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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DEL QUEBEC 
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Martedì, 18 ottobre 1983

Cari fratelli nell’Episcopato,

1. È una grande gioia per me accogliere insieme i Vescovi del Quebec. Ho già ricevuto tre gruppi di vostri Confratelli del Canada, soprattutto di lingua inglese, ed è evidente che le preoccupazioni pastorali che abbiamo affrontato o gli orientamenti auspicabili che sono stati espressi valgono anche per voi. Non solo voi appartenete al medesimo Paese - che avrò la gioia di visitare l’anno prossimo - ma il vostro Paese è esso stesso inserito nel contesto moderno dell’America del Nord, che tende di fatto a imporre il suo stile di vita. Pur tuttavia, pur dando il loro posto agli Anglofoni, agli Indiani e Inuit, il Quebec conserva la sua originalità ben spiccata, le sue tradizioni di origine francese, in particolare la sua lingua, che gli garantiscono dei particolari legami di parentela con l’Europa, di ordine culturale e affettivo. La massiccia appartenenza alla confessione cattolica, inoltre, segna molto profondamente la vostra società nel Quebec.

2. Così è con reale interesse che si legge il voluminoso rapporto dell’assemblea dei Vescovi del Quebec, che avete redatto in vista di questa visita “ad limina”. Esso non esaurisce le altre attività, in particolare quelle che avete in comune con il resto della Conferenza dei Vescovi cattolici del Canada. Ho notato per esempio due recenti documenti di questa Conferenza, “sulla sofferenza e la guarigione”, e “sul rispetto della vita”. Il vostro rapporto ben analizza il nuovo contesto sociale e religioso del Quebec che dovete affrontare. Vi mostrate lucidi sui mutamenti e i rischi, decisi a studiare i differenti mezzi con cui farvi fronte grazie a iniziative e strutture adeguate, e soprattutto pieni di speranza: “Periodo appassionante”, dite voi. In questo senso, avete proprio ragione. Questo tempo è sempre il tempo di Dio che non può smettere di suscitare ciò di cui ha bisogno la sua Chiesa, quando essa rimane disponibile, aperta e orante. Messi a conoscenza della sostanza di questo rapporto, i vostri fedeli potranno essi stessi misurare tutto il campo di apostolato che è loro aperto, e il quadro offerto alla loro azione o riflessione.

Evidentemente, spetta a voi Pastori di essere sul terreno e di vegliare affinché le realtà catechetiche, liturgiche, pedagogiche, ecumeniche, corrispondano bene alle intenzioni e al quadro tracciato. Proprio voi Vescovi avete, in ultima analisi, in unione con me e con i Dicasteri romani, la piena responsabilità della fedeltà, dell’unità e degli opportuni orientamenti per l’azione della Chiesa.

3. La prima osservazione generale che mi viene in mente leggendo il capitolo III del vostro rapporto è la necessità di mantenere una continuità tra la Chiesa di ieri e quella di domani, di stabilire dei punti di riferimento e di fornire dei punti di appoggio visibili per permettere a tutte e categorie del popolo di Dio di camminare con sicurezza sulle vie della fede.

Mi sembra proprio vero, come voi stessi descrivete, che dei forti cambiamenti sociali, inevitabili, stanno producendo una nuova cultura, multiforme, aperta a correnti di pensiero molto diverse, e che la Chiesa ne viene scossa, destabilizzata, privata di certe istituzioni influenti che erano unicamente di sua competenza. E voi paragonate la sua esperienza a quella del popolo biblico in esilio, talvolta messo alla prova dallo smarrimento, dalla nostalgia, e che vive tuttavia un tempo di maturazione pieno di speranza. Voi sperate, e io spero con voi, che i credenti provati potranno anche giungere ad una fede più personale, più motivata, e a una partecipazione più attiva, più responsabile nella Chiesa.

Il Concilio Vaticano II è venuto per permettervi di far fronte, sul piano della riflessione e dell’azione, a questa situazione; è questo, del resto, il destino di molti altri Paesi che si consideravano di “cristianità”. Tutto questo richiede una pastorale più dinamica, più elastica, vicina alle persone così come sono, caratterizzata dalla comprensione e dal dialogo.

