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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DEL BELGIO
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Sabato, 18 settembre 1982

 

Cari fratelli in Cristo.

1. Insieme voi avete ripreso il cammino verso Roma, per compiere questa visita “ad limina Apostolorum” che caratterizza l’Episcopato cattolico da tanti secoli e contribuisce in modo singolare alla sua unità. Il ripetersi ogni cinque anni di questa pratica comunitaria potrebbe generare l’abitudine. In realtà questa visita comporta una grazia misteriosa ed efficace che le viene da Cristo stesso e dalla missione espressamente affidata all’apostolo Pietro di confermare i suoi fratelli nella fede. Questa intima comunione col successore del primo Capo del Collegio apostolico ha già avuto luogo con ciascuno di voi. Essa acquisisce in questo momento un volto ancor più comunitario, quello stesso di cui voi date periodicamente testimonianza nel quadro degli incontri della Conferenza Episcopale del Belgio, i quali sono fonte di unità non solo per le diocesi di cui voi avete la responsabilità ma anche per il vostro amato Paese caratterizzato dall’uso della lingua fiamminga e della lingua vallone. Che il Signore, sorgente primaria ed inestinguibile di verità e carità, faccia scendere su questo incontro un soffio di fede ardente e di dinamismo pastorale a beneficio delle vostre rispettive diocesi e della vostra nazione tutta intera!

Senza poter toccare tutti gli aspetti della vita ecclesiale in Belgio, vorrei farvi partecipi dei miei più vivi incoraggiamenti in tre ambiti, spesso menzionati nei vostri rapporti ed evocati nei nostri incontri particolari, cioè: la promozione di una teologia della fede che sia molto fedele alla tradizione e aperta alle problematiche contemporanee; il proseguimento dei vostri sforzi per una vera pastorale della chiamata al presbiterato vissuto nel celibato e al diaconato permanente; infine un impulso, già ben avviato, ad impegnare i laici nella cooperazione ai numerosi compiti della vita e della missione della Chiesa.

2. In seno al collegio episcopale, il Vescovo non è solamente il custode di un tesoro di fede ereditato dal passato. Pur vegliando scrupolosamente sull’identità dell’eredità ricevuta dagli Apostoli, ogni Vescovo deve essere il promotore di una intelligenza della fede, che - tenuto conto della trascendenza della Rivelazione divina - possa essere ricevuta dagli spiriti contemporanei, proprio come essi sono, con le loro frequenti esigenze di verifica. So che voi siete solleciti nella promozione di una sana teologia, e a giusto titolo, in un momento che vede sorgere o risorgere gnosi antiche, audaci negazioni che toccano il cuore stesso della fede cattolica, come ad esempio l’assenza o almeno l’incertezza, a proposito di Cristo, della sua chiara identità di Figlio di Dio, e molti altri punti vitali del Credo. Ci tengo anche a sottolineare che voi avete la fortuna di possedere una doppia e prestigiosa Università Cattolica a Lovanio, con la quale io stesso ho avuto la gioia di familiarizzare.

Direi che i Vescovi - la cui missione apostolica è di conservare il popolo cristiano nell’unità della fede - devono essere teologi presenti nel vivo di ogni situazione, direttamente e quotidianamente, attenti ai mutamenti e alle diversità della vita delle persone, delle diverse comunità, dei movimenti apostolici o altri. Ma è anche indispensabile che i teologi di professione svolgano il compito specifico dell’approfondimento metodologico della fede vissuta, testimoniata, celebrata . . . Vescovi-teologi e teologi professionisti sono necessariamente complementari. Insieme, grazie ad incontri il più possibile frequenti e fiduciosi, devono permettere alla Chiesa di sfuggire ad una sorta di pericolosa dicotomia tra un pensiero dottrinale unicamente speculativo e chiuso in se stesso ed un pensiero pastorale che si discosti troppo facilmente dalle sue fonti teologiche. C’è bisogno di ripetere che la nostra epoca richiede dovunque Vescovi e teologi che siano insieme precisi e coraggiosi? Non basta riprendere i commenti del passato. Sarà molto dannoso capitolare davanti alla novità e alla complessità dei problemi dottrinali ed etici che voi conoscete, e aggiungo - per sottolineare numerose vostre constatazioni - davanti al liberalismo, all’agnosticismo, all’ateismo, o almeno al secolarismo che colpiscono anche la vostra nazione di tradizione cristiana e suscitano in voi vive preoccupazioni.

Vi incoraggio dunque molto energicamente - e lo dico di frequente agli episcopati - a promuovere una sana teologia per il benessere del popolo cristiano tenendo conto almeno dei quattro punti seguenti.

