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VISITA PASTORALE IN LOMBARDIA

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON LA POPOLAZIONE DI DESIO

Sabato, 21 maggio 1983

 

Carissimi fratelli e sorelle!

1. Mentre ringrazio cordialmente il vostro parroco per le apprezzate parole rivoltemi, vi dico subito la mia gioia di trovarmi oggi in mezzo a voi, che ho voluto visitare per primi, uscendo dalla metropoli milanese. Sono venuto qui per onorare la memoria del mio grande predecessore sulla sede di Pietro, il Papa Pio XI, il vostro Achille Ratti.

La mia visita si iscrive nel quadro più generale del viaggio pastorale a Milano a motivo del Congresso Eucaristico Nazionale. Tuttavia, non potevo tralasciare di prendere contatto con la generosa gente lombarda dell’“hinterland” milanese; anch’essa, come il capoluogo, è caratterizzata da quelle doti di industriosità, di concretezza, di iniziativa e di umanità, che vi sono da tutti riconosciute e che formano contemporaneamente il vostro vanto e il vostro impegno. Tanto più dovevo venire in questa città, che ha dato i natali ad un grande Papa. Saluto pertanto di cuore tutti voi, cari cittadini di Desio, a partire dalle Autorità di ogni ordine e grado, e vi ringrazio per la festosa accoglienza che mi avete riservato e che ricambio con l’assicurazione della mia stima e del mio affetto. In maniera particolare, il mio saluto va al qui presente Cardinale Carlo Confalonieri, antico Segretario personale del vostro grande Conterraneo, e ora Decano del Sacro Collegio, il quale certamente meglio di me potrebbe parlare di Papa Ratti.

2. Come dicevo, sono venuto qui soprattutto nel nome del Papa Pio XI. E come non provare un’emozione particolare nel calcare questa terra, nell’ammirare questo cielo, nel respirare questa atmosfera, e soprattutto nel trovarmi immerso tra questa gente: elementi tutti, che costituirono i dati di base della formazione severa e buona di quel grande Pontefice, al quale la mia stessa patria polacca è non poco debitrice?

Dopo aver lasciato l’ufficio di Nunzio Apostolico nella rinata Polonia, la sera del 5 settembre 1921, pochi giorni prima di fare il suo ingresso a Milano come nuovo Arcivescovo, egli era qui a Desio, dove dal pulpito di questa stessa chiesa parrocchiale disse tra l’altro: “È con cuore commosso che ringrazio il Signore che nella sua bontà mi riconduce in questa chiesa, a questo altare, al fonte del mio battesimo, dopo tanti avvenimenti, dopo tante grazie, dopo tanta preparazione, tanta misericordia e bontà” (Autori Vari, Pio XI nel trentesimo della morte. Raccolta di studi e memorie, Milano 1969, p. 137).

Egli era nato qui, in questa città, il 31 maggio del 1857, Solennità di Pentecoste, in una umile famiglia di lavoratori. In Achille Ratti spiccavano alcuni tratti caratteristici dell’indole propria della popolazione di questa terra: una profonda religiosità, il senso dell’equilibrio e della concretezza, la volontà ferma e costante.

Egli seppe porre le qualità ereditate dal luogo e dalla gente della sua origine, insieme con le doti e le virtù conquistate con tenace sforzo, preghiera e studio durante gli anni di Seminario, a servizio di un mondo sempre più grande. Da Vicario della parrocchia di Barni in Valsassina, passò all’insegnamento in Seminario. Nel 1888 egli fu accolto fra i Dottori della celebre Biblioteca Ambrosiana, di cui fu Prefetto dal 1907 al 1914, quando il Papa Benedetto XV lo nominò prima Prefetto della Biblioteca apostolica Vaticana e poi, nel 1918, Visitatore Apostolico nella Polonia ancora smembrata tra l’Impero zarista da una parte e gli Imperi Centrali dall’altra. Infine, nel 1919, dopo che la Polonia riacquistò l’indipendenza, vi fu nominato Nunzio Apostolico e ricevette l’ordinazione episcopale a Varsavia, sicché più tardi egli amava chiamarsi “un vescovo polacco” (cf. Autori Vari, Pio XI nel trentesimo della morte. Raccolta di studi e memorie, Milano 1969, pp. 189). Del suo grande amore alla Polonia è segno, fra i tanti altri, anche l’immagine della Beata Vergine di Czestochowa che Pio XI fece mettere nella Cappella della Villa Pontificia a Castel Gandolfo, dinanzi alla quale anche ai nostri giorni il Papa continua ad inginocchiarsi in preghiera.