Ma sono sicuro che vedete anche la necessità, durante questo periodo di riadattamento, di non lasciare che si formi un fossato, una rottura, un vuoto, sul piano della fede, della preghiera, dell’influsso cristiano, soprattutto nella formazione delle nuove generazioni. Bisogna, tanto più, vegliare sulla serenità di coloro che sono sperduti, talvolta scioccati, che non comprendono il senso delle nuove iniziative, o che ne vedono soprattutto i limiti. Tutti d’altra parte hanno sempre più bisogno di segni della fede e della Chiesa, d’appoggio, di mezzi, proprio per mantenere la loro identità cristiana in un mondo che cambia, e portare il loro contributo alla nuova società. Il popolo d’Israele in esilio per un periodo era stato strappato dal suo tempio e dalle sue istituzioni, ma appena ritornato, non ha potuto fare a meno di ricostruire un tempio e di darsi mezzi nuovi con cui vivere il mistero dell’alleanza in un contesto diverso.

Insomma, la Chiesa non potrà accontentarsi, né accettare, consolandosi del progresso di un piccolo numero, che una gran parte del suo gregge “si disperda” come dice il Vangelo - penso all’ignoranza religiosa, alla diminuzione della pratica, in particolare tra i giovani, alla vita morale priva di riferimenti cristiani, alla diminuzione delle vocazioni -; la Chiesa deve fare di tutto per esercitare la sua missione, nel rispetto delle coscienze e in profondità, di fronte a tutti i battezzati e all’intera società. Ed essa deve dunque trovarne arditamente i mezzi.

4. Non è del resto proprio questo uno degli assi della vostra linea pastorale, e cioè: mettere in grado i laici cristiani, uomini e donne, di essere ben presenti e attivi nei luoghi ove si elaborano gli orientamenti della società, sul piano educativo, familiare, sociale, politico?

Ma, oltre al fatto che essi debbano essere formati e introdotti in questi campi, affinché trovino un atteggiamento autenticamente umano e cristiano, bisogna far loro riscoprire, vivere intensamente la loro fede, con i mezzi di approfondimento appropriati, provarne la convinzione e la gioia, viverla nella preghiera, testimoniarla direttamente, insomma avvicinarsi al Redentore, che li rinnova spiritualmente e dona loro lo slancio missionario. Voi volete, lo so, promuovere questa educazione della fede degli adulti, e io incoraggio volentieri tutto ciò che farete in questo senso, nei differenti campi, vegliando sempre affinché sia la fede autentica della Chiesa ad essere ricercata o espressa, nell’insegnamento teologico, nella comprensione del nuovo diritto canonico, nelle attività catechetiche, nelle celebrazioni liturgiche, negli interventi dei mass media, in una parola nella vita delle comunità cristiane.

5. Come voi, penso anche all’importanza dell’educazione cristiana delle nuove generazioni. Sarà molto difficile formare dei cristiani adulti, o saranno molto pochi, se non ci sarà stata un’iniziazione profonda alla fede fin dalla prima infanzia - e qui occorre sensibilizzare i genitori - e durante l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza, a misura anche della cultura ricevuta o dei problemi posti dagli studi o dalla vita. Una tale educazione richiede sempre che vengano offerte ai giovani una catechesi e una animazione pastorale di qualità. Nei vostri interventi del 1978 e del 1982 avete chiaramente indicato i valori che devono essere promossi. Questi interventi mostrano molto bene la grande preoccupazione che non avete smesso di manifestare nei confronti del progetto di ristrutturazione delle scuole elementari e secondarie pubbliche. Con voi, la Santa Sede considera cosa equa che, secondo la nobile tradizione del vostro Paese, vi sia posto in questo campo per le scuole confessionali, dunque ufficialmente cattoliche, tutte le volte che questi orientamenti corrispondono alle speranze della maggioranza dei genitori, primi responsabili dell’educazione, e che siano fornite garanzie che permettano di proporre l’insegnamento religioso e l’animazione pastorale in tutte le scuole. È questo un diritto normale per il rispetto delle coscienze dei genitori e dei giovani. Ed è importante ricordare a questi genitori la necessità di esercitare pienamente le proprie responsabilità in questo campo di capitale importanza. Io non dubito che i governanti stessi comprenderanno l’importanza di favorire presso le giovani generazioni la formazione ai valori morali e spirituali che corrispondono alla loro appartenenza religiosa. Ne va del valore della società del domani.

