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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AD UN GRUPPO DI VESCOVI DEGLI STATI UNITI D'AMERICA
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Lunedì, 5 settembre 1983

 

Venerabili e cari fratelli in nostro Signore Gesù Cristo.

L’esperienza dell’intera vita post-conciliare della Chiesa conferma esattamente quanto il rinnovamento voluto dal Concilio Vaticano II dipenda dal ministero dei Vescovi: lungo il cammino questo ministero viene concepito, lungo il cammino viene esercitato. Come Vescovi riuniti collegialmente nello Spirito Santo, riflettiamo insieme su alcuni aspetti di questo nostro ministero.

1. È chiaro che l’economia di salvezza dell’Incarnazione è continuata per mezzo nostro come pastori in servizio scelti per guidare il popolo di Dio alla pienezza di vita che esiste in Gesù Cristo, Verbo Incarnato di Dio. Comprendere la Chiesa del Verbo Incarnato, nella quale ogni grazia viene dispensata tramite la sacra umanità del Figlio di Dio, è comprendere quanto importante sia per ogni Vescovo nella sua stessa umanità di essere segno vivo di Gesù Cristo (cf. Lumen Gentium, 21). Noi che siamo investiti della missione del Buon Pastore dobbiamo renderlo visibile al nostro popolo. Dobbiamo rispondere in modo specifico al grido che sale da ogni parte del mondo: “Vogliamo vedere Gesù” (cf. Gv 12, 21). E il mondo vuole vederlo in noi.

La nostra efficacia nel mostrare Gesù al mondo - l’efficacia finale di tutta la nostra guida pastorale - dipende in gran parte dall’autenticità della nostra sequela. La nostra stessa unità con Gesù Cristo determina la credibilità della nostra testimonianza. Proprio per questa ragione siamo chiamati ad esercitare profeticamente il ruolo di santità: anticipare nella nostra propria vita quello stato di santità al quale sproniamo il nostro popolo.

Per essere un segno vivo di Gesù Cristo in santità di vita, noi Vescovi sperimentiamo la necessità di conversione personale - conversione profonda, conversione sostenuta, conversione rinnovata. E io, Giovanni Paolo II, vostro compagno apostolo e vostro fratello Vescovo nella Sede di Roma, per essere fedele alla pienezza del mio mandato, di confermare i miei fratelli (cf. Lc 22, 32), mentre sono consapevole delle mie debolezze e dei miei peccati, sento la necessità di parlare a voi di conversione, la conversione alla quale Gesù invita voi e me. E voi, da parte vostra, nel nome di Gesù mentre desiderate sempre maggiore conversione personale, dovete richiamare il vostro popolo alla conversione, in modo particolare durante questo Anno Santo della Redenzione. Ho sottolineato questo stesso punto rivolgendomi ai Vescovi di New York l’aprile scorso e ho indicato la sua speciale importanza per i religiosi nella lettera che ho scritto a tutti i Vescovi degli Stati Uniti a Pasqua. Nessuno di noi è esente da questa chiamata, questo invito, questo appello alla conversione che viene dal Signore Gesù. Solo tramite la conversione e la santità di vita possiamo riuscire ad essere segni vivi di Gesù Cristo. L’intera nostra umanità comunicherà Cristo solo se noi viviamo in unione con lui, solo se, con la conversione, ci “rivestiamo del Signore Gesù Cristo” (Rm 13, 14).

2. In particolare, il Vescovo è un segno dell’amore di Gesù Cristo: esprime ad ogni individuo e a gruppi di qualunque ideologia, con una carità universale, l’amore del Buon Pastore. Il suo amore abbraccia i peccatori con una bontà e naturalezza che rispecchia l’amore redentore del Salvatore. Ai bisognosi, agli angosciati, agli addolorati, egli offre amorevole comprensione e consolazione. Il Vescovo è in modo particolare il segno dell’amore di Cristo per i suoi sacerdoti. Egli manifesta loro l’amore, l’amicizia, esattamente come a lui sarebbe piaciuto sperimentarla dal suo Vescovo, un’amicizia che sa comunicare la stima, e per mezzo di cordiali rapporti umani può aiutare il suo fratello sacerdote anche ad uscire dai momenti di scoraggiamento, di tristezza o di abbattimento.

