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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI CARDINALI, AI MEMBRI DELLA FAMIGLIA
PONTIFICIA E ALLA CURIA ROMANA

Venerdì, 21 dicembre 1984

 

Signori cardinali,
venerati fratelli e collaboratori

1. “Dominus prope est” (Fil 4, 5). La ricorrenza, ormai imminente, del santo Natale ci ha raccolti ancora una volta per questa bella consuetudine del reciproco scambio di voti augurali. Il signor cardinale Decano ha interpretato con appropriate ed alte espressioni i comuni sentimenti, introducendoci nell’atmosfera soffusa di gioiosa speranza, che è propria di questa festività così cara al cuore di tutti. Lo ringrazio con fraterno affetto e, con lui, ringrazio tutti voi per la vostra odierna presenza, nella quale mi piace vedere la conferma di quella volontà di comunione nel servizio alla Chiesa, che rende unanimemente nobile e religiosamente significativa la quotidiana fatica.

“Dominus prope est”. Con animo colmo di gratitudine noi ci disponiamo ad inginocchiarci, insieme con i pastori, nella Notte santa davanti al Presepe, presso il quale veglia con trepido affetto la “Vergine-Madre”, annunciata dal profeta Isaia (Is 7, 14). Sappiamo che in quel fragile essere umano, ancora incapace di proferire parola, ci si fa incontro la parola eterna di Dio, la sapienza increata che regge l’universo. E la luce di Dio che “splende nelle tenebre”, come dice l’apostolo Giovanni, il quale però aggiunge subito con amaro realismo: “ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1, 5). Luce e tenebre si fronteggiano intorno alla mangiatoia in cui giace quel Bambino: la luce della verità e le tenebre dell’errore. È un confronto che non consente neutralità: occorre scegliere da che parte stare. Ed è una scelta in cui ciascun essere umano gioca il proprio futuro. Il Bambino del Presepe, diventato adulto, un giorno dirà: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 31s.).

2. Il Verbo di Dio, nel farsi carne per abitare in mezzo a noi (cf. Gv 1, 14), viene a portarci il dono inestimabile della conoscenza della verità: la verità su di lui, la verità su di noi e sul nostro trascendente destino. L’uomo non può costruire se stesso né la propria libertà se non sul fondamento di questa verità. Essa è perciò un dono estremamente prezioso, che occorre custodire e difendere; lo smarrimento anche di una parte soltanto della verità integrale, pulsante nel cuore di quel Bimbo “avvolto in fasce” nella mangiatoia (Lc 2, 12), significherebbe per l’uomo pregiudicare in misura più o meno grande la piena realizzazione di se stesso.

Di questo è consapevole la Chiesa, che sa di essere stata costituita depositaria e custode di tale verità. Essa si sente perciò investita di una speciale missione che la rende debitrice di un particolare servizio all’umanità: ad ogni generazione che giunge a popolare la terra essa deve rivelare il disegno meraviglioso che Dio ha predisposto, nel proprio Figlio unigenito, a vantaggio di ogni figlio d’uomo disposto ad accogliere nella fede l’iniziativa mirabile del suo amore. Per questo la Chiesa, ed in essa in particolare la Sede romana di Pietro, veglia presso la culla di Betlem: veglia affinché tali valori trascendenti, che il Creatore ha offerto all’umanità - la verità e la libertà nella verità, che è quanto dire l’amore - non vengano offuscati e tanto meno deformati; essa veglia perché, nonostante tutte le correnti contrarie, tali valori rivivano continuamente e sempre più si affermino nella vita dei singoli e delle famiglie, della comunità cristiana e di quella civile e, in definitiva, nella vita dell’intera famiglia umana.

