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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
A SUA SANTITÀ KAREKINE II, CATHOLICOS DI CILICIA

Sabato, 16 aprile 1983

 

A Sua Santità Karekine II,
Catholicos di Cilicia.

In questo periodo dell’anno liturgico, illuminato dalla celebrazione della Pasqua di Cristo, e mentre i nostri cuori sono colmi del rinnovato sentimento della sua presenza, ecco che si incontrano nel nome del Signore il Catholicos di Cilicia e il Vescovo di Roma, proprio in questa città in cui Pietro e Paolo hanno proclamato, alle origini della storia cristiana, la vittoria di Gesù Cristo sulla morte, sigillando la loro testimonianza con il linguaggio misterioso ma assai significativo del sangue versato.

L’incontro di oggi è un nuovo passo nel dialogo fraterno tra le nostre Chiese. Il bacio di pace scambiato nel 1967 tra il vostro predecessore e il mio costituisce un momento indimenticabile di questo loro riavvicinamento. Docili alle ispirazioni dello Spirito Santo che ci spinge a recuperare la piena unità e a riconoscere i “legami molto stretti” (Unitatis Redintegratio, 15) che già ci riuniscono in una profonda comunione, noi siamo coscienti oggi, voi e io, di essere fedeli all’eredità preziosa del loro grande esempio e della loro speranza, e questo in un momento in cui e ancora viva nei nostri cuori l’emozione suscitata dalla recente dipartita di Sua Santità Khoren I.

Dal mattino di Pasqua, la luce della Risurrezione non ha mai cessato di rischiarare l’esperienza intima di tanti uomini e donne, e, attraverso essa, quella di popoli interi.

Nell’accogliervi, venerabile fratello, voglio rendere omaggio alla grande pagina della storia cristiana che è cominciata quando san Gregorio l’Illuminatore ha portato questa luce immateriale nel cuore del popolo armeno.

Nella vostra persona voglio onorare anche la grande famiglia cristiana che, in comunione con Sua Santità Vasken I, Patriarca Catholicos Supremo di tutti gli Armeni, voi guidate sui tortuosi cammini della storia, di questa storia che deriva, come sempre, da domande inesprimibili dello Spirito e dalla libera risposta dell’uomo.

L’esperienza del popolo armeno offre una testimonianza eloquente di questo “legame organico” tra la fede cristiana e la cultura di cui ho parlato nel mio discorso all’UNESCO.

Quando un popolo accoglie la luce di Cristo, le sue convinzioni profonde ne vengono purificate e confermate; sul terreno dell’antica cultura, ne sboccia una nuova nella quale l’uomo trova un equilibrio più profondo e un modo più libero e liberante di affrontare la realtà. Egli vi trova anche la forza di resistere ai rovesci della storia. Una tale cultura, nelle circostanze difficili, si rivela essere una forza più potente di tutte le altre (cf. Giovanni Paolo II, Allocutio ad eos qui conventui Consilii ab exsecutione internationalis organismi compendiariis litteris UNESCO nuncupati affuere, 2 giugno 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III/1 [1980] 1636 ss.). La vostra storia offre una magnifica testimonianza al fatto che il Vangelo dà a ciascun popolo, come anche a ciascun uomo, il suo vero volto.

La diversità che risulta da questo fatto, diversità di temperamenti che diviene in seguito una diversità di usi e di costumi, non solamente non si oppone affatto all’unità della Chiesa, ma “ne accresce la bellezza e le offre un aiuto prezioso per il compimento della sua missione” (Unitatis Redintegratio, 16). La ricchezza particolare data a ciascuno è pienamente conservata e non può svilupparsi se non nella misura in cui essa è voluta per il bene di tutti. Questa chiara coscienza alimenta la passione per l’unità della Chiesa: se viene dato un dono particolare dello Spirito a ciascun uomo e a ciascuna famiglia del popolo di Dio, è perché ciascun membro possa ricoprire la sua funzione nell’unico corpo di Cristo.

La vostra presenza tra noi, venerabile fratello, rende vivo al mio spirito, con un’acutezza ancora più grande, il dramma del Paese da cui provenite e nel quale, ormai da molto tempo, una parte del vostro popolo è stata accolta, e che è diventato la sua nuova patria. Questa terra del Libano, così cara al mio cuore, che così a lungo ha mostrato al mondo intero come fosse possibile che uomini di culture diverse e appartenenti a diverse religioni possano vivere insieme in un’unica nazione, nel lavoro e nella pace, questa terra del Libano continua ad essere sottoposta ad una dura prova. Ciascun avvenimento storico è espressione di una lotta decisiva: quella della speranza contro la disperazione. In questa lotta i cristiani attingono, a quella sorgente inesauribile che è la Croce di Cristo, la forza di vivere il loro ideale di riconciliazione, di pace e di fraternità, e di fare di tutto per contribuire affinché esso ridivenga una realtà vissuta da tutti nella giustizia e nella libertà.

In questo momento è un dovere, per tutti coloro che confessano la vittoria di Cristo, testimoniare, nell’unità, la loro speranza di fronte al mondo. È loro dovere invitare alla speranza e alla ricostruzione tutti coloro che credono in Dio e tutti gli uomini di buona volontà.

Il mistero pasquale sollecita i cristiani e, attraverso i cristiani, tutti gli uomini, a prendere una decisione fondamentale: si deve vivere volti verso un giorno che finisce, o guardando la luce dell’alba che già scaccia le tenebre? Si tratta di vivere fissi su ciò che è stato, o vivere aperti all’assoluta novità creata nella storia da Cristo risorto, Redentore dell’uomo? L’incontro di oggi continua tra noi ciò che è stato iniziato da Cristo nel mattino di Pasqua: riunire di nuovo nello Spirito Santo i discepoli un tempo raccolti attorno alla sua presenza fisica, poi dispersi nell’ora delle tenebre.

La vostra presenza qui, oggi, testimonia del costante miglioramento delle relazioni tra le nostre due Chiese. È questa una fonte di gioia e di profonda soddisfazione. Le divergenze e le difficoltà del passato stanno per essere progressivamente superate. Di tutto cuore io auguro che questo incontro segni l’inizio di una nuova tappa in questo cammino comune.

Il Signore ci doni l’energia necessaria per comunicare a tutti i fedeli che ci sono affidati, e specialmente tutti coloro che vivono in questa terra del Libano, la nostra gioia di oggi. Possa questa nostra gioia divenire gioia, non solamente dei cristiani, ma di tutto il popolo così caro e così lavoratore che vive in questo Paese! E questo popolo divenga di nuovo un segno di speranza offerto a tutti gli uomini!

 

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 

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