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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
DURANTE L'INCONTRO ECUMENICO
NELLA RESIDENZA DEL PRIMATE*

Varsavia (Polonia) - Venerdì, 17 giugno 1983

 

Cari fratelli in Cristo.

“Voglia Dio stesso, Padre nostro, e il Signore nostro Gesù dirigere il nostro cammino verso di voi! Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come è il nostro amore verso di voi (1 Ts 3, 11-12). Queste parole della preghiera per l’amore vicendevole, che l’apostolo Paolo scrisse una volta alla comunità dei credenti a Tessalonica, le rivolgo oggi a tutti i fratelli cristiani nella mia Patria, con i quali mi unisce la stessa fede apostolica in Gesù Cristo.

Possiamo infatti ripetere insieme all’eminente teologo protestante, annoverato nella cerchia dei padri spirituali del rinnovamento auspicato con il Concilio Vaticano II, che “nonostante che ancora crediamo in modo diverso, tuttavia non in un Altro” (Karl Barth). L’esperienza di viva fede nello stesso Gesù Cristo, nostro Signore e Redentore, determina il carattere ecumenico dell’odierno incontro a Varsavia.

Ho desiderato ardentemente questo incontro già durante il mio primo viaggio apostolico nel Paese natale. Esprimendo riconoscenza per la lettera che ricevetti allora dai rappresentanti del Consiglio ecumenico polacco, dissi nel Blonia Krakowskie: “Anche se, a causa del programma così denso, non è stato possibile un incontro a Varsavia, ricordatevi, cari fratelli in Cristo, che questo incontro porto nel cuore come un vivo desiderio e come espressione della fiducia per il futuro (Giovanni Paolo II, Allocutio in loco qui “Blonia Krakowskie” nuncupatur habita, 4, 10 giugno 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II [1979] 1521). Con gioia dunque rendo grazie a Dio perché oggi ha appagato il mio desiderio e ha fatto riuscire il mio progetto (cf. Sal 20, 5). Credo che questa gioia sia vicendevole, perché scaturisce dalla stessa Fonte, che è Cristo. È lui che presiede il nostro incontro, perché lui stesso ci ha assicurato: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 20).

Con il saluto polacco “Sia lodato Gesù Cristo” do il benvenuto a tutti i partecipanti a quest’incontro ecumenico, sia al cattolici come agli altri cristiani.

Saluto cordialmente il Presidente della Commissione dell’Episcopato per i problemi dell’ecumenismo, il Vescovo Alfons Nossol, Ordinario della diocesi di Opole. C’è tra noi Monsignor Wladyslaw Miziolek, Vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Varsavia, Vice Presidente di detta Commissione; nella sua persona saluto l’instancabile araldo dell’ecumenismo sulla Vistola.

Fraterni saluti d’amore e di pace rivolgo ai presenti all’odierno incontro, e cioè ai rappresentanti delle otto Chiese associate nel Consiglio ecumenico polacco, il quale da alcuni mesi è presieduto dal Vescovo della Chiesa Asburgo-Evangelica, Janusz Narzynski.

Saluto anche i rappresentanti delle Comunità israelitiche e musulmane qui presenti, con le quali ci unisce la fede in Dio Uno, Onnipotente, Misericordioso e Giusto.

Lo spirito d’amore fraterno, che distingue il Vangelo di Cristo, anima il nostro incontro. Da questo spirito di fraterno amore nasce nei rapporti interumani la reciproca comprensione, il rispetto delle opinioni e dei gusti altrui e specialmente delle diverse confessioni o usanze. Questo è lo spirito di tolleranza, così profondamente radicato nelle nostre tradizioni religiose, sociali e nazionali, per cui la Polonia si meritò giustamente il nome di uno “stato senza roghi”.

Spirito di apertura verso gli altri e desiderio di un reciproco avvicinamento tra le diverse confessioni cristiane da tempo animavano le aspirazioni ecumeniche in questo Paese. Permettete che nomini qui il “Colloquium Charitativum”, convocato a Torun nel 1645, per iniziativa dei Vescovi cattolici radunati due anni prima, al sinodo di Varsavia, e con l’appoggio del re Ladislao IV. Quell’“incontro d’amore, aveva come scopo di restituire l’unione e la concordia tra i cattolici, luterani e calvinisti. Tutta l’Europa si interessò del suo svolgimento. Le lunghe discussioni, alle quali presero parte 76 teologi, comprendevano principalmente la dottrina, la prassi e i costumi. A causa delle stridenti differenze dogmatiche e anche dei condizionamenti sociali, non fu raggiunto l’accordo previsto. Secondo il parere degli storici, il “Colloquium Charitativum” di Torun costituì tuttavia un tentativo per giungere all’unità mediante il confronto delle opinioni. Anche se esso non portò i risultati attesi, ciò nonostante suscitò rispetto per i capi spirituali e politici della Repubblica, dando inizio in un certo qual senso all’ecumenismo pratico.

