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DISCORSO DI GIOVANNI POALO II
AL CORPO DIPLOMATICO
ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDE

Sabato, 15 gennaio 1983

 

Eccellenze, Signore, Signori.

1. È per me una grande gioia accogliervi tutti, in questa casa, all’inizio di un nuovo anno. Rivedo così tutti voi Ambasciatori con i quali ho già avuto un incontro personale e ufficiale allo stesso tempo, al momento della presentazione delle loro credenziali. E, oltre alle vostre persone, io ho come l’impressione di dialogare con i popoli e le nazioni, con i capi di Stato e i governi che rappresentate, cioè con centocinque paesi molto diversi per l’importanza demografica, per la cultura, per la potenza economica, ma accolti tutti qui con lo stesso rispetto e la stessa benevolenza. Sì, questo è sempre un momento commovente del mio pontificato; e io saluto specialmente i nuovi membri del Corpo diplomatico accreditati presso la Santa Sede nel corso dell’anno passato. Per numerosi Paesi, le missioni sono state elevate al rango di Ambasciata, quelle cioè di Gran Bretagna, del Principato di Monaco, dell’Ordine sovrano e militare di Malta; altri hanno deciso di stabilire relazioni diplomatiche con la Santa Sede: la Danimarca, la Norvegia, la Svezia.

Con la delicatezza che lo distingue, e facendosi interprete dei vostri sentimenti, il vostro caro Decano ha voluto elencare un certo numero di iniziative del mio pontificato, che hanno avuto un’incidenza spirituale o pacifica . . . Lo ringrazio vivamente delle sue generose parole. Possano i suoi voti realizzarsi, con la grazia di Dio, affinché la Sede Apostolica sia, al livello che le compete, uno strumento sempre più adeguato ed efficace di dialogo tra gli uomini, per meglio servirli!

Questo incontro collettivo assume un rilievo ancor più grande in quanto ci permette, scambiandoci gli auguri, di accennare ai problemi vitali per le relazioni internazionali.

Il Dialogo per la pace

2. Proprio il dialogo per la pace è stato il tema scelto per la recente Giornata mondiale, e voi ben comprendete che io ritorno, qui, su questo tema, più che per dimostrarne la necessità, la possibilità, le virtù o le difficoltà, per sottolineare invece la sua applicazione a situazioni concrete.

In questo Messaggio vi indirizzavo un particolare appello, proprio a voi diplomatici “la cui nobile professione è quella, tra l’altro, di affrontare i punti controversi, cercando di risolverli attraverso il dialogo e il negoziato, per evitare il ricorso alle armi o per sostituirvi ai belligeranti” (Giovanni Paolo II, Nuntius scripto datus ob diem ad pacem fovendam toto orbe terrarum Calendis Ianuariis a. 1983 celebrandum, 11, 8 dicembre 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V/3 [1982] 1552). E rendo omaggio a questo lavoro di pazienza e di perseveranza. Questa insistenza non è nuova per la Santa Sede. Già il mio venerato predecessore Paolo VI diceva al Corpo diplomatico nel 1965: “Più il diritto è dimenticato, disprezzato . . . più diventa chiaro che è la ragione, il senso umano, la negoziazione serena e libera da passioni - e dunque alla fine dei conti, cari signori, la diplomazia - che devono regolare le relazioni umane e che, soli, possono costruire l’edificio della pace” (AAS 57, 1965, pp. 231-232). Sì, se il dialogo per la pace è un problema di tutti al fine di abbattere le barriere dell’egoismo, dell’incomprensione e dell’aggressività (cf. Giovanni Paolo II, Nuntius scripto datus ob diem ad pacem fovendam toto orbe terrarum Calendis Ianuariis a. 1983 celebrandum, 11, 8 dicembre 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V/3 [1982] 1552), dopo i capi di Stato e i governi, i diplomatici sono i primi diretti interessati. Essi sono, essi devono essere i maestri nell’arte di un tale dialogo, che suppone ed esige (cf. Ivi 6: loc. cit., p. 1545 s) l’apertura ai veri problemi dell’altro, la considerazione di ciò che costituisce la differenza e la specificità dell’altro, che non può essere ridotto ad oggetto, l’accettazione del fatto che ciascuno sia un partner responsabile e dunque offra elementi in vista della soluzione, l’attaccamento ai soli mezzi pacifici, e soprattutto, al di là dei punti di vista talvolta difficili da conciliare, la ricerca di ciò che è comune alle due parti, vitale per la loro esistenza e richiesto dall’interesse generale, perché si tratta di ciò che è vero, buono e giusto. Senza questa finalità positiva, non c’è vero dialogo. E oggi c’è da temere una recrudescenza della diffidenza reciproca, che utilizza anche certe proposte di dialogo come mezzi di propaganda.