La Chiesa di fronte alle varie culture

3. Di questi valori la Chiesa ha una consapevolezza insieme molteplice ed unitaria, come ha ben messo in luce, in una pagina molto nota, la costituzione dogmatica Lumen Gentium, della cui promulgazione è ricorso giusto un mese fa (il 21 novembre) il ventesimo anniversario. Al numero 13 del fondamentale documento conciliare è ricordato l’atteggiamento della Chiesa nei confronti della “dovizia di capacità e consuetudini” proprie dei vari popoli: la Chiesa vede in esse altrettanti “doni” che le varie culture le arrecano ed è perciò ben contenta di accoglierli, pur sentendosi impegnata a purificarli, consolidarli ed elevarli. In particolare, per quel carattere di universalità che l’adorna e che la distingue, la Chiesa sa di dover armonizzare tali “doni” in una superiore unità, affinché essi contribuiscano alla progressiva affermazione dell’unico regno di Cristo. Ed è così che “in virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altri parti e a tutta la Chiesa, e in tal modo il tutto e le singole parti sono rafforzate, comunicando ognuna con le altre e concordemente operando per la pienezza”.

C’è di più: proseguendo in tale linea di pensiero, il testo propone una tesi fondamentale dell’ecclesiologia cattolica. Esso rileva che “nella comunione ecclesiastica vi sono legittimamente le Chiese particolari, con proprie tradizioni, rimanendo però integro il primato della Cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione universale di carità, tutela le varietà legittime, ed insieme veglia affinché ciò che è particolare non solo non nuoccia all’unità, ma piuttosto la serva”.

Sarebbe difficile esprimersi con maggiore chiarezza e profondità: la Chiesa universale è presentata come una comunione di Chiese (particolari) e, indirettamente, come una comunione di nazioni, di lingue, di culture. Ciascuna di esse porta i propri “doni” all’insieme, così come li portano le singole generazioni ed epoche umane, le singole conquiste scientifiche e sociali, i traguardi di civiltà via via raggiunti.

4. Oggi si insiste molto sulle “speciali” esperienze cristiane che le Chiese particolari fanno nel contesto socio-culturale, nel quale ciascuna di esse è chiamata a vivere. Tali specifiche esperienze riguardano - si sottolinea - sia la parola di Dio, che deve essere letta e compresa alla luce dei dati emergenti dal proprio cammino esistenziale; sia la preghiera liturgica, che deve attingere dalla cultura in cui si inserisce i segni, i gesti e le parole che servono all’adorazione, al culto e alla celebrazione; sia la riflessione teologica che deve far leva su categorie di pensiero tipiche di ciascuna cultura; sia, infine, la stessa comunione ecclesiale che affonda le sue radici nell’Eucaristia, ma che dipende nel suo concreto esplicarsi dai condizionamenti storico-temporali, derivanti dall’inserimento nell’ambiente di un certo Paese o di una determinata parte del mondo.

Sono prospettive non prive di interesse, per le piste di indagine teologica che paiono aprire a riguardo dell’inesauribile mistero della Chiesa ed, ancor più, per le possibilità che esse offrono ai fedeli di percepire e di far proprie sempre più compiutamente le immense ricchezze della vita nuova portata da Cristo. Ma sono prospettive che, per essere feconde, suppongono il rispetto di un’ineludibile condizione: tali esperienze non devono essere vissute isolatamente o in modo indipendente, se non addirittura contrastante, con quanto vivono le Chiese, nelle altri parti del mondo. Per costituire autentiche esperienze di Chiesa, esse portano in sé la necessità di sintonizzarsi con quelle che altri cristiani, in contatto con contesti culturali diversi, si sentono chiamati a vivere per essere fedeli alle esigenze che scaturiscono dall’unico ed identico mistero di Cristo.

5. L’affermazione tocca un punto centrale dell’ecclesiologia cattolica e merita di essere ribadita. Indulgere ad orientamenti “isolazionistici” o favorire addirittura tendenze “centrifughe” è contrario all’ecclesiologia del Concilio Vaticano II. La Lumen Gentium, nel citato numero 13, mette in evidenza le possibilità insite in un sano pluralismo. Essa però ne precisa con grande chiarezza i confini: il vero pluralismo non è mai fattore di divisione, ma elemento che contribuisce alla costruzione dell’unità nell’universale comunione della Chiesa.

