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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DEL CIAD
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 3 giugno 1983

 

Cari fratelli nell’Episcopato.

Accogliendovi oggi tutti insieme, desidero esprimervi molto semplicemente l’emozione che ho provato leggendo gli appunti preparati da voi in vista di questo incontro. Ho potuto così rendermi conto di quali prove abbia passato la giovane Chiesa del Ciad. Ho potuto inoltre valutare, nella rievocazione, per quanto discreta, dei vostri lutti, delle vostre angosce troppo spesso ripetute, delle vostre numerose fatiche, di quale zelo pastorale voi siate animati! E so di poter unire ugualmente in questo elogio i vostri sacerdoti, che con i religiosi, i laici missionari e i catechisti hanno preso parte intimamente al vostro lavoro. Agli uni e agli altri va la riconoscenza della Chiesa e la mia. Questa fedeltà, fino al rischio della vita, verso il popolo che il Signore vi ha affidato, è un esempio di ciò che la grazia di Dio può fare nei nostri poveri cuori. So che le autorità del Paese, come i vostri numerosi amici del Ciad, cristiani o no, vi sono grati di essere rimasti con loro, o per quei vostri collaboratori che sono stati costretti ad allontanarsi, di essere tornati non appena possibile.

2. Nei vostri rapporti si possono ugualmente trovare segni di speranza per l’avvenire della Chiesa. Infatti, malgrado la disorganizzazione generale, le vostre comunità non si sono disperse, contribuendo inoltre a portare a tutti, nel tormento, un sostegno morale e materiale. Se l’influenza del paganesimo rimane viva, la fede, vissuta nelle prove, si è rafforzata molto. Se deplorate il fatto che le strutture ecclesiali siano ancora molto dipendenti dalle Chiese occidentali, il numero delle vocazioni sacerdotali si è però accresciuto, i giovani manifestano un gusto per gli studi e i membri dei movimenti che avete fatto sorgere sono attivi. Tutto questo, poco a poco, rende il vostro ministero più agevole, attraverso la condivisione progressiva e più spontanea delle vostre responsabilità. Mi sono permesso di ricordare velocemente questi diversi elementi di valutazione, perché non vi scoraggiate davanti all’immensità del compito in cui siete impegnati.

3. Quest’ultimo resta infatti molto pesante: al lavoro pastorale ordinario, per così dire, si aggiunge la necessità di provvedere alla ricostruzione morale, spirituale e materiale delle vostre comunità in un Paese che, oltre alle distruzioni della guerra, conosce da una dozzina d’anni gli effetti catastrofici di una siccità quasi endemica. Occorre con urgenza che sacerdoti e religiose vi affianchino, e allo stesso modo altre persone di buona volontà. Cosa può fare il Papa per aiutarvi? Approfittare di questo incontro per lanciare un appello che mi auguro sia ampiamente diffuso e ascoltato. Auguro vivamente che sacerdoti e religiose, e così anche i laici, si chiedano, con l’aiuto dello Spirito Santo, se non potrebbero consacrare qualche anno della loro vita al servizio di Dio tra i fratelli del Ciad. Non si pentiranno. Perché io ho potuto ugualmente leggere, nelle vostre relazioni quinquennali, che le prove hanno avuto come effetto di unire ancora di più gli operai apostolici con voi e tra di loro, rendendoli anche interiormente più liberi e più disponibili ad adattarsi ai bisogni della Chiesa. Così dunque, quelle e quelli che verranno a raggiungervi sono sicuri di essere fraternamente accolti in una comunità veramente apostolica, povera, semplice e vera. Possa il Signore suscitarne a misura dei vostri bisogni!