Sottolineo un punto importante: il dialogo richiede una reciprocità. Ho insistito su questo aspetto nell’omelia del primo gennaio di quest’anno a proposito della riduzione progressiva degli armamenti nucleari o convenzionali: le parti in causa devono impegnarsi in egual misura e percorrere insieme le differenti tappe del disarmo, sforzandosi di giungere, senza ritardi, alla riduzione massima. Auguro che questo obiettivo finale non sia mai perso di vista in tutti i negoziati sul disarmo a Ginevra o in altre parti. Questo sforzo reciproco vale per gli altri tipi di negoziato: la pace non può essere costruita dagli uni senza gli altri, in modo unilaterale. Quando gli uomini si convinceranno che in definitiva il bene di un popolo non può essere raggiunto a discapito del bene di un altro popolo, che un popolo non può sussistere distruggendone un altro, e che in ogni ipotesi vi sono dei diritti delle persone e delle comunità da rispettare, dei comportamenti rovinosi - e pericolosi per tutti - da evitare, da scartare?

No, il dialogo per la pace non è facile; esso è esigente; è seminato di insidie, e alcuni, infastiditi dal dover riconoscere o dal dover concedere qualche cosa di ragionevole, preferiscono rifiutarlo, o caricarlo di condizioni che lo rendono impossibile o lo ritardano all’infinito. Certo, un tale dialogo suppone lucidità, per scoprire le eventuali trappole, richiede fermezza e perseveranza. Ma le difficoltà non impediscono che si abbiano sempre benefici quando si tenta di riprendere il dialogo su basi sicure e di aiutare gli altri a riprenderlo senza umiliazione; molto di più, è necessario. Insomma, a che cosa può portare il rifiuto del dialogo? Non si arriverebbe forse allo “status quo” nell’ingiustizia o nell’oppressione, alla guerra fredda o addirittura alla guerra?

È in questo senso che la Santa Sede apprezza l’impegno dei diplomatici e rende ad esso omaggio. E a vostra volta, oso sperare che voi troviate una fonte di ispirazione e di incoraggiamento nel modo in cui la Santa Sede, al di là delle sue esortazioni, si impegna nei rapporti diplomatici bilaterali come anche nella partecipazione alle conferenze e alle istituzioni internazionali: essa fa del dialogo, fondato sulla verità e il rispetto dell’altro, il metodo e lo strumento privilegiato della sua azione e delle sue relazioni, sforzandosi di indicarlo agli altri e di farlo adottare come il mezzo più adatto alla soluzione delle difficoltà e delle controversie. Il fatto che un così alto numero di Paesi abbia voluto allacciare rapporti diplomatici con la Santa Sede testimonia di questa fiducia reciproca.

Punti di sofferenza per la pace

3. Cosa ne è di questi principi quando si guarda ai diversi focolai di guerra, di stato di guerra, di guerriglia o le gravi tensioni che esistono oggi nel mondo?

Per ciò che concerne per esempio il Libano, è evidente che la Santa Sede, nell’apportare il suo conforto dopo ciascun episodio del dramma che ognuno conosce, non ha mai smesso di incoraggiare il rilancio del negoziato e la ricerca di un regolamento globale per tutta la regione del Medio Oriente, “convinta anzitutto che non potrà esserci vera pace senza giustizia, e che non ci sarà giustizia se non saranno riconosciuti e accolti, in modo stabile, adeguato ed equo, i diritti di tutti i popoli interessati” (cf. Giovanni Paolo II, Allocutio, 15 settembre 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V/3 [1982] 471) Auguriamoci che questa causa progredisca nelle trattative iniziate. Le parti devono smettere di vivere nella paura come anche di ricorrere alla violenza, al terrorismo e alle rappresaglie; devono mettersi lealmente a cercare, ad accettare e ad applicare le condizioni di esistenza e di sicurezza per tutti, nella pace, nella dignità, nella libertà, nella tolleranza e nella riconciliazione.

