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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI SACERDOTI PARTECIPANTI AD UN SEMINARIO DI STUDIO
SU «LA PROCREAZIONE RESPONSABILE»

Sabato, 17 settembre 1983

 

Carissimi.

1. Con animo lieto vi accolgo al termine del vostro importante Convegno. Nel rivolgervi il mio cordiale saluto, desidero esprimere agli organizzatori del “Seminario di studio” vivo compiacimento per l’opportuna iniziativa, che vi ha raccolto a riflettere su uno dei punti essenziali della dottrina cristiana a riguardo del matrimonio. Durante questi giorni, infatti, avete cercato di riscoprire le ragioni di ciò che Paolo VI ha insegnato nella Lettera enciclica Humanae Vitae, e che io stesso ho ripreso nell’esortazione apostolica Familiaris Consortio.

L’approfondimento delle ragioni di questo insegnamento è uno dei doveri più urgenti per chiunque sia impegnato nell’insegnamento dell’etica o nella pastorale familiare. Non è, infatti, sufficiente che esso sia fedelmente e integralmente proposto, ma è necessario che ci si impegni altresì a mostrare quali sono le sue ragioni più profonde.

Esse sono, innanzitutto, di ordine ideologico. All’origine di ogni persona umana v’è un atto creativo di Dio: nessun uomo viene all’esistenza per caso; egli è sempre il termine dell’amore creativo di Dio. Da questa fondamentale verità di fede e di ragione deriva che la capacità procreativa, inscritta nella sessualità umana, è - nella sua verità più profonda - una cooperazione con la potenza creativa di Dio. E deriva anche che di questa stessa capacità l’uomo e la donna non sono arbitri, non sono padroni, chiamati come sono, in essa e attraverso di essa, ad essere partecipi della decisione creatrice di Dio. Quando, pertanto, mediante la contraccezione, gli sposi tolgono all’esercizio della loro sessualità coniugale la sua potenziale capacità procreativa, essi si attribuiscono un potere che appartiene solo a Dio: il potere di decidere in ultima istanza la venuta all’esistenza di una persona umana. Si attribuiscono la qualifica di essere non i co-operatori del potere creativo di Dio, ma i depositari ultimi della sorgente della vita umana. In questa prospettiva, la contraccezione è da giudicare, oggettivamente, così profondamente illecita da non potere mai, per nessuna ragione, essere giustificata. Pensare o dire il contrario, equivale a ritenere che nella vita umana si possano dare situazioni nelle quali sia lecito non riconoscere Dio come Dio.

2. Esistono, poi, ragioni di ordine antropologico. L’insegnamento della Humanae Vitae e della Familiaris Consortio si giustifica nel contesto della verità della persona umana: è questa verità che sta alla base di esso.

La connessione inscindibile, di cui parla l’enciclica, fra il significato unitivo e il significato procreativo, inscritti nell’atto coniugale, ci fa capire che il corpo è parte costitutiva dell’uomo, che esso appartiene all’essere della persona e non al suo avere. Nell’atto che esprime il loro amore coniugale, gli sposi sono chiamati a fare di se stessi dono l’uno all’altro: nulla di ciò che costituisce il loro essere persona può essere escluso da questa donazione.

Ascoltiamo al riguardo un testo, di rara profondità, del Vaticano II: “Ille autem amor, utpote eminenter humanus, cum a persona in personam voluntatis affectu dirigatur, totius personae bonum complectitur . . . Talis amor, humana simul et divina consocians, coniuges ad liberum et mutuum sui ipsius donum . . . conducit” (Gaudium et Spes, 49). “A persona in personam”: queste parole così semplici esprimono l’intera verità dell’amore coniugale, l’amore inter-personale. Un amore tutto incentrato sulla persona, sul bene della persona (“totius personae bonum complectitur”): sul bene che è l’essere personale. È questo bene che i coniugi si donano reciprocamente (“liberum et mutuum sui ipsius donum”). L’atto contraccettivo introduce una sostanziale limitazione all’interno di questa reciproca donazione ed esprime un obiettivo rifiuto a donare all’altro, rispettivamente, tutto il bene della femminilità o della mascolinità. In una parola: la contraccezione contraddice la verità dell’amore coniugale.