3. Come segno dell’amore di Cristo il Vescovo è anche segno della compassione di Cristo, dal momento che rappresenta Gesù, il Sommo Sacerdote che è capace di compatire la debolezza umana, essendo stato lui stesso tentato in ogni modo in cui lo siamo noi, senza aver mai peccato (cf. Eb 4, 15). La consapevolezza del peccato personale da parte del Vescovo, unita al pentimento e al perdono ricevuto dal Signore, rende la sua espressione umana della compassione più autentica e credibile. Ma la compassione che lui indica e vive nel nome di Gesù non può servirgli da pretesto per equiparare la comprensione misericordiosa di Dio riguardo al peccato e l’amore per i peccatori al rinnegamento della piena verità redentrice che Gesù proclamò. Perciò, non può esistere dicotomia tra il Vescovo come segno della compassione di Cristo, e come segno della verità di Cristo.

Precisamente perché il Vescovo è compassionevole e comprende la debolezza dell’umanità e per il fatto che le sue necessità e aspirazioni possono essere soddisfatte solo dalla piena verità della creazione e redenzione, proclamerà senza timore o ambiguità le molte contrastate verità del nostro secolo. Le proclamerà con amore pastorale, in termini che non offenderanno né alieneranno mai inutilmente i suoi ascoltatori, le proclamerà invece chiaramente, perché conosce la qualità redentrice della verità.

Perciò il Vescovo compassionevole proclama l’indissolubilità del matrimonio, come fecero i Vescovi degli Stati Uniti quando nella loro splendida lettera pastorale “Vivere in Cristo Gesù”, scrissero: “Il patto tra l’uomo e la donna nel matrimonio cristiano è indissolubile e irrevocabile come l’amore di Dio per il suo popolo e l’amore di Cristo per la sua Chiesa”.

Il Vescovo compassionevole proclamerà l’incompatibilità dei rapporti sessuali preconiugali e l’attività omossessuale con il piano di Dio per l’amore umano; contemporaneamente, cercherà con tutte le sue forze di assistere quanti devono affrontare scelte morali difficili. Con la stessa compassione proclamerà la dottrina dell’Humanae Vitae e della Familiaris Consortio nella loro piena bellezza, senza passare sotto silenzio la verità impopolare che il controllo artificiale delle nascite è contro la legge di Dio.

Dirà a voce alta i diritti di quanti non hanno potuto nascere, dei deboli, degli handicappati, dei poveri e degli anziani, senza badare a come l’opinione popolare corrente considera tali argomenti. Con umiltà personale e zelo pastorale il Vescovo si sforzerà di discernere, non da solo, ma in unione con l’Episcopato universale, i segni dei tempi e la loro vera applicazione nel mondo moderno. Unito ai suoi fratelli Vescovi lavorerà per assicurare la partecipazione di ogni categoria di uomini nella vita e missione della Chiesa, seguendo la verità della loro chiamata.

Questo zelo sarà manifestato nel sostenere la dignità delle donne, e ogni loro legittima libertà che è conforme alla loro natura umana e al loro stato. Al Vescovo è richiesto di combattere ogni discriminazione delle donne a causa del sesso. A questo riguardo egli deve inoltre cercare di spiegare, con tutta la forza possibile, che l’insegnamento della Chiesa nell’escludere le donne dall’ordinazione sacerdotale è estraneo all’argomento della discriminazione, ma che è piuttosto legato al piano stesso di Cristo per il suo sacerdozio. Il Vescovo deve dar prova della sua abilità pastorale e della sua guida sottraendo ogni sostegno a individui o gruppi che nel nome del progresso, della giustizia o compassione, o per qualunque altra simile ragione, promuovono l’ordinazione delle donne al sacerdozio.

Facendo questo, tali individui o gruppi stanno in effetti danneggiando la dignità delle donne che essi affermano di promuovere e di far progredire. Tutti gli sforzi fatti contro la verità sono destinati a produrre un solo insuccesso, ma anche acuta frustrazione personale. Qualunque cosa possa fare il Vescovo per impedire questo insuccesso e questa frustrazione spiegando la verità, non è solo un atto di carità pastorale, ma anche di guida profetica.

4. In una parola, il Vescovo come segno di compassione è nello stesso tempo segno di fedeltà alla dottrina della Chiesa. Il Vescovo si erige con i suoi fratelli Vescovi e il Romano Pontefice come maestro della fede cattolica, la cui purezza e integrità è garantita dalla presenza dello Spirito Santo nella Chiesa.

