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VISITA PASTORALE A BRESCIA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI GIOVANI IN PIAZZA DEL DUOMO
ORA RIBATTEZZATA PIAZZA PAOLO VI

Brescia - Domenica, 26 settembre 1982

 

Carissimi Giovani!

1. Ho ardentemente desiderato questo incontro con voi. Dall’intimo del cuore vi rivolgo il mio affettuoso saluto.

In questo momento, festoso e cordiale, mi sento vicino a tutta la cara gioventù bresciana: a quanti formano il tessuto giovanile della vasta e popolosa Chiesa dei santi Faustino e Giovita, nelle tre valli bresciane, nella città e nei suburbi, nella pianura.

Giovani di ogni ceto e condizione, appartenenti al mondo studentesco e a quello del lavoro nei campi e nelle fabbriche, sappiatevi tutti presenti nel cuore del Papa e da lui caldamente salutati e benedetti.

2. Il nostro incontro avviene in questa piazza intitolata a Paolo VI e attorniata da grandi memorie, le quali partendo da epoche remote, configurano il volto storico di Brescia, città romana e neoclassica, comunale e risorgimentale, devota e intrepida. È il volto di Brescia cattolica, le cui secolari radici sono testimoniate dalla vetusta Rotonda dell’antico Duomo, mentre le robuste e vaste espansioni dei secoli successivi sembrano trovare perfetta raffigurazione nelle linee alte e nitide del Duomo nuovo.

Vi è di più. Quest’ambiente richiama al nostro commosso ricordo la fanciullezza e la giovinezza del vostro grande concittadino e mio indimenticabile predecessore, il Papa Paolo VI.

È qui che egli si preparò alla vita, protetto dapprima dal dolce e fervido contesto familiare di via delle Grazie, inserito poi in istituzioni di provato valore e di non comuni benemerenze, quali il collegio Arici, l’oratorio filippino della Pace e il seminario diocesano.

Quella giovinezza serena e pensosa, che qui conobbe le prime esperienze dell’amicizia, dell’apostolato, delle battaglie giornalistiche, ebbe il suo sbocco nell’ordinazione presbiterale, che don Giovanni Battista Montini ricevette in questa Cattedrale: di qui prese avvio il successivo itinerario, che lo allontanò da Brescia e lo portò, via via, attraverso sempre più impegnativi ministeri, alla missione di Pastore della Chiesa universale.

Ma nel variare di tempi e di luoghi, i pensieri del vostro grande Conterraneo tornavano con frequenza agli anni giovanili, “sempre custoditi nella memoria e nella riconoscenza al Signore, per le tante grazie di cui furono ricchi” (Insegnamenti di Paolo VI, III [1965] 1021).

Da quei ricordi Papa Paolo ricavò un principio di vita che mi piace qui richiamare. Parlando ai sacerdoti di questa diocesi, egli disse un giorno: “Dalla misura del tempo passato trae la sua ragion d’essere ed il pio segreto della sua bellezza, il culto che dobbiamo alla tradizione. Alla tradizione, nel suo significato solenne e teologico, di trasmissione della Parola di Dio . . . ed alla tradizione nel suo significato più modesto e assai meno impegnativo, che possiamo chiamare storia locale, tesoro pur esso prezioso, quando ci porta quanto di buono l’esperienza, la saggezza, il carattere peculiare d’una gente lasciano in eredità di generazione in generazione, non come peso da portare e freno da tollerare . . . ma come fascio di luce che proietta i suoi raggi sui sentieri futuri e stimola i passi a più franco cammino” (Insegnamenti di Paolo VI, VIII [1970] 602-603).

3. È un insegnamento di enorme portata. Io desidero riproporlo oggi a voi, miei cari giovani, con la medesima energia con cui Paolo VI lo espresse in quella circostanza. E aggiungo: siate degni della vostra nobile e ricca tradizione. Fate onore al cumulo di esperienze e di opere ereditate dagli antenati, molte delle quali hanno reso onorato anche al di fuori dei confini locali il nome di Brescia cattolica. È esigenza e problema di fedeltà.

