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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PELLEGRINI POLACCHI

Aula della Benedizione - Sabato, 21 aprile 1984

 

Dio ricompensi il vescovo per il suo discorso pasquale. Ho pensato: se un vescovo polacco ha dovuto prima scrivere ciò che doveva dire, tanto più sono tenuto a farlo io (è già il sesto anno che mi trovo fuori dalla Polonia). Quindi ho scritto, sebbene non in modo particolareggiato. Vediamo cosa ne verrà fuori.

Miei amati compatrioti. Vi saluto nel modo più caloroso come pellegrini dell’Anno della Redenzione venuti presso le tombe degli apostoli. Ringrazio Dio per la vostra presenza qui, così come per quella di altri gruppi che sono venuti numerosi dalla Polonia a Roma in occasione dell’Anno Santo. Sono molto riconoscente per questo.

Oggi saluto in particolare il pellegrinaggio da Czestochowa, il pellegrinaggio da Sieldce, accompagnato dal vescovo, quello da Tarnów, la parrocchia dell’Immacolata Concezione di Poznan, Lublino e Varsavia, la parrocchia dell’Angelica Madre di Dio, la parrocchia di Sant’Alessandro e il gruppo di allieve delle suore Nazarene, i pellegrini di Danzica, il pellegrinaggio della pastorale accademica della parrocchia del Santissimo Nome di Maria di Cracovia, il pellegrinaggio di Kostrzyn Wielkopolski e i singoli pellegrini, e infine il coro “Organum” di Cracovia, che aspettavo da tempo.

Vi saluto tutti di cuore. Saluto tutti i presenti: i cappellani, le suore, i frati. Tutti i pellegrini. Ci incontriamo nel giorno del Sabato santo, alla vigilia della Pasqua, nel giorno in cui in Polonia si benedice il cibo: anche il mio è stato benedetto! Ieri la Chiesa ha rivissuto la crocifissione e la morte di Cristo. “Patì sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto. Discese agli inferi”: proprio oggi, attendendo la risurrezione di Cristo, in cui si compie la sua Pasqua, il suo passaggio, nutriamo una particolare venerazione per questo “discese agli inferi”, che la potenza della redenzione ha portato a tutti i discendenti di Adamo, che attendono la liberazione che conduca alla pienezza di vita. La croce e la risurrezione di Cristo ha trovato espressione in tutta la tradizione cristiana del nostro popolo. Non si può non ricordare in questi giorni tutta la ricchezza di questa tradizione. Essa abbraccia varie generazioni e ambienti diversi, e raggiunge i singoli individui. Sarebbe anche difficile menzionare tutte le manifestazioni di questa ricchezza della tradizione polacca, della Quaresima e della Pasqua. Oggi il pensiero torna specialmente ai “sepolcri”, quei magnifici sepolcri che ci avvicinano al mistero della morte e ci permettono di attendere la risurrezione di Cristo secondo la tradizione polacca.

Cristo crocifisso e risorto parla all’uomo. All’uomo imprigionato in tutto il dramma della sua esistenza personale, nell’esperienza della sofferenza e della morte. Cristo crocifisso e risorto costituisce per l’uomo una risposta, la risposta di Dio stesso. In terra polacca questa risposta è stata cercata non solo dalle singole persone ma dall’intero popolo, particolarmente nei periodi difficili, nelle esperienze storiche difficoltose. Ciò non costituisce solo un’abitudine del popolo, ma la cultura, le opere e il pensiero più profondo della nostra patria sono legati al mistero della croce e della risurrezione. Nel XIX secolo questo mistero, che è il fatto centrale della nostra fede, ha sostenuto la lotta per la vita del popolo, per la sua esistenza, la sua sopravvivenza e la sua indipendenza. Nel nostro tempo mi rendo conto con rinnovata forza che l’indipendenza della vita del popolo deve esprimersi nella tutela e nel rispetto della sua soggettività. Il popolo vuole essere un soggetto che vive la sua propria vita, un soggetto che decide di sé nei vari campi della vita: in quello sociale, culturale, economico, politico. Il rispetto del potere dipende da se e in che misura esso serve questo diritto fondamentale della soggettività del popolo, cioè dal bene comune. Il potere non è solo al di sopra della società, ma, innanzitutto, deve essere con la società. Queste sono le premesse elementari dell’etica sociale, che viene proclamata dalla Chiesa. In base a queste premesse si realizza il popolo in quanto soggetto della propria esistenza storica, in tutte le dimensioni che essa comporta.

Durante il mio pellegrinaggio in patria, nell’Anno della Redenzione, e in coincidenza con la conclusione del Giubileo di Jasna Gora, ho ricordato più volte questi principi. Essi sono legati a tutto il messaggio evangelico di Cristo. La Chiesa di Gesù Cristo desidera e deve servire la nazione nello spirito di questo insegnamento. La Chiesa in Polonia ha fatto questo e si sforza di farlo continuamente.

Oggi, vigilia di Pasqua, salutando i pellegrini pervenuti così numerosi, desidero ripetere ancora - brevemente, si capisce - ciò che espressi al tempo del mio pellegrinaggio in patria lo scorso anno. Il patrimonio degli ultimi anni, il patrimonio degli anni Ottanta, richiede un onesto rispetto. Non può essere distrutto o diminuito. Bisogna pensare con rispetto al grande sforzo dello spirito polacco che sotto il nome di “Solidarnosc” trova riconoscimento in molte comunità in tutto il mondo. Sarebbe difficile non ricordare ciò nel contesto del Sabato santo e di Pasqua, nel contesto degli auguri pasquali.

Miei cari connazionali, desidero estendere questi auguri a tutti voi qui presenti, a tutti gli ambienti che rappresentate, a tutte le parrocchie e a tutte le diocesi. A tutti gli ambienti di lavoro qui rappresentati. Desidero rendere un particolare omaggio ai lavoratori, sia dell’industria che dell’agricoltura, all’agricoltore polacco e all’operaio polacco.

E infine desidero rendere omaggio a tutte le persone di cultura in Polonia. Ad esse indirizzo una parola di comprensione e di rispetto particolari per la fedeltà ai valori e agli ideali che appartengono alla tradizione culturale polacca e cristiana. Ma quando parlo di uomini di cultura intendo non solo gli artisti, ma anche tutti coloro che creano questa cultura ogni giorno, e in particolare gli insegnanti di vari gradi, a cominciare dalle scuole elementari fino alle scuole medie e all’università.

Miei cari, non vorrei dimenticare nessuno in questo elenco: che i miei connazionali vedano - tutti e ciascuno, senza eccezione - che così come ogni giorno prego per loro, per la mia patria, ugualmente sono unito a tutti e a ciascuno in questa gioia pasquale, che ci viene data dalla risurrezione di Cristo.

A tutta la Chiesa polacca, agli episcopati, ai cardinali, agli arcivescovi, ai vescovi, a tutto il clero e agli ordini religiosi auguro di svolgere bene la propria missione evangelica in questa tappa storica della nazione. A tutti auguro una felice Pasqua. Questa formula ci è stata trasmessa dagli avi, anche se a volte questa “felice Pasqua” viene vissuta nelle lacrime, ma tuttavia essa è realmente felice, cioè felice della gioia evangelica, della gioia del mistero della redenzione, della gioia del mistero della risurrezione.

Una tale Pasqua auguro a voi qui presenti e a tutti i miei connazionali. Vi prego molto, dato che questa è l’unica occasione - nessuno oltre ai polacchi canta questo canto - vi prego molto di cantare tutti insieme tre volte “l’appello di Jasna Gora”.

 

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

 

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