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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI AL SIMPOSIO INTERNAZIONALE
SU «IVANOV E LA CULTURA DEL SUO TEMPO»

Sabato, 28 maggio 1983

 

Illustri Professori,
Signore e Signori.

1. Sono molto onorato della vostra visita ed è per me una gioia particolare ricevervi, al termine di questo Simposio internazionale organizzato dall’Università di Roma, dall’Associazione internazionale Convivium e dalla città di Roma, e dedicato al grande poeta, filosofo e filologo russo, Vjaceslav Ivanov, e alla cultura del suo tempo.

Siete venuti da grandi Università ed Istituti di cultura di Paesi slavi e latini, anglosassoni e mediterranei, dagli Stati Uniti d’America all’Europa orientale ed occidentale. E vorrei sottolineare quanto la vostra presenza sia un simbolo vivo, attorno al professor Jackson, della Yale University e presidente del “Vyacheslav Ivanov Convivium”, e al professor Colucci, del dipartimento di letteratura russa dell’Università di Roma, che ringrazio vivamente per le sue parole. Vorrei anche salutare particolarmente Lidija Ivanova e Dmitrij Ivanov, i figli di questo grande pensatore al quale il mio predecessore Pio XI aveva voluto affidare la cattedra di lingua e letteratura russa e paleoslava all’Istituto pontificio orientale.

2. Come non rallegrarsi vedendo le vostre ricerche dedicate ad un’opera che è un vero collegamento tra l’Oriente e l’Occidente, e a questo titolo profondamente europea, essendo per così dire “frutto di due correnti di tradizione cristiana alle quali si aggiungono anche due forme di cultura diverse, ma allo stesso tempo profondamente complementari”, come ho scritto dell’Europa nella mia Lettera apostolica Egregiae virtutis (n. 3) sui Santi Cirillo e Metodio (Giovanni Paolo II, Egregiae virtutis, 3, 31 dicembre 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III/2 [1980] 1835). Cosa c’è di più necessario e anche di più urgente, di questo avvicinamento tra il patrimonio spirituale dell’Oriente cristiano e la cultura occidentale, in una “Europa di sangue, di lacrime, di lutti, di rotture, delle crudeltà più spaventose” (cf. Giovanni Paolo II, Allocutio ad eos qui colloquio de communibus radicibus christianis Nationum interfuere coram admissos habita, 2, 6 novembre 1981: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IV/2 [1981] 569).

Ricomporre l’unità spirituale degli uomini, e innanzitutto dell’uomo, superando la tragica divisione presente all’interno di ciascun uomo e tra gli uomini, e ritrovando le proprie radici spirituali, tale fu il grande disegno dell’illustre convertito, rintracciato con pietà filiale da Dmitrij Ivanov nel recente Congresso sulle comuni radici spirituali delle Nazioni europee: “Vjaceslav Ivanov, o dell’anamnesi universale nel Cristo come fondamento di un umanesimo slavo”.

3. Amo rileggere con voi questa pagina lirica: “Da parte mia, cerco la dialettica del processo storico in un faccia a faccia del dialogo incessante e tragico tra l’uomo e Colui che, creandolo libero e immortale, e a sua immagine, e designandolo come suo figlio in potenza, giunse fino a svelargli il suo nome segreto: “Io sono”, affinché un giorno potesse, questo figlio prodigo, dopo tanti errori e abusi, smarrimenti e tradimenti, dire a suo padre: “Tu sei”, ed è per questo che io sono” (V. Ivanov, Lettre à Alessandro Pellegrini sur la “Docta Pietas”, 1934, dans V. Ivanov et M. Gerschenson, Correspondance d’un coin à l’autre, Lausanne, Ed. L’âge d’homme, 1979, p. 99).

Sei - Quindi sono. L’uomo, icona di Dio, è colui che, in nome di tutta la creazione teofora, dice sì a Dio: “Ogni creatura nel cielo e sulla terra è tua davanti a Dio” (V. Ivanov, Celovek (l’homme), dans Sobranije Socinenij, Bruxelles, Ed. du foyer oriental chrétien, 1971, t. III).

