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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AD UN PELLEGRINAGGIO UNGHERESE

Sabato, 8 ottobre 1983

 

Signor Cardinale, venerati Confratelli nell’Episcopato,
carissimi fedeli.

1. Siate i benvenuti! Nel rivolgervi il mio cordiale saluto, vado col mio pensiero alla vostra diletta Patria, nella quale da tanti secoli ormai la fede cristiana ha posto radici profonde e ha conosciuto fioriture meravigliose di santità personale, di iniziative sociali, di pensiero e di arte. Avete tradizioni gloriose alle spalle; a voi l’onore e la fierezza di esserne degni!

Siete venuti a Roma in Pellegrinaggio nazionale, per celebrare sulle tombe degli Apostoli il Giubileo della Redenzione. Vi siete incamminati sulle orme di tanti altri vostri connazionali che, nel corso dei secoli, hanno diretto i loro passi verso questo centro della cristianità. I vincoli, che uniscono l’Ungheria con la Sede di Pietro, sono stati sempre molto intensi e vivi. Consapevoli di ciò, i cattolici ungheresi di oggi hanno voluto che vi fosse qui un segno tangibile della loro devozione alla Chiesa che, per volontà di Cristo, “presiede all’universale comunione della carità” (S. Ignazio di Antiochia, Ep. ad Romanos, Inscr.). E tre anni or sono, proprio in questo giorno, l’8 di ottobre, ho inaugurato nelle Grotte vaticane la Cappella ungherese dedicata alla “Magna Domina Hungarorum”. Sono lieto che il nostro incontro si svolga nell’anniversario di quella data significativa, e confido che la venerazione per la Vergine santissima continui ad orientare gli animi delle nuove generazioni verso Colui che Maria generò per la salvezza del mondo.

2. “Non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati” (At 4, 12). Cristo è il Redentore. Non ve n’è altri al di fuori di lui.

Voi capite quindi perché, in questo 1950° anniversario della Redenzione, io abbia rinnovato agli uomini di oggi l’esortazione: “Aprite le porte al Redentore!”. La Chiesa ripropone alle generazioni che si susseguono nel mondo il “lieto annunzio” di quel fatto decisivo che ha cambiato le sorti dell’umanità. La Redenzione sta alla radice della storia della Chiesa; essa costituisce al tempo stesso l’orizzonte di speranza, in cui si muove la storia del mondo intero.

Possano i cuori di tanti nostri contemporanei aprirsi alla “grazia specifica dell’Anno della Redenzione”, come ho scritto nella Bolla di indizione del Giubileo, il cui testo è stato tradotto anche nella vostra lingua e pubblicato in bella veste tipografica. Che si giunga davvero ad “una rinnovata scoperta dell’amore di Dio che si dona” e ad “un approfondimento delle ricchezze imperscrutabili del mistero pasquale di Cristo” (Giovanni Paolo II, Aperite portas Redemptori, 8).

Ciò suppone, come ben potete comprendere, l’impegno di un sincero rinnovamento interiore e di una generosa riconciliazione con Dio e con i fratelli. È soltanto a tale condizione, infatti, che la realtà “oggettiva” della Redenzione può diventare “soggettiva”, producendo i suoi frutti di liberazione e di gioia nella vita del singolo individuo.

Cristo offre a tutti, senza discriminazione, i doni di grazia ottenuti mediante la sua morte e risurrezione. La “Porta Santa” aperta, attraverso la quale può entrare chiunque lo desideri, è simbolo appunto della universale volontà di salvezza con cui Dio si fa incontro all’uomo, lo accoglie e lo introduce a gustare la gioia e la pace della sua Casa.

3. Carissimi fratelli e sorelle dell’Ungheria, questo Anno Santo vi riserva un motivo particolare di esultanza. Voi celebrate, infatti, il IX centenario della canonizzazione dei vostri primi santi: nel 1083 san Ladislao, durante il pontificato di san Gregorio VII, proclamava santi in Székesfehérvar Stefano, Emerico e Gerardo, insigni figure di uomini a cui la vostra Patria deve, con la predicazione del Vangelo, la promozione dell’unità nazionale nella concordia e nella pace.

Né va dimenticata un’altra ricorrenza anniversaria: nel 1683, dopo la liberazione di Vienna, che ho ricordato durante la mia recente visita a quella capitale, anche Esztergom, città in cui ha sede il Primate di Ungheria, fu liberata. In quella circostanza il generale Sobieski - come ha riferito il Cardinale Lékai - si unì al popolo ungherese per cantare il “Te Deum” nella cappella Bokocz della Cattedrale.

Sono memorie storiche, che emergono dal passato con tutto il fascino della grandezza umana e cristiana che le circonda: valgano esse a dettare ai figli della Nazione ungherese di oggi sentimenti e propositi degni di un così ricco patrimonio ideale!

Affido questo auspicio alla potente intercessione della “Magna Domina Hungarorum”, implorando da lei per voi, per i vostri cari e per l’intera Nazione prosperità, concordia operosa e stabile pace. Vi accompagni, quale pegno del mio costante affetto, la propiziatrice benedizione apostolica, che vi imparto di cuore.

 

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 

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