3. Non si possono ignorare le difficoltà che gli sposi incontrano per essere fedeli alla legge di Dio e queste difficoltà sono state oggetto della vostra riflessione. È necessario che si faccia quanto è possibile perché i coniugi siano aiutati in modo adeguato.

È necessario, innanzitutto, evitare di “graduare” la legge di Dio a misura delle varie situazioni in cui gli sposi si trovano. La norma morale ci rivela il progetto di Dio sul matrimonio, il bene intero dell’amore coniugale: voler ridurre tale progetto è una mancanza di rispetto verso la dignità dell’uomo. La legge di Dio esprime le esigenze della verità della persona umana; quell’ordine della Sapienza divina “quem si tenuerimus in hac vita”, come dice sant’Agostino, “perducet ad Deum, et quem nisi tenuerimus in vita, non perveniemus ad Deum” (S. Agostino, De Ordine 1, 9, 27: CSEL 63, 139).

Ci si può, in effetti, chiedere se la confusione fra la “gradualità della legge” e la “legge della gradualità” non abbia la sua spiegazione anche in una scarsa stima per la legge di Dio. Si ritiene che essa non sia adatta per ogni uomo, per ogni situazione, e si vuole perciò sostituirvi un ordine diverso da quello divino.

4. C’è una verità centrale nell’etica cristiana, che a questo punto deve essere richiamata. Leggevamo alcuni giorni fa nella Liturgia delle Ore della festa della Natività di Maria: “La legge fu vivificata dalla grazia e fu posta al suo servizio in una composizione armonica e feconda. Ognuna delle due conservò le sue caratteristiche senza alterazioni e confusioni. Tuttavia la legge, che prima costituiva un onere gravoso e una tirannia diventò, per opera di Dio, peso leggero e fonte di libertà” (S. Andrea di Creta, Sermo I: PG 97, 806).

Lo Spirito, donato ai credenti, scrive nel nostro cuore la legge di Dio così che questa non è solo intimata dall’esterno, ma è anche e soprattutto donata all’interno. Ritenere che esistano situazioni nelle quali non sia di fatto possibile agli sposi essere fedeli a tutte le esigenze della verità dell’amore coniugale equivale a dimenticare questo avvenimento di grazia che caratterizza la nuova alleanza: la grazia dello Spirito Santo rende possibile ciò che all’uomo, lasciato alle sole sue forze, non è possibile. È necessario, pertanto, sostenere gli sposi nella loro vita spirituale, invitarli a un frequente ricorso ai Sacramenti della Confessione e dell’Eucaristia per un ritorno continuo, una conversione permanente alla verità del loro amore coniugale.

Ogni battezzato, quindi anche gli sposi, è chiamato alla santità, come ha insegnato il Vaticano II (cf. Lumen Gentium, 39): “In variis vitae generibus et officiis una sanctitas excolitur ab omnibus, qui a Spiritu Sancto aguntur, atque voci Patris oboedientes Deumque Patrem in spiritu et veritate adorantes, Christum pauperem, humilem, et crucem baiulantem sequuntur, ut gloriae eius mereantur esse consortes” (Ivi, 41). Tutti, coniugi compresi, siamo chiamati alla santità, ed è vocazione, questa, che può esigere anche l’eroismo. Non lo si deve dimenticare.

Carissimi, la riflessione che avete compiuto in questi giorni deve essere proseguita e continuamente approfondita, per avere una visione sempre più adeguata di quella verità dell’amore coniugale che costituisce il patrimonio più prezioso del matrimonio. Fatevi carico generosamente di questo impegno. Vi accompagni nel vostro lavoro l’apostolica benedizione, che vi imparto di cuore.

 

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 

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