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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DEL MESSICO
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 2 dicembre 1983

 

Cari fratelli nell’Episcopato,

1. Accogliendovi nell’Anno Santo della Redenzione in questa visita “ad limina”, desidero salutarvi con le parole dell’apostolo san Paolo: “Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati” (Gal 1, 3-4).

È il saluto che di cuore estendo a tutti i cristiani delle vostre diocesi di origine e al caro e indimenticabile popolo del Messico, giacché questa visita è espressione di una intensa comunione delle vostre Chiese particolari con la Sede di Pietro, uno scambio di informazioni e di esperienze alle quali desidero corrispondere anche con l’affetto cordiale che nasce dalla sollecitudine per tutte le Chiese.

2. Ho già avuto l’opportunità di proporre all’attenzione di altri Pastori della Chiesa del Messico alcuni temi dottrinali e pastorali che meritano attento studio e sollecita attuazione.

In questa occasione, concludendo gli incontri congiunti con i Vescovi messicani, desidero proporre alla vostra considerazione alcune riflessioni che sono in stretta relazione col ministero pastorale dei sacerdoti e con la formazione dei candidati al sacerdozio. Non c’è da sorprendersi che io fissi l’attenzione su questo tema; lo esige la vita della Chiesa e lo vuole anche la situazione vocazionale delle vostre diocesi, che richiede da voi una cura speciale per coloro che il Signore vi associa come collaboratori dell’ordine episcopale: i sacerdoti.

3. È molto incoraggiante sapere che nella Chiesa del Messico si riscontra un aumento delle vocazioni sacerdotali. Con profonda gioia e speranza alcuni Vescovi constatano che nei loro seminari si sta superando una crisi che aveva cominciato ad essere preoccupante.

A ciò si aggiunge la constatazione che i giovani che aspirano al sacerdozio si presentano oggi, non solo con maggiore generosità per il servizio, ma anche con maggiore maturità per la coscienza della vocazione che sperimentano, con positivi risultati di una maggiore perseveranza. Ciò richiede anche una maggiore responsabilità e cura nella selezione degli educatori e nell’orientamento globale della formazione sacerdotale in tutti i suoi ambiti, come ha chiaramente espresso il Decreto del Concilio Vaticano II Optatam Totius.

Vorrei ricordarvi come il Concilio presenta la formazione spirituale dei futuri sacerdoti, focalizzando tutto in quello che potremmo chiamare il progetto pedagogico della Chiesa per i futuri ministri dell’altare: la persona di Cristo, Maestro, Sacerdote e Pastore, perché essi si uniscano a lui come amici, entrino in comunione col suo mistero pasquale del quale devono essere annunciatori, vivendo in intima Comunione con lui, giacché devono essere configurati a Cristo per mezzo dell’ordinazione sacerdotale (cf. Optatam Totius, 4 e 8).

4. Per questo, la formazione dei futuri sacerdoti deve modellarsi secondo la stessa pedagogia con la quale il Signore ha voluto attrarre ed educare i suoi discepoli.

Si tratta di chiamare personalmente ciascuno dei seminaristi a questa “convivenza” e “discepolanza” col Maestro che permette di fare un’esperienza simile a quella degli Apostoli: ascoltare le sue parole di vita eterna, sentirsi soavemente attratti dal fascino umano-divino della sua persona, mettersi con decisione alla sua sequela, rimanere interiormente segnati dall’incontro con Colui da cui non si può più prescindere nella vita.

La preghiera personale, nella quale si ascolta la Parola di vita e la si confronta con l’esistenza quotidiana, non è in realtà una forma di convivenza col Maestro e una scuola per tutti coloro che desiderano essere discepoli autentici di Gesù? Una preghiera che sia comunione col Signore e si traduca in un impegno di fedeltà evangelica, di opzione radicale per Cristo e per la sua causa che è il Vangelo, farà dei futuri sacerdoti dei discepoli della Parola di vita, secondo l’esortazione di Gesù: “Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando” (Gv 15, 14).

5. La preghiera assidua, che è centrale nella vita del sacerdote, deve essere come il crogiolo della formazione spirituale. Non possiamo dimenticare che Cristo stesso ha fatto della preghiera - dalla sua entrata nel mondo (cf. Eb 10, 5-7) fino alla sua morte sulla croce (cf. Lc 23, 46) - il segreto della sua comunione col Padre e della sua missione in favore degli uomini; ad essa dedicava momenti significativi della sua vita apostolica (cf. Mc 1, 35).

Possiamo affermare che Gesù ha vissuto il suo mistero pasquale in forma cosciente e in piena adesione alla volontà del Padre per mezzo della sua preghiera. E così anche il sacerdote, educato negli anni del seminario, deve vivere come Cristo e con lui il mistero della sua vocazione e missione a partire dall’esperienza della preghiera, che è familiarità e comunione di vita con Cristo, Signore e Maestro.