Come Gesù, il Vescovo proclama il Vangelo di salvezza non come un consenso umano, ma come una rivelazione divina. L’intera struttura del suo insegnamento è centrata su Cristo che dice: “Come mi ha insegnato il Padre così, io parlo” (Gv 8, 28). Perciò il Vescovo diventa segno di fedeltà a causa della sua partecipazione al carisma particolare pastorale e apostolico con il quale lo Spirito di Verità dota il Collegio dei Vescovi. Quando questo carisma è esercitato dai Vescovi all’interno dell’unità di tale Collegio, la promessa di Cristo agli Apostoli viene attuata: “Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato” (Lc 10, 16). La promessa di Cristo, garantendo l’autorità degli insegnamenti dei Vescovi e imponendo ai fedeli l’obbligo di obbedire, rende molto chiaro il motivo per cui il singolo Vescovo deve essere un segno di fedeltà alla dottrina della Chiesa.

E in questo importante dovere di proclamare il Vangelo in tutta la sua purezza e potenza, con tutte le sue esigenze, il Vescovo accetta volentieri la sfida apostolica che Paolo pone a Timoteo: “Annuncia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina” (2 Tm 4, 2).

5. E poiché l’insegnamento dei Vescovi, garantito da un carisma, deve essere null’altro che la parola di Dio nella sua applicazione alla vita umana, il Vescovo diviene per il suo popolo un segno della certezza della fede. Chiamato a proclamare la salvezza in Gesù Cristo e a guidare il gregge efficacemente a questo fine, il Vescovo infonde certezza nel popolo di Dio che sa che egli li ascolterà, accetterà le loro numerose intuizioni nella verità della fede e non imporrà inutili fardelli nella loro vita. E ancora essi sanno che l’insegnamento della Chiesa che egli annuncia è ben più che una sapienza umana. La Chiesa, tramite i suoi Vescovi rifiuta ogni trionfalismo; essa pubblicamente nega di avere soluzioni già preordinate per ogni particolare problema, ma dichiara decisamente di possedere la luce della verità rivelata che trascende ogni umano accordo e lavora con tutte le sue forze, così che questa luce della fede possa illuminare le esperienze dell’umanità (cf. Gaudium et Spes, 33).

6. Nel comunicare al popolo di Dio la certezza della fede e la serenità che ne promana, il Vescovo ha il ruolo speciale di operare come un maestro di preghiera. Quanto strettamente il ruolo del Vescovo è collegato qui a quello di Gesù, il Maestro, che con tanta sollecitudine rispose alle richieste dei discepoli di imparare a pregare. Sicuramente ci sono milioni di voci che sorgono da ogni parte delle vostre diocesi unite, dirette a voi e supplicanti: “Insegnaci a pregare” (Lc 11, 1). Nel dare la stessa risposta che Gesù aveva dato, voi aprite al vostro popolo gli immensi tesori del nostro Padre, introducendoli al dialogo della salvezza, istruendoli sul ministero della loro divina adozione e offrendo testimonianza alla viva umanità del Figlio di Dio che conosce più di chiunque altro i bisogni e le aspirazioni dei suoi fratelli e delle sue sorelle.

E attraverso la sua stessa personale preghiera il Vescovo comunicherà, in modo convincente, il valore della preghiera, ed egli stesso diverrà più sempre segno vivente del Cristo che prega, che sottomette tutte le sue iniziative pastorali al Padre suo, compresa la vera scelta dei suoi Apostoli (Lc 6, 12-13).

7. La scelta dei Vescovi, successori degli Apostoli, è così importante oggi per la Chiesa, come fu la scelta dei Dodici per Gesù. La raccomandazione e la scelta di ogni nuovo Vescovo merita la più grande riflessione nella preghiera da parte di tutti coloro che sono interessati al processo di scelta dei candidati. A questo riguardo, i Vescovi stessi hanno un ruolo speciale nel proporre coloro che essi giudicano i più idonei, con l’aiuto di Dio, ad essere segni viventi di Gesù Cristo, sacerdoti che hanno già provato se stessi come maestri della fede così come è proclamata dal Magistero della Chiesa e che, secondo le parole della lettera pastorale di Paolo a Tito “sono attaccati alla dottrina sicura” (Tt 1, 9).