Se il caso del Medio Oriente è tipico per l’estensione dei disastri, per l’asprezza dei problemi da risolvere e la molteplicità delle alleanze in gioco, non bisognerebbe dimenticare tutti gli altri luoghi di combattimento, di tensione, di sofferenza.

La missione della Santa Sede è sempre quella di contribuire a fare in modo che si comprenda meglio e che si rinunci al peggio, di mantenere viva la speranza di una soluzione, di indicare le condizioni etiche di una vera pace. Essa si sforza di farlo anche quando i suoi appelli sono difficilmente ascoltati al cuore dei conflitti.

Sia sufficiente ricordare la guerra che si sta prolungando tra l’Iran e l’Irak, con il suo seguito di distruzioni, di morti, di odio: la Santa Sede è afflitta da questo dramma umano; incoraggia i Paesi vicini e la comunità internazionale a facilitare il vero dialogo, supplicandoli di non rassegnarsi a questa impresa rovinosa, e soprattutto di non trarre profitto dalle rivalità locali per favorire interessi egemonici miopi di questo o di quel Paese o per dedicarsi al traffico d’armi.

Come non soffermarsi sulla tragica situazione che sta vivendo il popolo afgano, legittimamente fiero della sua indipendenza, e che si trova trascinato in un’avventura che sta pagando con tante vittime, tante miserie, e un enorme esodo di rifugiati? È dunque impossibile pervenire ad atteggiamenti che ispirino la fiducia necessaria per la pace?

Penso ancora ai Paesi dell’America centrale: come non augurare che un vero dialogo interno permetta di risolvere i problemi delle miserie sociali e le tensioni interne, evitando così che gli interessati non siano vittime di opzioni materialistiche e non subiscano le interferenze dall’esterno, che cercano di radicalizzare le opposizioni?

Si potrebbero nominare molti altri luoghi in cui la tensione rimane viva e pericolosa, degenerando facilmente in atti di violenza come nell’Irlanda del Nord; e anche situazioni apparentemente calme, ma che nascondono una falsa pace, senza progresso, perché i legittimi diritti rimangono lesi, senza la possibilità di un vero dialogo tra le parti sociali e politiche.

La Santa Sede non vuole credere alla fatalità dello stato di guerra né della guerriglia per suscitare la giustizia. La giustizia e la pace sono in definitiva sul cammino di un dialogo libero e senza menzogna, quando si ha il coraggio di intraprenderlo, quando ci si onora di assumersene il rischio e quando gli altri Paesi lo rispettano. Di questi principi, che dovrebbero essere evidenti per tutti, la Santa Sede si farà, con voi, se lo volete, araldo.

L’aspetto umanitario dell’impegno della Chiesa

4. Arrivo ora ad un aspetto che caratterizza la diplomazia e l’azione internazionale della Santa Sede: la preoccupazione umanitaria, evitare ciò che porta gravemente offesa alla vita, alla dignità delle persone e delle comunità, quale che sia il loro campo o la loro situazione minoritaria. A dire il vero questa preoccupazione deve vivificare ed ispirare tutti i diplomatici dei diversi Paesi.

So che l’oggetto dei negoziati è molto più vasto, come già ricordavo nel mio Messaggio della pace (Giovanni Paolo II, Nuntius scripto datus ob diem ad pacem fovendam toto orbe terrarum Calendis Ianuariis a. 1983 celebrandum, 10, 8 dicembre 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V/3 [1982] 1550). La Santa Sede non ignora le questioni territoriali, né le questioni commerciali ed economiche così come quelle per esempio che saranno trattate quest’anno a Belgrado alla riunione della CNUCED, e offre volentieri il suo contributo per risolverle, nell’ambito della sua competenza e dei suoi mezzi.

