare i modi di una sempre più efficace presenza animatrice nell’ambito diocesano e nazionale. È in questo contesto che si rivela quanto mai opportuna la promozione del volontariato, cercando di superare le inevitabili ed oggettive difficoltà; curando la formazione di quanti sono aperti a quest’opera meritoria; puntando specialmente sui giovani, così pieni di idee e di entusiasmo. Come vi dicevo nel mio incontro del 20 settembre 1979, “converrà . . . aprire, soprattutto ai giovani, le prospettive di un volontariato della carità, che allo spontaneismo dispersivo e provvisorio sostituisca la funzionalità e continuità di un’organizzazione razionale del servizio, inteso non soltanto come semplice appagamento dei bisogni immediati, ma ben più come impegno volto a modificare le cause, che stanno all’origine di tali bisogni” (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II,2 [1979] 337).

L’opera dei Volontari, adeguatamente preparati e formati, sarà preziosa non soltanto per quello che essi opereranno a favore dei poveri e degli emarginati di vario tipo, ma anche per quello che essi offriranno ai fini della maturazione del processo di crescita collettiva ed unitaria della carità di Cristo.

Sono mete queste che esigono un continuo spirito di donazione, di umiltà, di abnegazione, di servizio. La “Caritas” italiana e le “Caritas” diocesane hanno già dato esempi commoventi di dedizione. Continuate con il medesimo entusiasmo, non lasciandovi scoraggiare dalle difficoltà e dalle incomprensioni!

A voi tutti presenti, ai vostri collaboratori ed a quanti nelle diocesi e nelle parrocchie d’Italia si impegnano, in silenzio operoso, a servire ed amare Cristo nei fratelli, va la mia benedizione apostolica, pegno di copiose grazie divine. 

                                   

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