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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AD UNA DELEGAZIONE
DEL PATRIARCATO ECUMENICO DI COSTANTINOPOLI

Giovedì, 30 giugno 1983

 

Eminenza e cari fratelli nel Cristo.

La presenza a Roma di una delegazione della Chiesa sorella di Costantinopoli aumenta ancor più la nostra gioia in questo giorno in cui celebriamo i santi apostoli Pietro e Paolo. Voglio dirvi la mia viva gratitudine. Questa nuova tradizione di festeggiare insieme, qui, a Roma, i santi Pietro e Paolo, e presso il Patriarcato ecumenico, sant’Andrea, fratello di Pietro, colma in un certo modo il vuoto che la loro comunione incompleta ha instaurato tra le nostre Chiese. E lo colma attraverso il desiderio che essa esprime e la speranza che suscita di arrivare al giorno in cui noi potremo finalmente celebrare insieme l’Eucaristia come discepoli fedeli attorno al loro comune Signore. Questa partecipazione reciproca alla festa degli Apostoli è l’espressione del nostro comune impegno di preparare, nell’unità e nella carità, questa cena di comunione che il Signore vuole che noi celebriamo come memoriale della sua morte e della sua risurrezione, come pegno di vita eterna.

La celebrazione di questo giorno ricorda la vocazione dei primi discepoli: “Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono” (Mt 4, 18-20). Da allora, Pietro e Andrea furono uniti più profondamente che non attraverso i legami di sangue, in una vocazione che va oltre le necessità contingenti, ma anche imperiose, del loro lavoro quotidiano.

Il Signore li ha chiamati a seguirlo per affidare loro una missione in mezzo agli uomini; si tratta di rendere tutte le nazioni seguaci del Signore (cf. Mt 28, 19). È la vocazione e la missione permanente, anche nella nostra epoca, di tutti coloro che discendono dagli Apostoli e si considerano loro successori in una linea ininterrotta che attraversa i secoli. Il nostro tempo, ricco di diversi dinamismi, di nuove e imprevedibili conquiste dello spirito umano, ma anche gravato da profonde inquietudini interiori e offuscato da tragiche tentazioni di morte, ha bisogno più che mai di una viva testimonianza di fede, di unità e d’amore; questa testimonianza, l’attende da noi che crediamo in colui che ha donato la sua vita per la salvezza del mondo. Infatti, l’unità che, obbedendo alla volontà del Signore, cerchiamo di ristabilire tra le nostre Chiese, è in vista dell’annuncio di questa Buona Novella all’umanità intera “affinché il mondo creda” (Gv 17, 21), abbia la pace e la sua gioia sia piena. L’unità dei credenti in Cristo è una condizione della credibilità del nostro annuncio del Vangelo nel nostro tempo.

Ogni anno, la nostra celebrazione comune degli Apostoli ci permette, certamente, di approfondire la conoscenza che abbiamo gli uni degli altri e la carità fraterna che ci anima, ma ci offre anche l’occasione di ringraziare insieme il Signore che ci fa progredire, lentamente ma sicuramente, verso la piena comunione ecclesiale.

Tra le nostre Chiese si sviluppa anche un’attenta solidarietà, frutto di un sentimento di comunione che si estende tra i Cattolici e gli Ortodossi a tutti i livelli. Questi sentimenti dovrebbero concretizzarsi sempre più in atti di collaborazione nel campo degli studi come anche in certi settori dell’azione pastorale, là dove Cattolici e Ortodossi vivono insieme nel medesimo luogo.

In queste iniziative tendenti a ristabilire tra noi lo spirito che deve regnare tra fratelli, il dialogo teologico prosegue il suo corso. Con gioia, apprendo che dopo la seconda sessione plenaria della commissione mista del dialogo che si è tenuta esattamente un anno fa, le sottocommissioni di studio hanno già compiuto il loro lavoro e che il comitato misto di coordinamento si è già riunito per preparare la convocazione della terza sessione. Con devozione e competenza, Vescovi e specialisti, cattolici e ortodossi, animati da un medesimo zelo, si sono impegnati in questo dialogo con tutte le risorse della loro intelligenza e del loro cuore. Numerose volte, ho domandato che tutti pregassero per questo dialogo, affinché il Signore lo renda fecondo, perché “è lui solo che fa crescere” (1 Cor 3, 7). La preghiera di tutti è necessaria per eliminare quelle reticenze diffuse che possono ancora esistere qua e là e soprattutto per superare tutte le difficoltà dottrinali che il dialogo dovrà inevitabilmente affrontare.

In questi sentimenti di gioia e di comunione, di impegno e di speranza, noi vi accogliamo, voi, Eminenza, e la delegazione che il Patriarca Dimitrios ha voluto, quest’anno, inviare a Roma.

Vi prego di portare a Sua Santità l’espressione della mia fraterna gratitudine e di dirgli il vivo ricordo che io conservo della visita che gli feci in occasione della festa di sant’Andrea.

Dio faccia che ancora una volta possiamo unirci nella recita di una preghiera comune! Io e la Chiesa di Roma saremo felici che questo possa aver luogo a Roma sulla tomba dei santi Pietro e Paolo.

 

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 
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