Ma la Chiesa sente come suo, in modo del tutto particolare, il dovere di farsi, per quanto essa può, il buon samaritano di coloro che sono lasciati ai margini lungo il cammino della storia. E quando dico “Chiesa”, non penso solamente alla diplomazia, ma ai diversi organismi della Santa Sede, come il Consiglio pontificio Cor Unum, alle numerose istituzioni ecclesiali, e a tutti coloro che operano sul terreno dei conflitti e delle tensioni secondo la loro coscienza cristiana. Sì, la Chiesa vorrebbe soprattutto divenire voce di coloro che non hanno voce, dei poveri, delle vittime di ogni tipo, attirare l’attenzione sui diritti umani fondamentali dimenticati o scherniti, sui problemi delle minoranze, sulle minacce che in determinati momenti gravano sulle popolazioni. Questa carità vuole essere aperta in tutte le direzioni, per tutte le forme di minacce, per i cittadini di tutti i popoli. La Santa Sede che, nel nome della Chiesa, ha la possibilità di entrare in contatto con i responsabili dei Paesi, spera che il suo intervento sarà per lo meno accolto; che possa costituire una possibilità di sollievo per le vittime. Non esige niente; non domanda niente per se stessa: presta la sua voce e propone un gesto umanitario. Non ha l’intenzione di offendere, di condannare, non vuole che salvare. Quello Stato che sarà tentato di irrigidirsi oggi davanti ad un intervento cortese e discreto della Santa Sede, sarà forse felice di beneficiarne domani per uno dei suoi cittadini all’estero. La vocazione universale della Chiesa dovrebbe essere agli occhi di tutti garanzia del suo disinteresse e della sua imparzialità. È l’uomo in quanto uomo che l’interessa, tanto più che essa in lui vede l’immagine del Creatore, il fratello di Cristo.

5. Per portare ora qualche esempio specifico, signore e signori, voi comprendete così perché, nel suo impegno umanitario, la Santa Sede raccomandi la clemenza, poi la grazia, per i condannati a morte, soprattutto quando essi sono condannati per motivi politici, che possono del resto essere incostanti, legati come sono alla personalità dei responsabili del momento.

Ugualmente, la Chiesa ha a cuore la sorte di tutti coloro che sono sottoposti alla tortura, qualunque sia il regime politico, perché niente ai suoi occhi può giustificare questo avvilimento che si accompagna purtroppo spesso a sevizie barbare, ripugnanti.

E ancora, essa non può convincersi a tacere riguardo all’azione criminale che consiste nel far scomparire un certo numero di persone, senza giudizio, lasciando per di più i loro familiari in una crudele incertezza.

La Sede Apostolica pensa di aiutare i popoli a ritrovare la via dell’onore pregandoli di vegliare affinché tali pratiche siano eliminate, come del resto tutte le altre forme di arresto e di detenzione arbitraria, dei campi di concentramento e di detenzione. Oggi, voglio anche riconoscere gli sforzi che hanno portato un certo progresso in questo campo, e li incoraggio.

Certo, sappiamo che in altri Paesi sono praticati internamenti senza garanzia di giustizia, e anche che numerose esecuzioni sommarie continuano ad aver luogo. La Santa Sede rimpiange, da parte sua, di non poter convincere i responsabili di una tale ingiustizia. Ma bisogna augurare che gli organismi internazionali, politici o umanitari, continuino ad intervenire in favore delle vittime, su punti in cui il diritto internazionale e le dichiarazioni delle Nazioni Unite hanno voluto così nettamente proteggere gli uomini contro tali malversazioni.

Infine, anche nel campo dei conflitti aperti, vi sono delle pratiche che raggiungono un grado particolarmente inumano, per esempio quando intere popolazioni sono vittime d’armi chimiche e biologiche, che la coscienza internazionale e anche, ormai da lungo tempo, il diritto internazionale riprovano (cf. Protocollo di Ginevra del 1925).