La fedeltà non si esaurisce nella diligente custodia e nella sapiente valorizzazione del patrimonio ricevuto dal passato. La fedeltà è sguardo proiettato sul futuro ed impegno per l’avvenire. Questo è stato uno dei punti focali della paziente pedagogia postconciliare di Paolo VI (cf., ex. gr., Ivi., XIV [1976] 200). Vorrei che fosse anche la stella polare della vostra giovinezza. Papa Paolo VI non vive più, non è più tra i viventi. Ma noi lo vediamo oggi giovane. Lo vediamo giovane fra i giovani della sua città. Andiamo due o tre generazioni indietro, e lo vediamo giovane come siete giovani voi. Che cosa vorrebbe dirvi quel Paolo VI che non sta più tra i viventi, ma una volta era giovane bresciano, giovane di Brescia? Che cosa vorrebbe dirvi? Ecco:

Voi puntate, e giustamente, sul domani l’obiettivo delle vostre attese. Ma non c’è un domani che scaturisca dal nulla. Non c’è, non può esserci un avvenire costruito sul vuoto o sulle sabbie mobili. Solo poggiando sul patrimonio dei valori umani e cristiani, conquistati dalle generazioni dei giovani di ieri, voi potrete far progredire il mondo di oggi verso nuovi e validi traguardi.

4. Carissimi, vivete la vostra giovinezza secondo uno stile genuinamente cristiano. Dimostrate, cioè, con la profondità delle convinzioni e con la coerenza della condotta che Gesù Cristo è nostro contemporaneo. Allora, non solamente Paolo VI, Gesù Cristo è nostro contemporaneo. Così viviamo la tradizione. Con i tesori del passato noi costruiamo il futuro, l’avvenire. Allora Gesù Cristo è nostro contemporaneo; non un insigne reperto da museo, ma il Vivente assoluto, il compagno di viaggio dell’uomo del nostro tempo.

Il cristianesimo è la religione dei giovani. Questa non è una frase fatta, e neppure, beninteso, una affermazione esclusivistica. La Parola del Signore è destinata e adatta a tutti. Essa tuttavia rivela una particolare affinità con l’età giovanile per la sua intima virtù di ricupero e di rigenerazione, per la sua misteriosa capacità di rapportare continuamente il ritmo dell’itinerario spirituale sullo slancio, la generosità, l’entusiasmo che sono tipici della stagione giovanile.

Il favore dell’età è un bene immenso e, insieme, transeunte. Guai a dimenticarsene. Il Vangelo stende un velo di silenzio sul destino di quel giovane che non ebbe il coraggio di rispondere “sì” all’invito di Gesù (cf. Mt 19, 16-30; Mc 10, 17-22; Lc 18, 18-30). Un giovane ricco, ma non felice; un personaggio senza sviluppo e senza storia, al quale nessuno di voi, miei cari giovani, vorrebbe prestare il proprio nome.

Sono certo che voi volete riconoscervi, invece, in quei vostri coetanei che con vibranti acclamazioni resero testimonianza a Cristo nel suo ingresso in Gerusalemme, all’approssimarsi della Passione.

Paolo VI ha desiderato che l’accentuazione giovanile di quell’evento avesse un’espressione concreta durante i riti liturgici della Domenica delle Palme nella Basilica vaticana, ed ha instaurato la bella consuetudine di circondarsi di giovani in tale circostanza. Questo per mettere bene in luce che, fra il popolo che ebbe l’intuizione messianica, “i più entusiasti e attivi furono i giovani. Essi furono gli araldi del Messia. Essi indovinarono; essi si esposero, con segni di audacia, di felicità e di letizia. Essi capirono che quella era l’ora di Dio” (Insegnamenti di Paolo VI, XIV [1976] 242-243).

