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VISITA PASTORALE IN LOMBARDIA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL TERMINE DEL CONCERTO AL TEATRO ALLA SCALA

Milano, 21 maggio 1983

 

1. Ritrovarmi stasera in questo teatro, universalmente celebrato nel mondo, costituisce non solo una suggestiva pausa di carattere estetico e culturale, ma un onore e come il coronamento di questa intensa giornata che mi ha fatto conoscere tante componenti della realtà socio-religiosa della città e della regione.

Già lo speciale Concerto, che la direzione e la prestigiosa orchestra gentilmente hanno voluto offrirmi, e che mi ha ricordato quello eseguito in Vaticano nell’Aula Paolo VI, nel febbraio del 1979; e poi la significativa presenza di tanti compositori, maestri, esecutori e, più in generale, di esponenti e rappresentanti del mondo dell’arte; e ancora l’intervento delle massime autorità civili con tutti i sindaci del Milanese: sono questi altrettanti stimoli, che mi obbligano a tradurre la mia soddisfazione nell’espressione del più vivo e cordiale ringraziamento. Grazie io dico a voi tutti, e grazie a ciascuno di voi.

Quel che mi avete dimostrato, e mi state tuttora dimostrando, mi tocca profondamente, e, poiché so che trascende la mia stessa persona, la gratitudine è anche per il riconoscimento che ne risulta alla missione, a me demandata nell’universale e unica Chiesa di Cristo.

2. Un Papa alla Scala di Milano è un avvenimento singolare, difficile da definire. Ma questa venuta, per quanto insolita, vuol essere un atto di presenza nel mondo dell’arte: cioè in un mondo che è a servizio dello spirito, che ha bisogno di evadere dalla fatica quotidiana e di ritrovare nell’azione scenica e nell’ascolto musicale una realtà diversa e più alta. Il mondo artistico, che qui ha avuto e ha sempre uno speciale culto, è legato alle personalità che formano tanta parte, anche oggi, della civiltà universale. Non dite semplicemente musica; dite vita morale, come espressione di più alto sentire; dite poesia.

Ecco affacciarsi subito, nella scena di questo ambiente solenne, l’immagine di Giuseppe Verdi, che cantò la patria italiana, cantò l’amore, la dignità umana in un complesso di composizioni, che divennero voce e coro di molte generazioni, non esclusa la presente. Per voi intellettuali, e per noi tutti, io credo, una voce come quella di Verdi non può non richiamare la figura di un grande lombardo che egli venerò, Alessandro Manzoni, genio e poeta del pensiero cristiano, dei cui passi le strade non lontane da questo Teatro conservano imperituro ricordo. Sia nel cammino di ritrovamento della fede, sia con le sue opere letterarie, il Manzoni annunciò un principio fondamentale della teologia e dell’arte, valevole per ogni tempo: non è possibile separare le verità della fede cattolica dall’impegno morale. Non si devono separare Dio e l’uomo: non c’è fra essi dissidio e lotta, ma solo unione e amore. Egli difese questi principi nelle “Osservazioni sulla morale cattolica” e li rese evidenti nell’intreccio dei “Promessi Sposi”, che è storia degli umili, tratta dalla vita, storia di un popolo travagliato e offeso, su cui però veglia la Provvidenza di Dio, “il quale non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande (Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. VIII). Libro di poesia, di sapienza, di consolazione, che appartiene al patrimonio universale dell’umanità.

3. Questi due nomi, che ho voluto evocare, mi sembrano ben degni di essere non solo proposti, ma, vorrei dire, affiancati a voi, artisti, scrittori, ricercatori, qui convenuti quali alti rappresentanti della cultura lombarda. Voi avete un grande passato, documentato nelle ricche biblioteche, nei centri accademici, come in questo stesso Teatro. Ma c’è anche un presente, di cui siete proprio voi, con le vostre opere letterarie o pittoriche o musicali, i protagonisti e gli artefici. Siete voi che col vostro lavoro date vita alla “vita del pensiero”.

Che cos’è questa vita del pensiero? È libertà, è ricerca, è conquista; non è lecito operare una specie di sequestro della cultura in una sola direzione, prescindendo dalla fede o sostituendola con surrogati non definibili. Ecco, proprio in questa ricerca, la fede cristiana desidera essere vicina a tutti, rispettando le ragioni della cultura e dell’arte, accogliendo la verità dovunque si trovi per aiutare a comprenderla e a potenziarla secondo quella luce, che non proviene solo dall’intelligenza dell’uomo. Gesù Cristo - come leggiamo nel Prologo giovanneo (Gv 1, 9) - “era la luce vera che illumina ogni uomo”: egli era la vera luce del mondo (cf. Gv 8, 12).