Comunione di menti - Comunione di Cuori

V’è infatti tra le singole Chiese particolari un rapporto ontologico di vicendevole inclusione: ogni Chiesa particolare, in quanto realizzazione dell’unica Chiesa di Cristo, è in qualche modo presente in tutte le Chiese particolari “nelle quali e dalle quali ha la sua esistenza la Chiesa cattolica una ed unica” (Lumen Gentium, 23). Questo rapporto ontologico deve tradursi sul piano dinamico della vita concreta, se la comunità cristiana non vuole entrare in contraddizione con se stessa: le scelte ecclesiali di fondo dei fedeli di una comunità devono potersi armonizzare con quelle dei fedeli delle altre comunità, così da dare luogo a quella comunione di menti e di cuori, per la quale Cristo pregò nell’ultima Cena: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola . . . Siano perfetti nell’unità” (Gv 17, 21.23).

6. Un particolare compito della Sede apostolica consiste proprio nel servire questa universale unità. Sta, anzi, in ciò lo specifico ufficio e, possiamo dire, il carisma di Pietro e dei suoi successori. Non fu, forse, a lui che Cristo disse, prima della notte buia del tradimento: “Ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 32)? Lui, infatti, è la “pietra”, su cui Cristo ha voluto costruire la sua Chiesa (cf. Mt 16, 18); ed è precisamente dal fondamento che ci si attende la compatta solidità dell’intero edificio. Per questo, dopo la risurrezione, Gesù lasciò a Pietro in un dialogo carico di pathos, l’impegnativa consegna: “Pasci i miei agnelli . . . Pasci le mie pecorelle” (Gv 21, 15ss.). Certo, l’unico supremo Pastore è il Verbo incarnato, Cristo signore. Il Papa fa sue, perciò, con spontaneo trasporto le parole di sant’Agostino: “Vobis pastores sumus, sed sub illo Pastore vobiscum oves sumus . . . Vobis ex hoc loco doctores, sumus, sed sub illo uno Magistro in hac schola vobiscum condiscipuli sumus” (S. Augustini, Enarr. in Ps. 126, 3). Questo non toglie, però, che nella Chiesa ciascuno abbia un suo compito specifico, di cui dovrà rendere conto un giorno a Cristo stesso. Nel corso dei secoli i papi hanno sentito vivamente la responsabilità del servizio all’unità cattolica loro affidato, ed hanno cercato di provvedervi in molti modi, circondandosi anche di collaboratori sperimentati per poter meglio far fronte alle molteplici incombenze dell’ufficio.

Di recente, rispondendo ai suggerimenti dell’assemblea conciliare si è voluto “internazionalizzare” la Curia, perché la presenza di officiali provenienti dalle varie parti del mondo facilitasse il dialogo con le Chiese che vivono nei diversi continenti. Stamane ho la gioia di incontrarmi con un’eletta rappresentanza degli organismi in cui si articola la Curia romana. Colgo volentieri l’occasione, carissimi fratelli in Cristo, per esprimervi il mio apprezzamento e per ringraziarvi della qualificata collaborazione che generosamente mi offrite nel quotidiano disimpegno delle mansioni inerenti al mio ministero.

Voi vivete con me quella “sollecitudine per tutte le Chiese”, che costituiva l’“assillo quotidiano” dell’apostolo Paolo (cf. 2 Cor 11, 28). Essa costituisce pure il quotidiano assillo di ogni Papa. Ai successori di Pietro, infatti, spetta di far sì che si abbia il confluire verso il centro della Chiesa di quei “doni” a cui allude il citato testo conciliare ed a loro spetta ancora di provvedere a che quei medesimi “doni”, arricchiti nel reciproco confronto, possano defluire nelle varie membra del corpo mistico di Cristo, portandovi nuovi impulsi di fervore e di vita. Vi sono mezzi ordinari per far fronte a tale impegno apostolico e tra questi emergono le visite “ad limina”: nel corso del presente anno ho avuto la gioia di ricevere le Conferenze episcopali del Costarica, del Pacifico, di EI Salvador, di Taiwan, del Togo, del Lesotho, del Perù, della Grecia, dello Sri Lanka, del Venezuela, dell’Argentina, del Cile, della Guinea, dell’Ecuador, delle Antille, della Bolivia, del Paraguay.