Continuate a vegliare accuratamente sull’esattezza della “fede che cerca di comprendere”, tanto più che numerosi teologi si sforzano di volerla esprimere in formule nuove.

Occupatevi anche del problema della comunicazione. I “dottori della fede” devono fuggire l’ermetismo ed anche un linguaggio semplicemente confuso che possono generare ambiguità. I teologi e i loro collaboratori devono infatti insegnare ai cristiani a ben comprendere gli avvenimenti e i rivolgimenti attraverso i quali la loro fede cristiana e la loro vocazione sono praticamente in causa.

Aggiungo ancora che i Vescovi, garanti della sana dottrina, e coloro che hanno la missione di provvedere a un assennato sviluppo dei dogmi sotto l’indispensabile autorità dei Vescovi, devono mantenere vivo in se stessi un profondo senso dell’unità della Chiesa. Perché non si tratta di voler elaborare tante teologie quanti sono i continenti, le regioni o gli ambienti di vita.

Infine - ed è un segno di evangelica semplicità - le esposizioni dei teologi devono rendere la fede più trasparente, ricordandosi sempre che essa non è fatta solamente per essere racchiusa in volumi e in summe, benché siano anche necessarie, ma per essere vissuta in modo semplice e, oso anche dire, popolare. A questo proposito, il successo di alcune sette può portarci ad una salutare riflessione.

3. Ricordo ora la diminuzione del clero diocesano e la parsimonia della sostituzione sacerdotale che sono per voi, responsabili di diocesi, una preoccupazione maggiore ed una sofferenza, molto spesso condivisa dai vostri fedeli. Non è la prima volta che la Chiesa conosce una tale prova. Ciò che importa, in Belgio come altrove, è mettere e rimettere continuamente a punto una pastorale realista e perseverante delle vocazioni. Ho notato che avete cercato di sviluppare dei giovani gruppi di formazione alla vita spirituale, che si chiamano “gruppi Emmaus” o in altro modo. Con il rispetto e l’ardore che pone in voi il Cristo in persona, voi stessi non avete paura di chiamare. E vi fate aiutare da sacerdoti che possiedono un carisma, non per forzare ma per suscitare e guidare le vocazioni sacerdotali di cui il popolo cristiano ha assoluto bisogno.

Sono persuaso che le vostre diocesi sono ricche in modo sufficiente di giovani, equilibrati, generosi, aperti o capaci di aprirsi all’ideale evangelico. È venuto il momento di superare i complessi e le paure generate da interrogazioni eccessive ed equivoche sull’identità del sacerdote o dell’emorragia del clero secolare e regolare degli ultimi decenni. Chiamate al presbiterato giovani adulti, che hanno già maturato la loro personalità, sia perseguendo la loro formazione scolastica e universitaria, sia esercitando una professione. Questo non deve far dimenticare un aspetto importante e troppo trascurato da anni, cioè che le vocazioni si preparano dall’infanzia. Sono profondamente convinto che al giorno d’oggi, come in tante epoche della storia ecclesiale, molti giovani possono essere conquistati da Cristo e consacrarsi esclusivamente ai loro contemporanei. Essi sembrano spesso smarriti come pecore senza pastori in mezzo ad una nuova civiltà che fanno fatica a comprendere ed anche a sopportare, tanto i veri valori, che danno un senso alla vita e alla storia dell’umanità, sono sovvertiti e sostituiti da un seducente sfoggio di false felicità, quando tutto ciò non è che l’insegnamento del non-senso dell’esistenza. Bisogna dire che quanto ricordato vale anche per le vocazioni religiose.

Ricevendovi qui, è come se ricevessi i sacerdoti e i religiosi che operano con voi al servizio del Vangelo. Dite loro da parte mia come mi sono cari e come io conto sulla loro fedeltà. Possano continuare a testimoniare individualmente e collettivamente che sono felici di essere a tempo pieno al servizio esclusivo di Cristo! Sono stato molto confortato dal sapere che in numerose regioni del mondo, il Giovedì Santo o uno dei giorni precedenti questa data memorabile, raduni del presbiterio diocesano sono stati più che mai numerosi e ferventi, in sintonia con il richiamo che avevo indirizzato nelle mie Lettere ai sacerdoti.

La vostra preoccupazione di sviluppare in Belgio il diaconato permanente, al termine di un impegno molto preparato e di una formazione esigente, ha anch’essa tutto il mio appoggio. Senza ricalcare servilmente la Chiesa antica, noi dobbiamo ispirarci a quelle giovani comunità che vivevano come sotto il primo impulso dello Spirito di Pentecoste.