4. L’uomo riconciliato con se stesso e con tutta la creazione può così ricostituire l’essenziale comunità, la “Sobornost” degli uomini. Da qui la capitale importanza del dialogo delle culture. “Perché ogni grande cultura, in quanto emanazione della memoria, e l’incarnazione di un fatto spirituale fondamentale, e non può essere che l’espressione molteplice di un’idea religiosa che ne costituisce il centro” (V. Ivanov, Lettre à Charles Du Bos, 1930, dans V. Ivanov et M. Gerschenson, Correspondance d’un coin à l’autre, Lausanne, Ed. L’âge d’homme, 1979, p. 91).E ogni Nazione ha la sua particolare vocazione, attraverso le tragiche vicissitudini della storia, ad incarnare un aspetto particolare della rivelazione del Verbo.

Nella ricca tradizione slava, è tutto il popolo che è teoforo, cristoforo, chiamato com’è a risuscitare nel Cristo, per essere in maniera misteriosa divinizzato. E già su questa terra, la Chiesa appare come il paradiso segreto di una umanità trasfigurata nel Cristo: “La sola forza che organizza il caos della nostra anima, è l’accettazione libera e totale di Cristo, come l’unico principio determinante della nostra vita spirituale e psichica” (V. Ivanov, L’idée russe, 1909, dans Sobranije Socinenij, Bruxelles, Ed. du foyer oriental chrétien, 1971 t. II).

5. Ma la divisione storica delle Chiese è una ferita sempre aperta. Confessando, nella basilica di San Pietro di Roma, il 17 marzo 1926, il Credo cattolico, Ivanov aveva coscienza, come scrisse a Charles du Bos, di “sentirmi per la prima volta ortodosso nella pienezza dell’accezione di questa parola, in pieno possesso del tesoro sacro, che era mio dal battesimo, e il cui godimento non era stato da anni libero da un sentimento di malessere, divenuto a poco a poco sofferenza, per essere staccato dall’altra metà di questo tesoro vivo di santità e di grazia, e di respirare, per così dire, come un tisico, che con un solo polmone” (V: Ivanov, Lettre à Charles Du Bos, 1930, dans V. Ivanov et M. Gerschenson, Correspondance d’un coin à l’autre, Lausanne, Ed. L’âge d’homme, 1979, p. 90). È la stessa cosa che dicevo anch’io a Parigi ai rappresentanti delle comunità cristiane non cattoliche, il 31 maggio 1980, ricordando la mia visita fraterna al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli: “Non si può respirare come cristiani, direi di più, come cattolici, con un solo polmone; bisogna aver due polmoni, cioè quello orientale e quello occidentale” (Giovanni Paolo II, Allocutio Lutetiae Parisiorum ad Christianos fratres a Sede Apostolica seiunctos habita, 31 maggio 1980: AAS 72 [1980] 704).

6. Che tutti noi possiamo ritrovare la saggezza infusa nei nostri cuori dal Creatore, ricostituire l’unità perduta, dall’Est e dall’Ovest, dal Nord e dal Sud, e respirare a pieni polmoni al cuore dell’“oecumene”, nella fraternità ricostituita dell’unità spirituale iniziale dei figli di Dio, fratelli di Cristo, e fratelli in Cristo! (cf. St. Tyszkiewicz, L’ascension spirituelle de V. Ivanov, dans Nouvelle Revue théologique, t. LXXXII, 1950, pp. 1050-1062).

È questo un mio profondo voto. La vostra azione culturale unita a quella dei poeti, dei pensatori e degli artisti, si inscrive nel cuore di questo avvicinamento vitale. Perché, permettetemi di confidarvelo alla vigilia di un viaggio apostolico nella mia patria, l’anima slava di cui voi cercate di trasmettere il messaggio appartiene sia all’Oriente che all’Occidente e si nutre a questa doppia sorgente del patrimonio comune, radicato nella fede in Cristo (cf. Giovanni Paolo II, Homilia in urbe Gnesna ante cathedrale templum S. Adalberti habita, 3 giugno 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II [1979] 1399 ss.).

Non diceva forse Ivanov: “Sento vivamente come la forza della Polonia aumenti, come quella di Anteo, attraverso il contatto con il suo terreno religioso natale e come essa si esaurisca quando si allentano i legami con la Chiesa universale”! (V. Ivanov, dans Rodnoje i Uselenskoje, le messianisme polonais comme force vive, Moscou 1919).

Grazie, cari amici, di collaborare, seguendo Ivanov, alla ricomposizione dell’unità, al vero umanesimo fondato in Dio, e all’anamnesi universale in Cristo.

 

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 

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