Vi è anche il caso di istituzioni private cattoliche, di cui è importante mantenere il diritto e i mezzi di sussistenza, e il giusto sostegno. Gli orientamenti che esse si danno e l’educazione che forniscono permettano loro di essere, esse stesse, autenticamente cattoliche. E ancora, occorre che gli insegnanti vi siano ben preparati.

6. Siete legittimamente preoccupati della situazione delle famiglie. Vi si comprende quando si viene a conoscenza del numero delle famiglie divise, o di quello delle unioni libere, o ancora di quello delle coabitazioni prematrimoniali.

Non vi devo ripetere le esigenze della Chiesa in questo campo, come in quello, ancora più grave, del rispetto della vita. Ne ho del resto parlato lungamente con i vostri Confratelli dell’Ontario, il 28 aprile scorso. E tuttavia, io sono sicuro che da voi c’è ancora un grande attaccamento alla famiglia, e anche un bisogno, sempre più sentito, di quell’equilibrio che conosce e che diffonde una coppia che vive l’amore umano così come lo vuole il Creatore, come lo richiama la Chiesa. La pastorale familiare deve dunque aver un grande spazio nel vostro Paese, per poter insegnare tutta la dottrina della Chiesa sull’amore e il matrimonio, per spiegarla, per convincere, per testimoniare, per aiutare i giovani, i futuri sposi. E anche, bisogna vegliare affinché l’educazione sessuale offerta dagli educatori cattolici presenti tutte le garanzie volute.

7. Di fronte a tutto il lavoro apostolico che vi sta davanti, di cui non ho fatto che ricordare alcuni punti, voglio confermare la vostra speranza e incoraggiare tutti coloro che sono chiamati a collaborare con voi.

I laici, solidamente formati, assumano tutte le responsabilità che spettano loro secondo l’insegnamento del Concilio, come uomini e come donne, sia nelle comunità cristiane che nella società, per essere lievito nella pasta! Testimonino apertamente il Vangelo che avranno innanzitutto meditato, amato, vissuto personalmente, e spesso condiviso nei loro movimenti cristiani!

Comprendano anche sempre meglio il ruolo specifico del ministero ordinato dei sacerdoti e dei diaconi, che trasmettono la vita di Cristo, Capo della Chiesa, radunano la comunità in suo nome, si consacrano alla guida delle coscienze. Gli stessi sacerdoti siano ben coscienti delle loro gravi responsabilità, e pieni di speranza, perché il Signore lavora con loro a misura della loro fedeltà. Sviluppino ancora di più la pastorale delle vocazioni, di cui ho già parlato a lungo con i vostri Confratelli, in particolare con quelli delle province atlantiche il 23 settembre.

I religiosi e le religiose, che nel Quebec sono sempre stati molto numerosi, apprezzino la gratuità dell’amore che la loro vocazione rappresenta; testimonino lo spirito delle beatitudini in un mondo affascinato dalla ricchezza, dalla comodità, dal piacere; dal materialismo, e collaborino attivamente ai grandi compiti apostolici secondo il loro carisma. La preghiera ha il suo posto particolare in questa opera di Chiesa.

A tutti io auguro che l’Anno Giubilare della Redenzione, e gli orientamenti di questo Sinodo dei Vescovi, apportino un nuovo slancio di conversione, di rinnovamento spirituale, di pace, di riconciliazione, d’amore di Dio e degli altri, affinché la nuova società che si sta formando da voi, lungi dal rinnegare la fede cristiana, che l’ha così a lungo nutrita, se ne ispiri per migliorare il suo sviluppo!

Imploro su tutti, e innanzitutto su di voi, cari fratelli nell’Episcopato, la luce e la forza dello Spirito Santo. Con la mia affettuosa benedizione apostolica.

 

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 

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