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VISITA PASTORALE A BRESCIA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON I CITTADINI DI CONCESIO

Concesio (Brescia) - Domenica, 26 settembre 1982

 

Carissimi!

1. Grande è la mia gioia nel trovarmi oggi qui, a Concesio, parrocchia del Bresciano, nella quale il 26 Settembre di 85 anni fa nasceva il mio indimenticabile predecessore, Giovanni Battista Montini, diventato Papa col nome di Paolo VI.

Porgo un affettuoso saluto a tutti: al caro fratello Monsignor Luigi Morstabilini, al signor Sindaco, ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose, agli uomini, alle donne, ai giovani, ai bambini di questo fortunato paese, che ha avuto l’onore di dare i natali ad un grande Papa. Il mio saluto si estende poi ad ognuno dei presenti, fra i quali so che vi sono molti della Val Trompia.

Carissimi, sarà compito degli storici analizzare i multiformi aspetti di quei 15 anni di servizio pontificale, in un periodo certamente esaltante per la vita della Chiesa e dell’Umanità, ma attraversato anche da inquietudini e tensioni, di cui alcune fanno ancora sentire il loro peso.

Noi tutti, qui, a Concesio, desideriamo anzitutto ricordare nella preghiera Paolo VI, ma, allo stesso tempo, vogliamo rivivere alcuni aspetti salienti della sua ricca e complessa opera e riascoltare la sua parola di alto Magistero.

2. Paolo VI è stato il Papa della Chiesa: egli, da Sacerdote, da Minutante della Segreteria di Stato, da Assistente Nazionale della FUCI, da Sostituto della Segreteria di Stato, da Pro-Segretario di Stato, da Arcivescovo di Milano, da Papa amò la Chiesa con intensità e con dedizione incrollabili; ne illustrò la natura e le funzioni con una profondità, che si nutriva della Parola di Dio e della grande Tradizione patristica e teologica; lavorò instancabilmente perché essa apparisse veramente come l’immacolata sposa di Cristo, senza macchia e senza rughe (cf. Ef 5, 27). Nella sua prima enciclica sottolineava come “questa sia l’ora in cui la Chiesa deve approfondire la conoscenza di se stessa, deve meditare sul mistero che le è proprio, deve esplorare, a propria istruzione e a propria edificazione, la dottrina . . . sopra la propria origine, la propria natura, la propria missione, la propria sorte finale” (Paolo VI, Ecclesiam Suam, 10).

Ed ecco che la Chiesa, nella sua realtà teandrica, vive in pellegrinaggio su questa terra. Di qui la necessità del dialogo: “La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio” (Ivi. 67).

3. E Paolo VI fu veramente il Papa del dialogo: ha dialogato con l’umanità, anche non credente; con quelli che adorano il Dio unico e sommo, quale noi adoriamo, vale a dire con i figli del popolo ebraico; e con gli adoratori di Dio secondo la concezione monoteistica, quella musulmana in particolare; con gli appartenenti alle Chiese e Comunità cristiane non cattoliche, favorendo in maniera magnifica i rapporti ecumenici, specialmente mediante incontri personali e dichiarazioni comuni con i Capi di tali Chiese e Comunità.

Ha raccomandato e realizzato il dialogo all’interno della Chiesa Cattolica, confermando per tutti i suoi membri la grande responsabilità, che scaturisce dal fatto di “essere Chiesa”. Così non si stancò di parlare ai Sacerdoti della loro sublime ed impegnativa missione ecclesiale. “La vita sacerdotale esige - diceva - una intensità spirituale genuina e sincera per vivere dello Spirito e per conformarsi allo Spirito, un’ascetica interiore ed esteriore veramente virile” (Paolo VI, Sacerdotalis Caelibatus, 78).

Così, con pressante invito, raccomandava ai Religiosi di dare la testimonianza che il Popolo di Dio attende da loro: “Uomini e donne capaci di accettare l’incognita della povertà, di essere attratti dalla semplicità e dall’umiltà, amanti della pace, immuni da compromessi, decisi all’abnegazione totale, liberi e insieme obbedienti, spontanei e tenaci, dolci e forti nella certezza della fede: questa grazia vi sarà data da Gesù Cristo in proporzione del dono completo che avete fatto di voi stessi, senza più riprenderlo” (Paolo VI, Evangelica Testificatio, 31).

