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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AL PRIMO AMBASCIATORE DEGLI STATI UNITI
D'AMERICA,
S.E. WILLIAM WILSON*
Lunedì, 9 aprile 1984
Signor Ambasciatore,
con vivo compiacimento, dopo la recente instaurazione delle relazioni
diplomatiche, Le porgo il benvenuto come Primo Ambasciatore Straordinario e
Plenipotenziario degli Stati Uniti d'America presso la Santa Sede. Questo è
davvero, come Ella ha affermato, un momento storico: i rapporti amichevoli che
da lungo tempo intercorrono tra gli Stati Uniti e la Santa Sede assumono oggi
una forma nuova e speciale e relazioni diplomatiche vengono ora a formalizzare,
nelle forme consuete che regolano i rapporti ufficiali nella comunità
internazionale, una relazione di stretta collaborazione che ha già dato i suoi
frutti da non pochi anni.
Per la Santa Sede, questa collaborazione significa impegnarsi. con tutte le
forze e rendere un servizio. Significa partecipare ad un dialogo esteso sugli
importanti problemi che sono alla base della civiltà stessa. Significa sforzarsi
insieme per la difesa della dignità umana e dei diritti della persona: di ogni
persona umana, di ogni uomo, donna e bambino della terra. In questa
collaborazione, la Santa Sede prevede un utile e rispettoso scambio di idee
sulla pace e sullo sviluppo del mondo e sulle condizioni essenziali per
raggiungerli, cominciando dal bisogno di proteggere la libertà, di promuovere la
giustizia e di difendere la verità contro ogni tentativo di manipolazione. E
poiché la libertà, la giustizia e la verità sono legate a concrete situazioni di
vita, le nostre comuni preoccupazioni devono necessariamente abbracciare la
globalità dei problemi del mondo: la fame, la corsa agli armamenti, la
sofferenza umana, l'oppressione dei deboli, la situazione dei poveri, la
condizione dei rifugiati, la violazione delle coscienze e dello sviluppo
integrale degli individui, delle comunità e delle nazioni. Tutti questi aspetti
sono di interesse vitale per il Governo degli Stati Uniti, come pure per i
cattolici degli Stati Uniti e del mondo, perché toccano profondamente la vita di
ognuno: del popolo americano e di tutti gli altri popoli del mondo, e perché gli
Stati Uniti d'America occupano una speciale posizione sulla scena
internazionale.
Ella ha sottolineato, Signor Ambasciatore, e giustamente, che in molti punti i
princìpii sui quali la vostra Repubblica è stata fondata sono in stretto
parallelismo con i princìpii della Santa Sede. Sì, sono in causa i valori umani
e religiosi e i princìpii morali. Non c'è dubbio che il riconoscimento di Dio e
la difesa della dignità umana, e quindi della vita umana, sono uno degli aspetti
più preziosi della vostra eredità nazionale. La vostra Dichiarazione
d'Indipendenza parla a tutto il mondo delle «Leggi di Natura e del Dio della
Natura», e con grande saggezza riconosce all'uomo diritti inalienabili. La
vostra Costituzione, da parte sua, vede la necessità di «instaurare la giustizia
... e assicurare i benefici della libertà». In occasione del vostro
Bicentenario, il mio Predecessore Paolo VI espresse la sua profonda ammirazione
per le sane basi della vita americana, e manifestò la speranza di «una rinnovata
dedizione a quei princìipii morali che furono formulati dai vostri Padri
Fondatori e inscritti per sempre nella vostra storia» (PAOLO VI, Allocuzione ad
un gruppo di Deputati statunitensi, 26 apr. 1976: Insegnamenti di Paolo VI, XIV
(1976) 288 s).
Fa parte senza dubbio della grandezza dell'ideale americano l'apertura agli
altri popoli: non nel senso di « intromissione straniera », ma nel senso di
interesse fraterno «per il benessere – come Ella ha detto – dei nostri simili in
tutto il mondo». In questa occasione non posso fare a meno di esprimere la mia
convinzione che la condizione del mondo di oggi dipende in gran parte dal modo
in cui gli Stati Uniti esercitano la loro globale missione di servizio
all'umanità. Gli Stati Uniti sono eminentemente idonei a questo compito globale
di apertura agli altri, a motivo della loro stessa composizione interna come
nazione: E pluribus unum! Non è forse l'America composta di innumerevoli radici
etniche e di ogni razza della terra? Non contiene essa nel suo interno, in
ciascuno dei suoi cittadini, una sensibilità per gli altri popoli: per le loro
culture, i loro bisogni, le loro aspirazioni alla dignità umana e alla pace?
La mia preghiera, Signor Ambasciatore, è che l'America non venga meno a se
stessa e rinnovi la propria identità nella fedeltà ai princìpii morali e
religiosi e nel servizio a un mondo bisognoso di pace e di diritti umani, un
mondo affamato di pane e assetato di giustizia e di amore fraterno. Con questi
sentimenti, Signor Ambasciatore, chiedo a Dio di assisterla nella sua missione e
invoco le Sue benedizioni sul Presidente e su tutto il popolo degli Stati Uniti
d'America.
*Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. VII, 1 p. 968-969.
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Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana
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