5. L’ora di Dio è anche oggi. La gioventù lo sa, o almeno lo intuisce.

Padre Giulio Bevilacqua, l’ardente “Cardinale-parroco”, l’incomparabile maestro e amico di intere generazioni di bresciani, nell’analizzare la crisi della gioventù moderna, con la caratteristica sua prorompente energia notava, pur tra aspetti negativi, la presenza di un “istinto vitale, il quale dice che sul "no" non si può costruire la vita” (La parola di padre Giulio Bevilacqua, Morcelliana, Brescia 1967, p. 78).

Il “sì” a Cristo deve essere l’impronta indelebile del vostro stile di vita. Un “sì” totale e limpido, deciso e pieno, alieno da sofismi, equivoci, oscillazioni. Il senso acuto dell’oggi che caratterizza voi giovani va armonizzato e animato da una visione di fede, dalla certezza che Cristo Risorto opera nella storia di oggi e nel cuore dell’uomo.

Giovani sani e forti, io parlo al vostro cuore segnato dal sigillo di Cristo. Nel suo nome e con la sua autorità vi ripeto il messaggio delle beatitudini, tutto pervaso da celestiale virtù e, nello stesso tempo, incarnato nella quotidiana fatica del vivere. E vi dico: misuratevi con le altezze di Dio e siate assidui alla esplorazione delle zone più riposte del vostro mondo interiore. Troverete sempre una risposta ai vostri “perché”. Chi è Cristo? Chi è Cristo? Cristo è quello che sa dare la risposta a tutti i nostri perché. Capirete che mille difficoltà non hanno la forza di ingenerare un dubbio: che nessun macigno può rendere fragile la costruzione dell’onestà, della castità, della generosità. Con la voce del Concilio Vaticano II vi ripeto:“La Chiesa vi guarda con fiducia e con amore . . . Guardatela e troverete in lei il volto del Cristo, il vero eroe, umile e saggio, il profeta della verità e dell’amore, il compagno e amico dei giovani” (Conc. Œcum. Vat. II Nuntius ad Iuvenes).

6. Nessuno di voi, carissimi, deve per altro dimenticare che tale personale esperienza di Cristo porta con sé un preciso impegno di testimonianza nei confronti di quanti non hanno ancora avuto la fortuna di un simile liberante incontro col Redentore. Come è possibile, infatti, conoscere Cristo e in lui scoprire la risolutiva risposta alle aspettative più profonde dell’uomo e non provare istintivamente il bisogno di mettere a parte anche gli altri della gioia che da tale scoperta, come da fonte inesauribile, zampilla?

Ciascuno di voi ha il compito di essere “profeta” di Cristo fra i suoi coetanei, di esserne apostolo. A chi non spera più, a chi non sa più aprirsi agli altri, a chi si dice pago delle cose materiali, a chi è vittima del consumismo, della paura, della frenesia del piacere, voi dovete annunciare il Signore risorto, la sua vita, la sua speranza, il suo Regno, il suo amore.

Vivete Cristo e “contagerete” ancora il mondo! L’uomo di oggi, e il giovane soprattutto, è in ricerca della verità che dà libertà e futuro: c’è bisogno di voi, c’è bisogno di giovani che sappiano presentare in modo vero, convinto, incarnato il messaggio di Cristo; di giovani che sappiano con sincerità e continuità far dono della Realtà che li ha raggiunti e coinvolti, che li supera e li stimola a seminare nei solchi della storia quotidiana germi di infinito.

7. In tale compito vi possono essere di grande aiuto le opere e le organizzazioni specificatamente destinate alla gioventù, che costituiscono una parte cospicua - da molti ammirata - della tradizione bresciana.

Con vero compiacimento ho visto che il Sinodo diocesano, recentemente concluso, ha dedicato una sezione alla pastorale dei giovani e dei ragazzi, richiamando principi e delineando orientamenti intesi ad avvalorare le associazioni, i movimenti, i gruppi giovanili, affinché siano sempre più rispondenti all’impulso rinnovatore che deve animare tutti gli strati di una comunità che segue Cristo e lo annunzia, e parimenti alle necessità delle nuove generazioni.