4. I vostri rapporti, come le conversazioni che abbiamo avuto, testimoniano la vostra volontà unanime di proseguire l’opera di capitale importanza della formazione e della associazione di laici cristiani capaci di assumersi i molteplici compiti che si impongono ad una Chiesa in stato di missione. Lo sviluppo di consigli pastorali ed il moltiplicarsi di animatori di attività parrocchiali ne danno prova. La Chiesa, in Belgio, continua così ad essere molto sollecita nell’organizzazione e nella creazione di strutture.

Desidero felicitarmene con voi. Nessuna comunità cristiana, qualunque sia la sua dimensione, può oggi vivere o sopravvivere senza la solidarietà attiva di tutti i suoi membri. Insegnate loro voi stessi e supplicate i vostri sacerdoti di insegnare loro anche ad accettare la diversità tra di loro e a voler essere complementari. Lo sapevo già, ma sono colpito nel vederne la conferma nel corso dei miei viaggi apostolici: in tutte le comunità esistono dei doni estremamente numerosi e diversi che non sono sempre individuati, incoraggiati, fatti fruttificare dai responsabili della comunità. Vi sono coloro che sono capaci di dare delle idee, e coloro che sono in grado di approfondirle mediante la riflessione solitaria e condivisa in seguito con gli altri. Vi sono coloro che sono organizzatori nati e coloro che sono preziosi e perfetti esecutori. Vi sono alcuni dotati in modo particolare nel preventivare e amministrare un budget, e altri che sono abili a far capire la fondatezza di collette di sostegno. Vi è chi possiede una esperienza di vita cristiana ed una saggezza notevoli che li rende capaci di partecipare alla preparazione ai sacramenti e chi è in grado di contribuire all’animazione del culto liturgico. Vi sono coloro che fanno o potrebbero fare meraviglie sul piano dell’introduzione dei piccoli alla religione, e altri che posseggono il dono di incontrare spiritualmente e di guidare gli adolescenti. Vi sono alcuni che hanno ricevuto la grazia di saper guidare gruppi di preghiera, e altri che saranno in grado di organizzare svaghi di ispirazione cristiana. Vi è chi ha la capacità di pensare e di far avanzare soluzioni di problemi sociali e di spargervi il lievito evangelico, e coloro che sono efficienti diffusori o anche redattori della stampa cristiana. Mi sembra che la vostra Chiesa del Belgio è in grado di fare ancora meglio in questo ambito. Deve soprattutto vigilare affinché questi diversi servizi siano compiuti con fede, con senso della Chiesa, e legati alla preghiera, per non cadere nell’attivismo che non sarebbe affatto un rimedio al secolarismo circostante.

L’apostolo Paolo - con l’ardore ed il genio apostolico che gli erano propri - sarebbe stato lieto di incoraggiarvi a scoprire e a far fruttificare tutti i doni già esistenti o solamente potenziali nella vita dei vostri fedeli. Vi avrebbe forse anche incoraggiati ad utilizzare maggiormente i mezzi audio-visivi - e con una estrema sollecitudine per la qualità delle trasmissioni - per la vera formazione dei vostri diocesani sui problemi d’attualità che toccano il dogma e la morale cristiana, o su dei periodi della storia della Chiesa che essi sovente conoscono molto poco o in maniera inesatta. La Chiesa contemporanea guadagnerebbe nell’utilizzare più spesso e meglio i moderni mezzi di comunicazione.

In breve, mi auguro che le vostre diocesi e le vostre parrocchie siano come degli alveari ronzanti, che facciano conoscere al Belgio e anche al di fuori, cos’è veramente il Popolo di Dio, preoccupato di vivere i richiami che gli sono stati rivolti specialmente dal Concilio Vaticano II. È venuto il momento di superare gli interrogativi e le critiche che hanno indebolito la Chiesa. La promozione del servizio episcopale, del ministero sacerdotale, del diaconato permanente e del laicato si effettuino con una perseveranza ed una armonia tali che le vostre diverse comunità vi attingano una vitalità che è già e sarà sempre più il rimedio al secolarismo generatore di un mondo unidimensionale, agli antipodi della realizzazione integrale dell’uomo!

Cari fratelli nell’Episcopato, sia che siate responsabili delle diocesi del Belgio o ausiliari dei vostri Vescovi, siate più coraggiosi e fiduciosi che mai! Il Signore è sempre con coloro che edificano la sua Casa, cioè che edificano il Corpo di Cristo, la Chiesa, segno visibile della salvezza che Dio non cessa di proporre all’umanità.

                                                   

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