Ed ai Laici, uomini e donne, non si stancava di illustrare ed inculcare che vivessero la loro vocazione specifica e che esercitassero una forma singolare di evangelizzazione. Il loro compito primario ed immediato è la “messa in atto di tutte le possibilità cristiane ed evangeliche nascoste, ma già presenti ed operanti nelle realtà del mondo” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 70).

Questa Chiesa che si fa dialogo, che si fa colloquio, per Paolo VI è anche una Chiesa essenzialmente missionaria. Dal primo radiomessaggio per la “Giornata Missionaria Mondiale” (19 agosto 1963) fino alla grandiosa esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, dell’8 dicembre 1975, Paolo VI ha trasfuso nel cuore dei suoi fratelli - Vescovi, sacerdoti, religiosi, laici - il suo incontenibile ardore missionario: “Evangelizzare . . . è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella santa Messa, che è il memoriale della sua morte e della sua gloriosa risurrezione” (Ivi. 14).

4. In questa prospettiva ecclesiologica deve essere considerata ed esaltata l’opera straordinaria che Paolo VI ha svolto nei confronti del Concilio Ecumenico Vaticano II: egli lo continuò, lo portò a termine e lo attuò con una costanza e con una lungimiranza veramente sorprendenti. Realizzò la riforma liturgica; quella della Curia Romana; la creazione di nuovi Organismi - Segretariati, Consigli, Commissioni - che, affiancati ai già esistenti Dicasteri, portassero a realizzazione le indicazioni emerse dai dibattiti e dalle decisioni conciliari; istituì il “Sinodo dei Vescovi” - espressione della Collegialità - che, sotto il suo pontificato, tenne ben quattro Assemblee Generali; e, con mano salda e ferma, seppe mantenere nella giusta rotta il timone della nave di Pietro in mezzo ai flutti ed ai marosi, che potevano vanificare gli autentici intendimenti del Concilio.

Per tutto questo la Chiesa gli deve perenne e doverosa gratitudine!

5. Paolo VI è stato il Papa dell’Umanità: se egli ha amato intensamente la Chiesa, con non minore sincerità ha amato, rispettato, esaltato e difeso l’Uomo.

Si è veramente fatto tutto a tutti per portare a tutti la salvezza di Cristo (cf. 1 Cor 9, 22) perché - com’egli diceva - “nessuno è forestiero nella Casa del Padre” (Paolo VI, Allocutio, die 24 oct. 1963: Insegnamenti di Paolo VI, I [1963] 256).

In tutti egli ha visto il riflesso dell’immagine di Dio. Perciò accolse l’invito a recarsi alla sede dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, per parlare dell’uomo e della pace. Con commossi e potenti accenti profetici, in quella prestigiosa sede, egli fece sentire la voce della Chiesa e del suo Capo visibile: “Non l’uno sopra l’altro! Mai più gli uni contro gli altri, mai, mai più! Non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità! . . . Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con armi offensive in pugno!”. E l’annuale “Giornata Mondiale della Pace” - da lui con felice intuito istituita - è divenuta per tutti l’occasione di riflettere su questi temi, che investono il destino stesso dell’umanità sulla terra.

A difesa dell’uomo sfruttato, umiliato ed offeso nei suoi fondamentali diritti, egli si faceva carico del grido e dell’angoscia dei poveri, ed auspicò la promozione, su scala universale, di un “umanesimo plenario”, cioè dello “sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini” (Paolo VI, Populorum Progressio, 42). Spinto da tale sollecitudine, egli non mancò di riversare nel corso di tutto il suo pontificato una speciale attenzione ai problemi del mondo del lavoro, svolgendo una costante azione per la difesa e la promozione dei diritti dei lavoratori.

Egli aveva, del resto, guardato sempre con viva simpatia e sincera amicizia al mondo del lavoro fin da quando era Sostituto della Segreteria di Stato e poi Arcivescovo di Milano. Quando divenne Papa, non si limitò a ricevere gli operai, ma andò a visitarli di persona nelle loro stesse fabbriche: nei cantieri edili di Pietralata a Roma, nel centro siderurgico di Taranto, dove trascorse la Notte di Natale del 1968, e poi fra i minatori della galleria del Monte Soratte nel Natale del 1972. Il suo insegnamento al riguardo, tanto pieno di sincero affetto per i lavoratori e di solidarietà con le loro preoccupazioni e legittime aspirazioni, ebbe il suo vertice nell’enciclica Populorum Progressio (26 marzo 1967), per lo sviluppo integrale dell’uomo e lo sviluppo solidale dell’umanità, e nella lettera apostolica “Octogesima Adveniens”, scritta nell’80° anniversario della Rerum Novarum.