4. Occorre aggiungere che, nel vostro spirito, come nel mio, questo necessario ricorso ad un aiuto missionario non esclude il desiderio di veder sorgere vocazioni sacerdotali e religiose tra la gioventù del Ciad. Questo desiderio si concretizza nel vostro lodevole impegno di realizzare strutture che accolgano le giovani vocazioni con il seminario inferiore o altri metodi appropriati. Desidero incoraggiare in modo particolare i vostri seminaristi che si preparano al ministero a Garoua o in altri luoghi. Li invito a camminare sulla strada del progresso spirituale e ad impegnarsi in una formazione intellettuale che può aiutarli sin da ora, ma soprattutto più avanti, a “pensare con la Chiesa”, ad acquistare su tutte le cose un giudizio di uomini di Chiesa, nel senso forte del termine, e allo stesso modo a far proprie, lucidamente, tutte le esigenze del sacerdozio, in particolare il celibato, segno della loro consacrazione totale alla missione di amministratori dei misteri di Dio. Infatti, i problemi delicati nati dall’incontro del cristianesimo con la cultura africana, nel contesto di una modernità invadente, richiedono che essi siano colmi della parola di Dio e della Tradizione della Chiesa, la quale ha valore d’universalità.

5. Inoltre, incoraggio di tutto cuore gli studenti del Ciad, che, malgrado le innumerevoli difficoltà, cercano di proseguire i loro studi. Auguro che, là dove devono recarsi a studiare, vengano accolti e sostenuti da comunità cristiane in grado di comprenderli e aiutarli.

Giustamente vi dichiarate preoccupati davanti al rischio che i cristiani si accontentino di una fede superficiale e di una morale accomodante. Ho potuto tuttavia apprezzare il fatto che, in molti luoghi, avete incoraggiato la costituzione di équipe che permettano ai fedeli di affrontare insieme i problemi cruciali per la loro fede - nell’incontro con l’Islam, per esempio - e penso qui tra l’altro all’alcolismo e alla corruzione. Bisogna proseguire su questa strada. Condividendo le difficoltà che incontrano in questi ambiti, e riflettendovi alla luce del Vangelo, essi saranno più uniti e più forti. Se il loro impegno spirituale e morale è sostenuto con tenacia, sapranno insieme rimettere in gioco atteggiamenti troppo passivi, aiutare i più deboli e perfino modificare delle tendenze che sembrerebbero irreversibili.

Questo suppone evidentemente che i vostri sacerdoti veglino costantemente verificando senza compiacenza il proprio impegno spirituale, la qualità della loro preghiera liturgica o personale. Essi veglino ugualmente affinché la loro predicazione, nonostante il necessario e frequente ritorno al primi rudimenti della fede, presenti una dottrina più ricca per tutti coloro che sono in grado di riceverla.

6. Per terminare, vorrei sottolineare ancora l’importanza degli sforzi congiunti che voi mettete in atto per contribuire ad apportare alle vittime della siccità l’aiuto urgente di cui hanno bisogno, e più in generale, fornire alla popolazione i mezzi per uno sviluppo autonomo. Che si tratti per esempio di scavare dei pozzi, di introdurre metodologie agricole più efficaci, o di sollecitare l’apertura di farmacie di villaggio, la vostra azione è volta al profitto di tutti, senza distinzione, e merita giustamente alla Chiesa la simpatia di tutti. Voglio aggiungere qui che quale sia il carattere tecnico, cioè materiale, di questa “diakonia”, essa riguarda l’evangelizzazione. Cosa varrebbe infatti la proclamazione delle beatitudini evangeliche, se non fosse accompagnata dall’amore disinteressato di tutti, e soprattutto dei più poveri?

Penso specialmente a questi ultimi benedicendo le vostre persone, e con voi, tutti coloro che sono vostri immediati collaboratori, i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i catechisti, le famiglie, e anche i bambini, tutti coloro che sono uniti nell’amore di Cristo Gesù e compongono le vostre comunità. Possa il Principe della Pace assistere tutto il popolo del Ciad nel suo cammino verso la riconciliazione e la libertà autentica alle quali esso aspira, affinché sia assicurato il suo progresso sociale e spirituale!

 

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 
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