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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
A S.S. MORAN MAR BASELIUS MARTHOMA MATHEWS I,
CATHOLICOS DELLA CHIESA SIRO-ORTODOSSA DELL'INDIA

Venerdì, 3 giugno 1983

 

Vostra Santità.

È con grande calore e gioia che oggi do il benvenuto a voi e alla vostra illustre delegazione in questa città nella quale gli apostoli Pietro e Paolo hanno coronato la loro testimonianza.

Nella vostra persona io saluto una Chiesa che fa risalire le sue origini alla predicazione dell’apostolo Tommaso e alla sua testimonianza a Gesù Cristo. La fraternità apostolica ci unisce allo stesso mistero di Gesù Cristo che gli Apostoli hanno seguito e ascoltato. Dopo la sua Risurrezione dai morti, essi lo hanno confessato dinanzi al mondo.

“Mio Signore e mio Dio” (Gv 20, 28) ha esclamato l’apostolo Tommaso, indicando una confessione di fede in Cristo valida per ogni tempo, proclamando la sua divinità, la sua signoria salvifica, la sua Risurrezione nel corpo, così reale che si poteva vedere e toccare (cf. Gv 20, 27). È in questa fede che ci viene dagli Apostoli fino ai nostri giorni che ci incontriamo qui oggi.

Le nostre due Chiese proclamano insieme questa fede mediante la formula niceno-costantinopolitana: “Credo in unum Dominum Iesum Christum, Filium Dei Unigenitum”.

L’evoluzione della storia, nella sua complessità, ha portato le nostre Chiese a vivere separatamente per molto tempo, in una reciproca mancanza di conoscenza e anche, a volte, in opposizione.

Una mancanza di conoscenza del linguaggio culturale e religioso l’uno dall’altro, così come dei fattori storici, geografici e politici, ha purtroppo causato un dannoso estraneamento reciproco che ha progressivamente approfondito non solo le diversità, ma anche le divergenze, portando talvolta a una confusione tra l’una e l’altra, e rendendo ancora più pesante il fardello e le sue conseguenze.

L’approfondimento degli studi teologici e, soprattutto, i nostri contatti diretti stanno rischiarando l’orizzonte e ci stanno ora facendo vedere con più chiarezza la comunione profonda che già esiste tra le nostre due Chiese.

Ricordo la tribuna degli osservatori delle varie Chiese, delegati al Concilio Vaticano II. Tra di loro vi erano i rappresentanti della Chiesa Siro-Ortodossa Malankarese, per i quali la Chiesa cattolica esprime ancora la sua gratitudine profonda e permanente. La loro presenza silenziosa ma attenta in un momento in cui la Chiesa cattolica stava delineando la sua posizione rispetto agli altri cristiani, era un appello vivente al rispetto fraterno, alla ricerca obiettiva della comunione di fede di fatto già esistente, alla serena identificazione delle reali divergenze e degli strumenti atti a confrontarle e a risolverle. Credo che le deliberazioni del Concilio debbono molto a questa presenza fisica e spirituale.

Il Concilio non solo ha richiamato a un atteggiamento fraterno verso gli altri cristiani, ma ha anche mostrato il fondamento della fede e della dottrina comune. In riferimento alle Chiese orientali, il Concilio ha affermato che esse hanno “veri sacramenti e soprattutto, in virtù della successione apostolica, il sacerdozio e l’Eucaristia, per mezzo dei quali restano uniti con noi da strettissimi vincoli”, aggiungendo di conseguenza che “mediante l’Eucaristia in ognuna di queste Chiese, la Chiesa di Dio è costruita e cresce” (Unitatis Redintegratio, 15).

È in questa riscoperta comunione di fede e di sacramenti, che va al di là di ogni contingente interpretazione o non-comprensione, che il Concilio Vaticano II ha stabilito ulteriori relazioni tra la Chiesa cattolica e le Chiese orientali.

Lo studio e contatti diretti hanno reso possibile vedere in modo nuovo una realtà che la polvere del tempo aveva quasi sepolto e che occhi offuscati non riuscivano più a vedere.

Sia benedetto Dio che riscalda il cuore dell’uomo e illumina la sua mente per comprendere al momento giusto la sua volontà e che dà anche la forza di compierla.

Il nostro incontro odierno è certamente benedetto dal Signore, poiché noi desideriamo essere attenti alla sua volontà che ordina ai suoi discepoli di essere una cosa sola affinché il mondo creda (cf. Gv 17, 21). Gesù Cristo è morto sulla Croce “per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11, 52).

Alla sua preghiera e alla sua opera salvifica noi vogliamo rimanere fedeli. Ed è mia speranza che lo spirito di questo nostro incontro fraterno e duraturo raggiungerà i fedeli della Chiesa cattolica e della Chiesa Siro-Ortodossa Malankarese, particolarmente dove essi vivono fianco a fianco. Possa là crescere la comprensione reciproca. Possano là crescere il rispetto e l’amore reciproco e trovare espressione in una collaborazione fraterna e costruttiva, secondo le possibilità concrete del luogo, sia nel campo sociale e culturale che, soprattutto, nella sfera pastorale, al fine di testimoniare presso il nostro prossimo che Gesù Cristo è il nostro Dio e il nostro unico Signore.

L’ecumenismo a livello locale ha importanza decisiva per la generale promozione dell’unità di tutti i cristiani.

L’unità è una nota distintiva della comunità cristiana. La divisione, nelle sue varie espressioni, la offusca, talvolta la compromette. Il Concilio Vaticano II ha sottolineato che questo “danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo ad ogni creatura (Unitatis Redintegratio, 1). Sia presso tutti coloro che ancora non conoscono il nome di Gesù Cristo, sia tra quelle Nazioni tradizionalmente cristiane ma che stanno vivendo una crisi di identità e corrono il pericolo di rifiutare la fede cristiana, o almeno di sminuirla, là emerge l’urgenza di un crescente impegno nella ricerca dell’unità.

Desidero dare assicurazione a Sua Santità, da parte della Chiesa cattolica, che non sarà risparmiato alcuno sforzo per dare dovuta attenzione a tutto ciò che e necessario fare. Useremo della ricerca teologica, esamineremo aree di interesse pastorale, e ci impegneremo in conversazioni teologiche e nel dialogo. Soprattutto faremo ricorso alla preghiera, poiché siamo certi che l’unità, proprio come la salvezza stessa, è un dono di Dio e perciò “non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia” (Rm 9, 16).

La Chiesa cattolica è dunque disposta a un’intensa collaborazione ecumenica nella ricerca della perfetta unità, al fine di rendere comune testimonianza al nostro unico Signore e al fine di servire insieme le genti del nostro tempo, proclamando loro che Gesù Cristo nostro Salvatore è la vita del mondo.

Vostra Santità, con questi sentimenti la saluto con rispetto e amore fraterno. Benedetto sia Dio che ha reso possibile questo incontro. Che egli faccia in modo che, dopo aver superato ogni residua difficoltà, noi c’incontreremo un giorno in piena unità ne concelebrazione dell’Eucaristia. “A lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù in tutte le generazioni nei secoli e secoli. Amen” (Ef 3, 21).

 

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 
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