3. Fu soprattutto nel pontificato romano che ebbe modo di far fruttificare a vastissimo raggio e in maniera incisiva quei preziosi talenti di natura e di grazia, di cui il Signore l’aveva arricchito: il profondo spirito di preghiera, l’appassionato amore a Cristo e alla Chiesa, la fede salda nella Provvidenza, l’amore agli studi e la formidabile cultura, la forte personalità con temperamento riflessivo e carattere volitivo, facevano di lui un uomo e un Pastore di eccezionale completezza.

Elevato alla Cattedra di Pietro il 6 febbraio del 1922, egli dispiegò fino alla morte, avvenuta il 10 febbraio 1939, una multiforme attività, che lasciò un segno profondo nella Chiesa, riverberandosi altresì in vari modi sulla società. Il suo pontificato si svolse in un momento storico assai travagliato, quando il mondo e specialmente l’Europa ancora languivano per le conseguenze della prima guerra mondiale, eppure già si avviavano drammaticamente verso l’immane catastrofe di un nuovo conflitto. Come ebbe a scrivere lo stesso Cardinale. Confalonieri: “In un’epoca come quella . . . nel generale smarrimento dei più generosi come nell’acquiescente sopportazione delle masse, la sua voce fu quasi sempre la sola a levarsi ogni giorno, libera e forte, a difesa dei diritti conculcati, dagli uni temuta, dagli altri attesa come unica garanzia di sopravvivenza e valida speranza di tempi migliori” (Ivi, pp. 23-24).

Non mi è possibile oggi, non dico sviluppare, ma neppure accennare in forma completa a tutti gli ambiti della vita cattolica e sociale, nei confronti dei quali egli prese posizione in maniera chiara e ferma. Ma ad alcuni non si può rinunciare: soprattutto a quegli interventi che hanno maggiormente segnato il suo tempo e che ancora lo rendono grande ai nostri occhi.

4. Così, è degno di nota il fatto che già nella sua Lettera enciclica inaugurale, Ubi arcano, del 23 dicembre 1922, di fronte all’impeto dei mali del tempo, egli rivolse un meditato appello al laicato cattolico, riconoscendogli la funzione che gli spetta nella Chiesa per collaborare all’apostolato dei Vescovi. Questa apertura varrà a Pio XI l’appellativo di “Papa dell’Azione Cattolica”, che, specialmente in Italia, egli difenderà di fronte a ingerenze e a soprusi del regime politico di allora.

Con l’enciclica Miserentissimus Redemptor, dell’8 maggio 1928, egli diede un forte impulso alla devozione al Sacro Cuore, richiamando il primato dell’amore salvifico di Dio, a cui il cristiano è totalmente debitore. Del resto, già nell’enciclica Quas primas, dell’11 dicembre 1925, aveva sottolineato la mite e universale sovranità di Cristo Re, di cui istituiva la festa annuale, che tuttora rimane, sia pur trasferita, nel nuovo calendario liturgico.

L’enciclica Divini illius Magistri, del 31 dicembre 1929, rivendicò il diritto all’educazione dei giovani da parte della famiglia e della Chiesa contro ogni monopolio statale.

Un posto speciale, in questo richiamo dei documenti pontifici di Pio XI, spetta alla enciclica Casti connubii, del 31 dicembre 1930, dedicata al tema del matrimonio e della famiglia. Fu una presa di posizione molto vigorosa, non solo contro i danni del divorzio, dell’aborto, dei metodi anticoncezionali, dei cosiddetti matrimoni “di prova”, ma soprattutto in favore della nobiltà naturale e della santità cristiana dell’amore coniugale e dell’istituto familiare. Anche oggi, come scriveva allora Pio XI, “la Chiesa Cattolica, in piedi in mezzo a queste rovine morali, eleva alta la sua voce” in favore di una famiglia, che sia sempre più luogo di autentica maturazione umana e cristiana.

Una sollecitudine particolare egli dedicò anche al problema delle Missioni, curando che fossero sempre più staccate dalle potenze coloniali; favorì soprattutto la formazione del Clero autoctono, con i grandi gesti profetici della consacrazione in San Pietro dei primi sei Vescovi cinesi, nel 1926, e della nomina dei primi due Vescovi africani per l’Uganda e il Madagascar, nel 1939.

Anche nel campo sociale e politico, Pio XI fece sentire fortemente la sua voce. L’enciclica Quadragesimo Anno, del 15 maggio 1931, commemorando la celebre Rerum Novarum di Leone XIII, tracciava le grandi linee di una riforma sociale, basata sulla stretta collaborazione fra datori di lavoro e lavoratori di ogni professione, e condannava gli eccessi sia del capitalismo che del socialismo.