In questo contesto ho apprezzato in particolare lo spazio assegnato nella riflessione sinodale agli Oratori. Generazioni intere hanno trovato in tali ambienti sostegno, stimolo, conforto, nutrimento per un valido cammino di fede.

La formula oratoriana, che risale alla genialità creativa di santi, amici della gioventù, come Filippo Neri e Giovanni Bosco, ed a Brescia vanta una storia peculiare, continua ad essere di viva attualità. In molte occasioni Paolo VI ne ha tessuto l’elogio e ne ha raccomandato lo sviluppo.

Facendo mio il pensiero del grande Pontefice, auspico un sempre maggiore incremento degli Oratori, sicuro che ne saranno avvantaggiate tutte le benemerite istituzioni, che si propongono l’evangelizzazione e la catechesi del mondo giovanile.

Carissimi, molti vostri coetanei sono protesi nella faticosa ricerca di valori autentici, ma troppe volte essi percorrono sentieri di morte più che di vita e di speranza. Ad essi voi dovete recare le certezze che vi vengono dall’essere radicati in Cristo e nella Chiesa, dall’accostarvi alla Parola di Dio e dal nutrirvi dell’Eucaristia. C’è bisogno di ciascuno di voi. Sentitevi debitori verso chi è nel dubbio e nell’angoscia, verso chi non sa più credere né sperare; sentitevi debitori verso tutti dell’amore di Cristo che vi ha raggiunti e salvati, e, da lui sorretti, recate il messaggio della sua gioia ad ogni giovane, ad ogni uomo, ad ogni fratello.

8. E adesso che è giunta l’ora del mezzogiorno vogliamo, in conformità con la consuetudine della Chiesa orante, adorare il mistero dell’Incarnazione, salutando Maria, Madre del Verbo Incarnato. Ci richiameremo alle parole di Paolo VI, il quale, riferendosi alla preghiera dell’Angelus Domini, rilevava come la sua “struttura semplice, il carattere biblico, l’origine storica, che la collega all’invocazione dell’incolumità nella pace, il ritmo quasi liturgico, che santifica momenti diversi della giornata, l’apertura verso il mistero pasquale”, facciano sì che essa, “a distanza di secoli, conservi inalterato il suo valore e intatta la sua freschezza” (Paolo VI, Marialis Cultus, 41).

E proprio in occasione della recita domenicale dell’Angelus, Papa Paolo VI, meditando sul mistero dell’Incarnazione - “l’avvenimento più singolare, più innovatore, più bello dell’umanità: il Verbo di Dio che si fa uomo” - osservava con filiale trasporto: “Maria, l’umilissima, la purissima, accetta di diventare, con la sua amorosa ubbidienza, per opera dello Spirito Santo, la Vergine Madre dell’uomo-Dio, Cristo Signore. È un nodo tale di misteri, di verità, di realtà, a cui fanno capo i disegni divini ed insieme i nostri destini, che giustifica, ed esige anzi, il culto tutto speciale e filiale che la Chiesa, l’umanità credente e in via di redenzione, tributa a Maria” (Insegnamenti di Paolo VI, XI [1973] 284).

A testimonianza di tale culto “tutto speciale” Paolo VI, durante il Concilio Vaticano II, proclamò la Vergine santissima “Madre della Chiesa”, sottolineando che Maria “essendo Madre di Colui, che fin dal primo istante della Incarnazione nel suo seno verginale, ha unito a sé come Capo il suo Corpo Mistico . . . è Madre anche dei fedeli e dei Pastori tutti, cioè della Chiesa” (Insegnamenti di Paolo VI, II [1964] 675).

Innalziamo, dunque, con animo pieno di fiducia il nostro sguardo a lei e diciamo:

“Angelus Domini . . .”. 

                                              

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