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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
ALLA FEDERAZIONE NAZIONALE DEI CAVALIERI DEL LAVORO

Sabato, 22 ottobre 1983

 

Carissimi!

1. Desidero esprimervi anzitutto il mio sincero compiacimento per questa odierna visita, che voi, soci della “Federazione nazionale dei Cavalieri del lavoro”, avete voluto farmi. Ringrazio il Presidente, senatore Alfredo Diana, per le amabili parole, con cui ha voluto interpretare i vostri sentimenti; saluto i membri del Consiglio, i nuovi “Cavalieri del lavoro”, i giovani “Alfieri del lavoro”, i Borsisti della residenza universitaria “Lamaro-Pozzani” e tutti i vostri familiari e amici qui presenti.

Questo incontro mi dà la possibilità di riflettere brevemente con voi sulle finalità della vostra Federazione, che ha come scopo primario quello di tenere alto il culto del lavoro, affermandone i valori spirituali.

La Nazione ha voluto darvi un pubblico riconoscimento per il contributo che, in tanti anni di instancabile operosità, avete dato per il suo retto sviluppo economico e sociale. Voi potete essere legittimamente fieri per questo gesto, il quale vuole essere da parte della competente autorità, anche un segno, un esempio e uno sprone per tutta la compagine civile, perché tutti adempiano con serenità e impegno al loro dovere di onesti cittadini per l’edificazione della città terrena. Desidero pertanto anch’io rivolgere ai nuovi Cavalieri del lavoro i miei fervidi auguri e le mie sincere congratulazioni.

2. L’essere stati qualificati “Cavalieri del lavoro” significa che il mondo contemporaneo considera il lavoro come una vera, autentica “nobiltà” per l’uomo, in quanto esso corrisponde alla dignità della persona umana. Il lavoro è un bene dell’uomo. Ed è - come ho scritto nella mia esortazione apostolica sul lavoro umano - non solo un bene “utile” o “da fruire”, ma un bene degno, cioè corrispondente alla dignità dell’uomo, un bene che esprime questa dignità e l’accresce . . . Il lavoro è un bene dell’uomo - è un bene della sua umanità - perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo e anzi, in un certo senso, «diventa più uomo»” (Laborem Exercens, 9).

Auspico che tutti i cittadini acquistino sempre più chiara coscienza del dovere che essi hanno di offrire, giorno dopo giorno, questo personale contributo del loro lavoro perché, nella mutua fiducia e nel sincero dialogo, si superino i conflitti e si affermino sempre più gli ideali di solidarietà, di giustizia, di pace, di concordia e di unione degli sforzi di tutti per il bene comune.

Alla vostra Federazione il mio predecessore Giovanni XXIII di venerata memoria diede nel 1962 come patrono san Benedetto Abate, volendo con tale gesto non soltanto offrirvi un Protettore in cielo, ma presentarvi altresì un luminoso e insigne esempio di profonda fede cristiana e di instancabile operosità a favore dei fratelli e per il progresso delle varie comunità. Al vostro Santo, la cui indiscussa e storica incidenza è stata felicemente sintetizzata nel motto “Ora et labora” (“Prega e lavora“), dovete continuamente specchiarvi per l’espletamento dei vostri impegni quotidiani - familiari e professionali -, perché possiate vivere una vita degna alla luce e nella forza del messaggio cristiano.

Con questi voti invoco su di voi e su tutti i membri della vostra benemerita Federazione e sulle persone care l’abbondanza dei favori divini e vi imparto di cuore la propiziatrice benedizione apostolica.

 

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 

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