6. La preoccupazione umanitaria della Santa Sede considera anche gli spostamenti di popolazioni, oggi sempre più frequenti e intensi. Esistono certo fenomeni di migrazione che si attuano in un contesto di dialogo, nel rispetto della dignità delle persone emigrate, ad esempio quando vengono accolti lavoratori stranieri con le loro famiglie, e sono onestamente remunerati e inseriti nei sistemi di previdenza sociale, o ancora quando sono stati fissati dei contratti con le imprese estere al fine di mettere a disposizione una manodopera che rimanga libera e ben trattata. Ma vi sono anche degli uomini che vanno, o vengono mandati, all’estero con intenzioni e condizioni che nuocciono al Paese d’accoglienza. Esistono soprattutto masse di lavoratori che sono obbligati ad espatriare per un lavoro che molto si avvicina ad un lavoro forzato, in condizioni miserevoli di clima, di salario e di abitazione. Bisogna ancora ricordare coloro che sono costretti all’esilio a causa delle loro opinioni politiche o religiose, e coloro a cui si rifiuta la possibilità di ritornare in patria e di riunirsi alla famiglia. Su questo punto sarebbe possibile impegnarsi, senza mettere in pericolo la sicurezza delle Nazioni, e alcuni Paesi recentemente si sono fatti onore facendo dei passi in questo senso umanitario.

Ma io penso soprattutto qui alle folle sempre più numerose di rifugiati: a quelli del Sud-Est asiatico, di cui ho già più volte parlato e la cui sorte rimane precaria, a quelli dell’Afghanistan, a quelli del Medio Oriente, a quelli che si trovano in Europa, a quelli dell’America centrale, a quelli di un certo numero di Paesi dell’Africa che vivono in grande miseria. Il numero dei rifugiati nel mondo non raggiunge forse i dieci milioni? Le cause sono diverse: talvolta situazioni di frontiera ereditate dal passato coloniale, le catastrofi naturali, la fame, ma anche la violazione dei diritti più elementari, operata da poteri dispotici, le persecuzioni razziali, religiose, politiche, l’insicurezza dovuta ai conflitti o alla guerriglia. Le persone che sono costrette ad emigrare appartengono spesso ai gruppi sociali più umili, con una grande percentualità di orfani, di vedove, di anziani. Queste popolazioni sradicate mantengono disperatamente vivo il desiderio di ritornare alla loro terra, alla loro cultura, alla loro società; e sopravvivono spesso in grande miseria, perché la maggior parte di loro sono ospiti di Paesi già poverissimi, in molte regioni dell’Africa, in Tailandia, nel Pakistan. Sembra dunque necessario che la comunità internazionale porti aiuto a questi Paesi, con uno scopo puramente umanitario e pacifico, e che si tenti, grazie ad una politica di giustizia e di pace, di eliminare le cause di una realtà così penosa, ma non per questo ineluttabile. Possa la nostra generazione assumersene la sfida!

7. Ho già fatto alcuni accenni sulla fame, vorrei però più esplicitamente attirare l’attenzione su questa miseria. Un certo numero di Paesi - in Asia, in America centrale, in Africa, soprattutto nelle zone subsahariane - soffrono di una carenza alimentare dalle conseguenze umane catastrofiche. Da molti anni, la produzione di alimenti per abitante è andata diminuendo, mentre la popolazione non ha cessato di aumentare e mentre vi sarebbero in tutto il mondo le risorse per farvi fronte. Certo, gli elementi naturali sono per un verso responsabili di una tale carenza - la siccità prolungata per esempio accresce le difficoltà della lotta contro la fame -, ma essi non giustificano la rassegnazione e il fatalismo. Devono essere applicate politiche agricole meglio adatte ai bisogni alimentari della popolazione. La cooperazione economica e commerciale tra Paesi ricchi e Paesi poveri deve trovare delle forme più vantaggiose per le agricolture allo stremo. Gli organismi internazionali governativi e non governativi devono raddoppiare il coraggio e lo spirito di iniziativa per ribaltare la tendenza alla carestia che imperversa in molte zone. Insomma, l’azione è urgente, perché oggi intere popolazioni sono decimate dalla fame, e se non si intensificano gli sforzi, la catastrofe prenderà proporzioni senza precedenti e sarà testimonianza di una mancanza colpevole di solidarietà da parte dei popoli che vivono nell’abbondanza alimentare,