Sulla stessa linea di ciò che abbiamo chiamato progetto educativo di Cristo per i suoi discepoli, è necessario insistere nella creazione di un ambiente di comunità semplice e accogliente nel seminario, ove la presenza del Signore, che è presente in mezzo ai suoi discepoli (cf. Mt 18, 20), si traduca in un’esperienza di mutuo amore, di aiuto reciproco, di comunione sincera, che prepara i futuri sacerdoti a quella “fraternità sacerdotale” che è tanto importante per mantenere vivo il fervore della vita spirituale e lo stimolo della missione apostolica.

I sacerdoti che si formano a questa scuola del Maestro potranno essere a loro volta animatori della preghiera che il vostro popolo chiede e promotori di quella comunione di cui la Chiesa ha bisogno.

6. Nel recente Sinodo dei Vescovi si è parlato del sacramento della Penitenza. E, infatti, una delle preoccupazioni dei Padri sinodali, che è anche il grido del Popolo di Dio, è quella di formare tutti i sacerdoti - specialmente quelli che ora si accostano al sacerdozio - all’apprezzamento della bellezza, dell’urgenza e dignità di questo Sacramento. Non possiamo dimenticare che Cristo stesso ha conferito ai suoi discepoli il ministero del perdono e che Paolo, sentendosi investito della sua grazia per l’apostolato, riconosce: “Dio . . . ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2 Cor 5, 18).

Infondete, dunque, nei vostri sacerdoti, precedendoli col vostro esempio, l’importanza di questo ministero che Cristo e la Chiesa hanno affidato esclusivamente ai presbiteri per il bene di tutti i fedeli. Essi hanno il diritto di essere accolti nella grazia del Sacramento, perché possano ricevere luce e consolazione, orientamento e incoraggiamento, perdono e grazia, quando si accostano al ministero della riconciliazione.

7. Nell’esercizio di questo ministero sacro, il sacerdote si identifica con Cristo Buon Pastore, agisce “in persona Christi” e con la forza dello Spirito Santo rappresenta la Chiesa che accoglie il peccatore e lo riconcilia.

Tutta questa realtà santificante del Sacramento, benché abbia come destinatario il penitente, è anche fonte di santificazione per il confessore, esercizio di carità pastorale che richiede preparazione spirituale, atteggiamento di preghiera nello svolgimento stesso del ministero delle Confessioni, per chiedere luce dall’alto e favorire nel penitente un’autentica conversione.

D’altra parte, i membri del Popolo di Dio, con istinto soprannaturale, sanno riconoscere nei loro sacerdoti il Cristo stesso che li riceve e li perdona e ringraziano di cuore la capacità di accoglienza, la parola che illumina e consola con la quale accompagnano l’assoluzione dei loro peccati.

8. L’abuso delle assoluzioni collettive contro le prescrizioni della Chiesa, fissate con chiarezza nel nuovo Codice di Diritto canonico (Codex Iuris Canonici, cann. 961-963), è in realtà un attentato alla vera dignità del sacramento della Penitenza; l’esercizio fedele del ministero delle Confessioni individuali dei cristiani, pone in risalto ancora l’amorosa attenzione di Cristo per ogni uomo, il suo amore personale per ogni battezzato, la capacità di riconoscere in ciascuno l’immagine di Dio, il dramma personale e intrasferibile, per il quale non possono servire consigli generali e direttive anonime.

Lo stesso sentimento personale e il segreto del peccato non richiedono, come conseguenza, questa forma segreta e discreta, adeguata e personalizzata della Confessione individuale?

Nell’esercizio del ministero della Confessione, il sacerdote che offre la sua disponibilità e il suo tempo per ciascun fedele che richiede il suo servizio, è testimonianza visibile della dignità di ciascuno dei battezzati; i più poveri come sono soliti molti dei vostri diocesani per i quali nessuno ha tempo nella nostra società, inquieta e frettolosa, potranno dare testimonianza - se sono accolti con amore e rispetto dai sacerdoti nel sacramento della Penitenza - che la Chiesa accoglie tutti, tutti rispetta e ascolta, con questo amore personale che traduce la cura e l’affetto di Cristo per ciascun uomo, che egli ha redento col suo sangue.

9. Offrendovi questi orientamenti pastorali, la mia preghiera si rivolge alla Vergine, Nostra Signora di Guadalupe, che ogni messicano e tutto il popolo del Messico considerano segno efficace della loro speranza in mezzo alle difficoltà che attraversa il Paese e della riconciliazione di tutti i suoi figli.

Siate certi che vi accompagnano sempre nel vostro lavoro il mio affetto e il mio ricordo, insieme alla mia preghiera per tutte le vostre diocesi, sulle quali imploro abbondanti grazie celesti, con la mia benedizione spirituale.

 

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 

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