Fu ancora per proteggere la dignità dell’uomo che Paolo VI riaffermò il valore altissimo dell’amore coniugale, il quale “rivela la sua vera natura e nobiltà quando è considerato nella sua sorgente suprema, Dio, che è Amore, il Padre, da cui ogni paternità, in cielo ed in terra, trae il suo nome” (Paolo VI, Humanae Vitae, 8).

L’ardore apostolico di annunciare il messaggio di Cristo a tutto il mondo spinse Paolo VI a compiere memorabili viaggi in Continenti e Nazioni, in cui nessun Papa era ancora stato. Sulle sue orme e sul suo esempio, anch’io ho inteso continuare tali pellegrinaggi, come messaggero di pace per tutti gli uomini.

6. Ripensando al cammino terreno di quel Papa, emerge la grandezza che lo ha caratterizzato. La Chiesa deve a lui molto.

Se poi ci chiediamo quale sia stato il punto segreto e propulsore della sua azione pontificale, penso che la risposta non sia difficile: il papato di Paolo VI fu un papato eminentemente “cristocentrico”. Egli visse profondamente in unione con Gesù; annunciò instancabilmente Gesù. Ricordiamo le sue vibranti parole all’apertura della seconda sessione del Concilio Vaticano II: “Cristo, nostro principio, Cristo, nostra vita e nostra guida! Cristo, nostra speranza e nostro termine . . . Nessun’altra luce sia librata in questa adunanza, che non sia Cristo, luce del mondo; nessun’altra verità interessi gli animi nostri, che non siano le parole del Signore, unico nostro Maestro; nessun’altra aspirazione ci guidi, che non sia il desiderio per essere a lui assolutamente fedeli” (Paolo VI, Allocutio, die 29 sept. 1963: Insegnamenti di Paolo VI, I [1963] 171).

Il tema della riconciliazione nel Cristo, insieme con quello del rinnovamento interiore, fu la finalità spirituale dell’Anno Santo del 1975, durante il quale milioni di pellegrini si raccolsero attorno a Paolo VI per accogliere il suo invito all’amore, all’unione reciproca, nel vincolo dell’unica carità di Cristo.

Nelle sue omelie, nelle sue catechesi del mercoledì, egli parlava di Cristo, con accenti degni dell’apostolo Paolo.

Ma accanto a Gesù, ecco apparire la figura della sua Madre Maria. Paolo VI ebbe per la Madonna, che egli proclamò “Madre della Chiesa”, una devozione tenera e forte. Come pegno di essa valga il ricordo della sua visita alla Basilica Liberiana, l’11 ottobre 1963, dove, circondato dai Padri Conciliari, si recò a rendere omaggio a Maria santissima, “Salus Populi Romani”, ad un anno dall’inizio del Concilio Vaticano II. E come non ricordare il suo settimanale pensiero mariano all’Angelus domenicale; i suoi Documenti sulla Madonna ed infine la sua mirabile esortazione apostolica “Marialis Cultus” del 1974?

Fondato su queste serene certezze Paolo VI seppe guardare ed affrontare anche la morte, a cui andò incontro da uomo, da cristiano, da Papa!

Nell’osservare che “la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena”, egli ringraziava il Signore e scriveva nel suo Testamento: “Chiudo gli occhi su questa terra dolorosa, drammatica e magnifica, chiamando ancora una volta su di essa la divina bontà”.

7. Carissimi fratelli e sorelle di Concesio!

In questo nostro incontro, qui, nel paese in cui egli ha aperto gli occhi alla luce del sole ed è nato alla grazia nel battesimo, se volessimo sintetizzare, a nostro conforto e a nostro ammaestramento, i quindici anni del pontificato di Paolo VI, potremmo dire che sono stati un messaggio di speranza ed anche di gioia: “La gioia di essere cristiano, strettamente unito alla Chiesa "nel Cristo", in stato di grazia con Dio, è davvero capace di riempire il cuore dell’uomo”, così egli scriveva durante l’Anno Santo del 1975 nell’esortazione apostolica Gaudete in Domino. Egli, come pochi, ha amato e stimato il suo tempo, desiderando ardentemente di condurlo a Cristo.

A voi, che avete il privilegio di essere suoi concittadini, il compito di essere degni di così grande Pontefice, accogliendo e mettendo in pratica la preziosa eredità di insegnamenti che egli ci ha lasciato con la sua parola e col suo esempio.

A questo vuole incoraggiarvi la mia visita e la mia benedizione. 

                                       

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