8. So bene che i governi e le istituzioni internazionali conoscono queste situazioni, e che sono state intraprese iniziative valide. Ma, nel suo desiderio di prestare voce al poveri, la Santa Sede vuole ricordare l’urgenza di questi bisogni ai diplomatici e all’opinione pubblica. Infatti, se alcuni Paesi interessano sempre le grandi potenze a causa della loro posizione strategica o economica, al punto da attirare su di loro la cupidigia e la guerra, ve ne sono altri che rischiano di essere completamente dimenticati! Talvolta è perché essi hanno poche ricchezze materiali da dare in cambio, mentre le loro popolazioni sono così meritevoli e bisognose. Talvolta anche sembrano votati al soffocamento e alla perdita dell’indipendenza, soprattutto i piccoli Paesi, perché non possono colmare il loro indebitamento. In altri casi, si sono soffocate le libertà del popolo, la sua facoltà di autodeterminarsi, sforzandosi di sopprimere l’identità nazionale e di assorbire il Paese in un gruppo straniero. Infine, all’interno stesso delle Nazioni, minoranze etniche e religiose conoscono talvolta una sorte analoga: non vengono rispettate nella loro identità, mentre non rifiuterebbero di collaborare lealmente al bene comune. La Chiesa è preoccupata dalla sorte di tutti coloro che non sono sufficientemente presi in considerazione.

9. Nella sua preoccupazione umanitaria, la Santa Sede non può più disinteressarsi delle piaghe che i vostri Paesi continuano a temere e a combattere: il terrorismo, i rapimenti, le prese di ostaggi, e, in un altro campo, il traffico di droga così dannoso per la gioventù, eccetera. Anche qui la Chiesa, che comprende bene la minaccia di tali pratiche per la pace, cerca soprattutto di difendere la causa delle vittime innocenti. Alcune di queste pratiche sono compiute col sordido scopo di traffico e di guadagno fraudolento; altre prendono il pretesto di una battaglia politica. Ma la Chiesa riafferma che niente le può giustificare. Oggi, è risaputo da tutti, esse hanno la tendenza ad appoggiarsi sempre più ad una rete internazionale. L’unanime riprovazione deve continuare a scoraggiare tutti questi fatti di terrorismo; essa non sarà efficace se non è accompagnata da una reale collaborazione internazionale. Nessun Paese dovrebbe rifiutare la sua partecipazione, quando sono in gioco problemi così gravi che superano le frontiere. Agendo in questo modo, sono possibili dei progressi, che mi piace sottolineare: non si sono visti diminuire sensibilmente i casi di dirottamento aereo, dopo che la solidarietà internazionale ha mostrato la sua fermezza?

10. Finalmente, tra le gravi offese alla dignità dell’uomo, non posso non ricordare ancora una volta quelle portate alle sue convinzioni intime, specialmente alle sue convinzioni religiose, alla libera espressione della sua fede, al suo rafforzamento all’interno della comunità religiosa a cui appartiene. Il 16 novembre scorso, il rappresentante della Santa Sede alla Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, a Madrid, ha espresso su questo tema impressioni e speranze, delle quali non si è ancora tenuto conto (cf. “L’Osservatore Romano”, 17 novembre 1982). La Santa Sede - e se ne comprenderà facilmente il perché - non smetterà mai di attirare l’attenzione del mondo sulle violazioni della libertà religiosa, brutali o più sottili, sempre pericolose e ingiuste, in molti Paesi.