Nell’opera di riconciliazione della Santa Sede con lo Stato italiano, come pure nelle iniziative concordatarie dei suoi anni di pontificato, egli ebbe di mira soltanto la libertà della Chiesa, la sua missione di apostolato e il bene delle anime.

Egli era profondamente consapevole che la concordia fra Chiesa e Stato, due sovranità distinte e tanto differenti, è sempre feconda di progresso e di quella pace che fu costantemente in cima ai suoi pensieri, al punto da valere come programma già nel suo motto episcopale: “Pax Christi in Regno Christi” (“La pace di Cristo nel Regno di Cristo”).

Per questo egli si oppose sempre, con coraggio e con l’indomita fortezza che gli erano caratteristici, alle sopraffazioni dei regimi totalitari del tempo e alle rispettive ideologie ispiratrici. Basterà ricordare l’enciclica del 1931, “Non abbiamo bisogno”, riferentesi al contesto politico italiano del momento, e poi, nel 1937, la Mit brennender Sorge, con la quale denunciò energicamente l’ideologia nazista, e la Divini Redemptoris con cui levò la sua voce contro il materialismo ateo.

5. Cari fratelli e sorelle! Questi sono solo alcuni tratti sintetici della personalità di Papa Pio XI, la quale affonda le sue radici nelle virtù etiche e nella fede cristiana della gente di Desio. E io vorrei qui invitarvi e incoraggiarvi a coltivare con sempre maggiore impegno gli stessi valori di integrità, di disciplina morale, di dedizione al proprio dovere, e ancor più di incrollabile adesione a Gesù Cristo, di generosa partecipazione alla vita della Chiesa, di una decisa testimonianza evangelica nella società. Sono principi, questi, che non tramontano mai, pur nel variare delle situazioni storiche.

La condizione socio-culturale, nella quale siete oggi chiamati a vivere, richiede da voi un rinnovato impegno per far brillare la fede cristiana e i valori del Vangelo nell’ambiente industriale e operaio che vi caratterizza. Siate testimoni lieti, convinti e generosi, sia a livello individuale che familiare e parrocchiale.

Vi sia di stimolo e di aiuto in questi ideali e in questi propositi l’Anno Santo in corso, che si pone in prosecuzione con quello straordinario, già indetto e celebrato proprio da Pio XI nel 1933, per commemorare l’anniversario della Redenzione, cioè della morte e risurrezione di Cristo.

Auspico dal Signore per voi ogni bene, soprattutto per coloro che sono in difficoltà di vario genere, per i sofferenti, per i giovani, per quanti sono in cerca di lavoro o semplicemente in cerca di un assoluto come ragione di vita.

Vi assicuro il mio ricordo nella preghiera, e di gran cuore vi imparto una speciale benedizione apostolica, che ottenga a voi e alle vostre famiglie le abbondanti e feconde grazie celesti.

Prima di offrire la benedizione apostolica a tutti i presenti, vorrei ringraziare per questi doni tanto preziosi. Vi ringrazio di cuore. Mi è venuto in mente che nella mia allocuzione su Papa Pio XI ho dimenticato un elemento molto importante per lui e per me: il suo amore per le montagne. Per confessarvi la verità, devo dire che la mia vita personale è iniziata con il pontificato di Benedetto XV. Ma il Papa della mia giovinezza, dopo i due anni, è stato Pio XI, un Papa molto amato nella mia Patria, molto amato in Polonia.

Devo ricordare che nella mia parrocchia natale di Wadowice, il parroco, molto zelante, ci leggeva molte volte brani delle encicliche di Pio XI, ma io più che le sue encicliche sapevo molto meglio che era un Papa alpinista. Questo volevo confessare qui, a Desio. davanti ai suoi concittadini. Questo volevo confessare per ricordare il legame tra un grande Papa italiano che si diceva Vescovo polacco e questo Vescovo polacco che si deve dire Papa italiano. Per rendere questo legame molto più sincero e molto più cordiale, vi ringrazio carissimi per tutti i vostri doni, soprattutto per questo dono che una volta la Chiesa e la comunità di Desio hanno dato alla Chiesa di Cristo e specialmente alla Chiesa in Polonia, questo dono che si chiama Papa Pio XI, Achille Ratti.

In questo momento vorrei offrirvi la benedizione apostolica insieme con i Signori Cardinali presenti e i Vescovi; una benedizione collegiale alla parrocchia e alla città di Desio, la città di Papa Pio XI.

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 
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