L’ultimo Concilio Ecumenico Vaticano II ha chiaramente potenziato nella Chiesa Cattolica il desiderio dell’unità, chiesta da Cristo al Padre nell’ora del congedo dagli apostoli (cf. Gv 17). Siamo consapevoli che il ritorno alla piena unione esige grande umiltà e amore, coraggio e speranza. Sotto il soffio dello Spirito Santo abbiamo ormai superato non poche difficoltà e non pochi ostacoli. Con molte Chiese e Comunità cristiane stiamo conducendo un dialogo ecumenico ufficiale in spirito di ricerca della verità nell’amore. Danno buone speranze per il futuro l’avvicinamento sempre più grande e l’apertura del Consiglio ecumenico polacco e della Chiesa Romana-Cattolica, in special modo i colloqui sinceri e gli sforzi ecumenici comuni nella Commissione mista di ambedue le parti.

Con gioia ricevo dai miei fratelli nell’Episcopato ogni notizia sulla Settimana di preghiere per l’unità dei cristiani, che da molti anni viene celebrata tradizionalmente nel mese di gennaio. Le comuni preghiere dei confessori di Cristo sono non solo un’opportuna occasione per conoscere gli altri cristiani che vivono nella stessa società, ma soprattutto costituiscono un incoraggiamento a praticare una fede più viva. Esse sono in un certo qual senso una chiamata ad amare Cristo più profondamente. Quel Cristo, nel quale tutti siamo uno! Anche se a volte abbiamo differenti tradizioni, differenti costumi, differente modo di pensare, tuttavia ci sentiamo tutti chiamati alla più stretta unione con Cristo e intorno a Cristo. Proprio a questo servono le preghiere per l’unità delle Chiese. Senza di esse il movimento ecumenico non sarebbe ciò che è.

Non mi sono estranei neppure gli altri concreti esempi dell’ecumenismo reale. Ho in mente specialmente la condivisione del patrimonio scientifico e culturale, che è frutto della riflessione cristiana sulla Rivelazione Divina e sulla storia delle Chiese. Nei libri e nei periodici cattolici e non cattolici - a dire il vero in esigua tiratura - sempre più frequentemente vengono pubblicati testi di autori appartenenti a diverse tradizioni teologiche. Queste pubblicazioni evidenziano il continuo approfondimento della reciproca conoscenza dei teologi cattolici e cristiani. Esse permettono a più ampie cerchie di fedeli di seguire le trasformazioni che avvengono nella Chiesa Universale e in tutto il cristianesimo. Molto animati sono i nostri contatti con le singole Chiese Ortodosse. Con la Commissione mista cattolico-panortodossa collaborano attivamente i rappresentanti della Polonia; è conosciuta la loro partecipazione agli incontri a Patmos e a Monaco, dedicati alla problematica teologica. Tutto ciò contribuisce indubbiamente alla formazione di nuovi sinceri atteggiamenti ecumenici. Questo è anche uno specifico dialogo in favore del reciproco conoscersi e amarsi nell’ambito di una grande comunità di credenti in Cristo. Per questo servizio ecumenico degno di rispetto e di riconoscimento in Polonia, porgo ai cattolici e ai credenti delle altre Chiese cristiane, il dovuto “Bog zaplac” (“Dio vi ricompensi”), invocando per i loro sforzi e per i futuri successi le benedizioni del Signore.

Desidero anche porgere gli auguri per una fruttuosa, fraterna collaborazione a coloro che prenderanno parte al convegno del Consiglio mondiale delle Chiese, che terrà i suoi lavori tra il mese di luglio e il mese di agosto a Vancouver, con il motto: “Gesù Cristo vita del mondo”.

Alla fine di questo incontro desidero rinnovare quel caldo appello che ho rivolto “a tutti i responsabili e ai membri delle altre Chiese e Comunità ecclesiali” quando ho proclamato il Giubileo della Redenzione a tutti i fedeli del mondo cattolico (Giovanni Paolo II, Allocutio ad Patres Cardinales et Romanae Curiae Sodales habita, 9, 23 dicembre 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V/3 [1982] 1681). Indicando i valori di questo Giubileo, sottolineavo che esso è “un grande servizio alla causa dell’Ecumenismo. Celebrando la Redenzione andiamo al di là delle incomprensioni storiche e delle controversie contingenti, per ritrovarsi sul fondo comune al nostro essere cristiani, cioè redenti. La Redenzione ci unisce tutti nell’unico amore in Cristo, crocifisso e risorto (Ivi). Perciò vi chiedo, cari fratelli, di accompagnare insieme alle Chiese e alle Comunità le celebrazioni dell’Anno della Redenzione con la vostra preghiera, con la vostra fede nel Cristo Redentore, col vostro amore “che diventi con noi anelito sempre più sentito a realizzare la preghiera di Gesù prima della Passione redentrice: “Ut omnes unum sint (Gv 17, 21)” (Giovanni Paolo II, Allocutio ad Patres Cardinales et Romanae Curiae Sodales habita, 9; 23 dicembre 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V/3 [1982] 1681).

Uniti con il legame del fraterno amore e della pace, preghiamo insieme con le parole della preghiera che Cristo stesso ci ha insegnato: Padre nostro . . .


*Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. VI, 1 pp. 1526-1531.

L'Osservatore Romano 19.6.1983 p. IV.

 

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 
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