11. Infine, eccellenze, signore e signori, vorrei, terminando, volgere la vostra attenzione su di una prassi alla quale la Santa Sede è attaccata, nella sua preoccupazione umanitaria e nel suo contributo alla causa della pace. Per servire il bene, la causa dei poveri e degli oppressi, la Sede Apostolica pensa infatti che è suo diritto agire in modo completamente indipendente. È pronta dunque ad ascoltare tutte le espressioni umane, religiose e politiche, ad aprire le porte a tutti coloro che rivestono, riguardo a questa materia, qualche responsabilità, qualche influenza. Questo evidentemente non vuol dire che la Santa Sede riconosce a queste persone una legittimità o una rappresentanza politica, né che essa approva l’ideologia che professano. Il ruolo di un sacerdote, di un vescovo, il dovere di un Papa è quello di accogliere le persone, se questo può essere utile ad un progresso nella giustizia e nella pace; e proprio per incoraggiarli, con tutta lucidità, in questa via, per esortarli, senza alcun possibile compromesso, a rinunciare ai mezzi violenti e terroristici nel sostegno della causa dei poveri che essi pretendono di difendere e che, proprio essa, resta reale e importante. La Santa Sede non ha alcuna esclusiva, ed è pronta a farlo con tutti se lo considera salutare e prudente.

12. In definitiva, la Chiesa vuole essere come il Cristo. Essa sa che la potenza del male è grande; che l’irrigidimento può durare; non si fa illusioni. Ma non può perdere la speranza circa il cambiamento delle persone, anche quando continuassero a peccare, e persino a perseguitarla. Si sforza di risvegliare il senso di verità, di giustizia, di fraternità, almeno di prudenza, che può essere assopito nella coscienza umana, ma mai totalmente pervertito, malgrado certe ideologie contrarie. Essa ha come fine il bene delle persone che soffrono, e sono un gran numero, dietro a queste situazioni di miseria. Vuole supplicare il mondo di portarvi rimedio. A suo avviso, gli ostacoli maggiori che alcuni responsabili mettono avanti dovrebbero arrivare a cadere, affinché le generazioni si rinnovino. Ma per questo non si ferma alle prove attuali. Insomma, il suo atteggiamento è fatto di fiducia nel progresso delle persone e nell’avvenire. Chi può rimproverarla?

Oso aggiungere che, da parte della Chiesa, questo non è un atteggiamento semplicistico. Non è un linguaggio demagogico. Essa è ben cosciente della sua inadeguatezza; i suoi membri sono ben lontani dall’essere esenti da debolezza, da viltà, oggi come nel passato; e in ogni modo, i suoi mezzi non le permettono di portare a occuparsi di tutti i casi umanitari. La Santa Sede conosce i suoi limiti, ed è felice dell’apparato convergente di tante persone e istituzioni in questo ambito. Il suo ruolo è allora quello di riconoscere i loro sforzi meritevoli e di incoraggiarli, siano essi cattolici o non-confessionali. Così, l’anno scorso, sono stato felice di andare a Ginevra ad incoraggiare l’Organizzazione internazionale del lavoro per la giustizia sociale e la Croce Rossa internazionale per l’aiuto umanitario. Ma io posso dire che la Chiesa sa anche pagare il prezzo del suo impegno. I suoi membri sono esposti, spesso in prima fila. Quanti sacerdoti, religiosi, laici missionari, vescovi, hanno pagato la carità con la loro libertà, la loro salute e anche con la loro vita? E le sue istituzioni continuano a curare le ferite di coloro che sono colpiti, a destra e a sinistra. È spesso a mani nude che essi difendono i diritti oggettivi e inalienabili dell’uomo.

In voi, eccellenze, signore e signori, essa trova degli alleati, non di se stessa, ma della causa dell’uomo.

13. Abbiamo appena concluso, nella liturgia cattolica, il tempo del Natale e dell’Epifania, che dà senso ai nostri auguri per il nuovo anno. Questo mistero ha manifestato il Figlio di Dio presente nell’umanità di Gesù, solidale con il nostro cammino umano, affinché noi fossimo partecipi del suo amore e della sua vita.

In questi sentimenti di fede, prego il Signore di colmarvi delle sue benedizioni; di benedire le vostre persone e le vostre famiglie; di benedire ciascuno dei vostri Paesi. Non formuliamo forse tutti auguri fervidi per la felicità, la pace, la libertà, il progresso sociale e spirituale della nostra patria, come anch’io faccio per il mio Paese natale? Possiamo tutti rispondere, ciascuno secondo le sue responsabilità, alla nostra sublime vocazione di pastori della pace che Dio ha affidato agli uomini!

 

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 

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