Così come molti Vescovi in questo periodo post-conciliare depongono il loro incarico pastorale e rendono conto del loro gregge, è una grande consolazione di coscienza per loro sapere che essi hanno proposto al Sommo Pontefice, come candidati per l’ufficio episcopale, solo quei sacerdoti che saranno veri pastori in ciascun aspetto della missione pastorale di Cristo di insegnare, governare e santificare il popolo di Dio.

8. È importante per il candidato all’Episcopato, come per il Vescovo stesso, essere segno di unità per la Chiesa universale. L’unità del Collegio episcopale tramite la “collegialitas affectiva” e la “collegialitas effectiva” è uno strumento atto a servire l’unità della Chiesa di Cristo. L’unità della Chiesa locale non è mai più forte e sicura, il ministero del Vescovo locale non è mai più effettivo di quando la Chiesa locale sotto la guida pastorale del Vescovo locale proclama in parole e opere la fede universale, quando è aperta nella carità a tutte le necessità della Chiesa universale e quando abbraccia fedelmente la disciplina universale della Chiesa.

Il Vescovo è allora chiamato ad essere segno della solidarietà cattolica nella Chiesa locale, che è il riflesso in miniatura della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, che realmente e veramente sussiste nella Chiesa locale.

9. Infine, è evidente in tutto questo che il Vescovo, segno vivente di Gesù Cristo, deve rivendicare a se stesso il titolo e accettare le conseguenze del fatto che è, con Gesù Cristo, un segno di contraddizione. Malgrado ogni rispettoso sforzo di perseguire il dialogo di salvezza, il Vescovo deve annunciare ai giovani e agli anziani, ai ricchi e ai poveri, ai potenti e ai deboli la pienezza della verità che qualche volta irrita e offende anche se libera sempre. La giustizia e la santità che proclama nascono da questa verità (cf. Ef 4, 24). Il Vescovo è consapevole che deve predicare “Gesù Cristo e questi crocifisso” (1 Cor 2, 2), lo stesso Cristo che disse: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24).

Precisamente perché non può rinunciare all’annuncio della Croce, al Vescovo sarà chiesto, più e più volte, di accettare la critica, di sacrificare la popolarità e di ammettere l’insuccesso nell’ottenere un consenso di dottrina accettabile a tutti sulla dottrina. Come segno vivo di Cristo, deve essere con Cristo un segno di fedeltà e perciò un segno di contraddizione.

10. Carissimi e venerabili fratelli, queste riflessioni, anche se incomplete, ci parlano della realtà dell’Episcopato di nostro Signore Gesù Cristo che noi condividiamo. Io le offro a voi come espressione del nostro comune impegno e forse un poco delle nostre comuni mancanze. Come vostro fratello nella Sede di Pietro, umile e contrito, io le offro come uno stimolo di grazia in un momento di grazia, un momento di collegialità e un momento di amore fraterno. Io le offro alla vostra responsabilità apostolica e pastorale verso Gesù Cristo “il Pastore Supremo” (1 Pt 5, 4), e verso di me, suo Vicario e servitore. lo le offro come manifestazione di profonda gratitudine per ciò che siete e intendete sempre più diventare, con la grazia di Dio: in Cristo, un segno di speranza per il popolo di Dio, forti e resistenti come il segno della Croce, diventando segno vivente del Cristo risorto. E il Cristo risorto è la Parola incarnata che comunica attraverso la sua umanità e la nostra il mistero della salvezza nel suo nome.

Nel lasciarvi oggi, i miei pensieri ritornano ancora una volta a uno che è molto amico di molti di noi, vostro fratello Vescovo e mio, il Cardinale Cooke. Nella sua ora di sofferenza gli ho parlato e gli ho scritto per ringraziarlo di quello che egli è stato nella Chiesa di Dio: un segno vivente di Gesù Cristo, un Pastore fedele, un servo del suo popolo, vivendo e desiderando morire per la Chiesa. Un amico speciale, sì; un illustre membro della gerarchia degli Stati Uniti, sì; un fedele collaboratore della Santa Sede, sì. E ancora, semplicemente, uno dei molti santi Vescovi americani che vivono e muoiono perché Gesù Cristo, il Buon Pastore, possa continuare a guidare il suo popolo alla novità di vita e al compimento della salvezza.

Cari fratelli, non vi è più profondo significato nella nostra vita di Vescovi che essere segni viventi di Cristo Gesù! Maria, Madre di Gesù, ci aiuti a realizzare pienamente questa vocazione.

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 

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