Siate sempre pronti ad accogliere da lui questa luce superiore, la quale, essendo un dono che si aggiunge ai vostri personali talenti, non può essere un possesso chiuso ed egoistico: ma, piuttosto, va diffusa e offerta in senso missionario a quanti sono in attesa di un soccorso. L’Anno Giubilare della Redenzione, nel programma di penitenza e di rinnovamento, chiama ciascuno a ritrovarsi, in senso fraterno, con ogni classe sociale per dare alla vita il suo fulcro di speranza e di unione, superando ogni tentazione di lotta e di sopraffazione. Come le opere di misericordia corporale, che sono un dovere di tutti, trovano espressione in istituzioni, ospedali, associazioni, così a voi, artisti e intellettuali, chiedo qui, in una città di così alta cultura, di sviluppare ampiamente nella luce della fede non solo umana, ma anche e soprattutto cristiana le opere di misericordia spirituale, che forse sono oggi, nel contesto di una società consumistica, ancor più necessarie delle prime. Oggi c’è dubbio, c’è tristezza, c’è purtroppo assai diffusa una vasta crisi morale. Oggi c’è bisogno di confortare, di illuminare, di aiutare. Oggi c’è bisogno di costruire.

E il mondo della cultura e dell’arte è chiamato a costruire l’uomo: a sostenere il cammino nella ricerca, spesso tormentata, del vero, del bene, del bello. La cultura e l’arte sono unità, non dispersione; sono ricchezza, non depauperamento; sono ricerca appassionata, talora tragica, ma finalmente anche sintesi stupenda, nella quale i valori supremi dell’esistenza, anche nei suoi contrasti tra luce e tenebre, tra bene e male - chiaramente identificati e identificabili - vengono ordinati alla conoscenza profonda dell’uomo, al suo miglioramento, non al suo degrado. È necessaria un’ecologia dello spirito al servizio dell’uomo: di quell’uomo che il grande Ambrogio di Milano chiama “la più eccelsa opera di questo mondo . . . come il compendio dell’universo e la bellezza suprema delle creature del mondo” (S. Ambrogio, Exameron VI, 10, 75: PL 14, 272).

E in questo compito difficile, ma esaltante, vi è anche bisogno di voi, artisti e intellettuali carissimi, amici miei: con la vostra arte, col prestigio e il magistero della vostra arte, siate presenti! E possa anche la prospettiva del Vangelo trovarvi solidali, come vi ha chiesto il Concilio Vaticano II nella costituzione pastorale Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (cf. Gaudium et Spes, 53-62; Concilio Vaticano II, Nuntius ad homines artium dicatus), e come vi ha proposto lo stesso Paolo VI, già vostro Arcivescovo, nel memorabile Discorso rivolto agli artisti nella Cappella Sistina (cf. Insegnamenti di Paolo VI, II [1964] 312-318).

4. Venuto a Milano per prendere parte al Congresso Eucaristico Nazionale, io non posso omettere di fare un riferimento specifico a questo importante evento religioso ed ecclesiale, che si impone con la sua vasta tematica a tutti i fedeli cattolici ed è tale da coinvolgere anche voi artisti e in quanto artisti. Dico coinvolgere nel senso di interessare e di attrarre, poiché il mistero eucaristico - “mistero della fede”, come diciamo nella Liturgia - sollecita, con le facoltà intellettive dell’anima, anche la fantasia e il cuore a compiere uno sforzo, per quanto inadeguato, di comprensione, di ammirazione, di illustrazione, di interpretazione. E di fatto esso ha spesse volte ispirato il lavoro di architetti, di pittori, di poeti, di musicisti! Le grandi Cattedrali - il vostro Duomo! - che altro sono, se non scrigni preziosi della presenza eucaristica? E come non ricordare, in quest’anno del Centenario di Raffaello, il grande affresco della “Disputa”, che si ammira nelle Stanze Vaticane, e che è in effetti l’apoteosi del Santissimo Sacramento? E come tacere della “Cena” di Leonardo, capolavoro di cui è giustamente fiera questa metropoli?

Ora un tale sforzo anche voi siete chiamati a condividere, dando secondo la vostra peculiare sensibilità e secondo la rispettiva competenza un contributo, in cui si esprimano ad un tempo la saldezza della fede cattolica e la tempra della vostra arte. “Ogni grande opera d’arte - ho detto nel già citato incontro col mondo della Scala - è, nella sua ispirazione e nella sua radice, religiosa (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II [1979] 370).

Mi auguro che queste mie parole, con cui vi ho aperto il mio cuore - conscio come sono delle particolari responsabilità, che a tutti voi qui presenti in vario modo competono - possano guidarvi sempre non solo nella vostra vita personale, ma anche nel vostro impegno, di comunicazione, di servizio, anzi di esempio e di testimonianza all’intera comunità dei fratelli.

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 
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