Vi sono pure mezzi straordinari, tra i quali si stanno rivelando particolarmente efficaci le visite ed i pellegrinaggi del Papa nelle Chiese particolari dei vari continenti. Ho sempre vivo nell’animo il grato ricordo del viaggio apostolico compiuto all’inizio di maggio in Corea, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone e Thailandia, per condividere preoccupazioni e speranze delle giovani e promettenti Chiese di quelle terre. Significativo è stato pure il viaggio che, durante il mese di giugno, mi ha portato in Svizzera, consentendomi di confermare i vincoli di comunione della Sede di Roma con le nobili Chiese di quella nazione. Indimenticabili restano anche le emozioni vissute nel corso del viaggio in Canada, a contatto sia con persone che vivono la loro fede nel cuore di una società altamente progredita, sia con persone che hanno accolto il messaggio evangelico nel contesto delle antiche civiltà aborigene. Importante, anche se rapido, è stato infine il viaggio a metà ottobre, col quale, toccando la Spagna, ho raggiunto Santo Domingo, la terra cioè da cui, quasi cinque secoli or sono, si irradiò l’evangelizzazione nel nuovo mondo. In tale occasione ho potuto incontrare altresì la popolazione di Portorico.

Ricordo con gioia anche le visite pastorali compiute nel corso dell’anno in Italia, e cioè a Bari, Bitonto, Viterbo, Fano, Alatri, e poi, all’inizio di ottobre, alle Chiese della Calabria, fino al pellegrinaggio dello scorso novembre ai luoghi sacri alla memoria di san Carlo, nel IV centenario della morte.

La Sede apostolica mantiene una fitta rete di contatti con tutte le Chiese particolari, nella continua preoccupazione di non lasciar andare perduto alcun “dono dall’alto” (cf. Gc 1, 17), e di salvaguardare, al tempo stesso, il tesoro inestimabile della verità di Dio, con tutto ciò che di perennemente valido essa ha fatto germogliare nel terreno fertile delle generazioni cristiane lungo il corso dei secoli. Non preclusioni preconcette né deplorevoli ignoranze, dunque, ma costante attenzione a “ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2, 7), affinché tutto ciò che autenticamente proviene da lui possa tornare a vantaggio dell’intera compagine del corpo mistico di Cristo.

Difendere la fede nella sua autenticità

7. In questo contesto occorre sottolineare anche la speciale responsabilità che l’intero episcopato ha - “cum Petro et sub Petro” - nei confronti del “deposito della fede”, affidato da Cristo alla Chiesa, perché sia integralmente custodito e fedelmente insegnato alle generazioni umane di ogni tempo. Come non ricordare, infatti, le solenni parole con cui Gesù si accomiatò dagli apostoli nel momento del ritorno al Padre? Esse costituiscono una precisa consegna: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque ed ammaestrate tutte le nazioni . . . insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 18ss.). Tutto! Nessuna parte del “deposito” può essere accantonata, manomessa o trascurata. Consapevole di ciò, l’apostolo Paolo rivolge al discepolo Timoteo il categorico imperativo: “Depositum custodi!” (1 Tm 6, 20) e gli inculca: “Annuncia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina” (2 Tm 4, 2). Ogni epoca storica, infatti, è esposta alla tentazione di “non sopportar più la sana dottrina” e di “circondarsi di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole” (cf. 2 Tm 4, 3s.).

A questa tentazione è esposta anche la nostra epoca. Un preciso dovere incombe quindi sugli odierni pastori e guide del popolo di Dio: quello di difendere l’autenticità dell’insegnamento evangelico da tutto ciò che lo inquina e lo deforma. Certo, noi dobbiamo saper riconoscere ed accogliere quanto di “buono” sa esprimere la nostra generazione, per “purificarlo, consolidarlo ed elevarlo”. Il Concilio ce lo ha ricordato (cf. Lumen Gentium, 13). Dobbiamo però anche respingere con coraggio ciò che porta su di sé l’impronta dell’errore e del peccato; ciò che racchiude in sé essenziali minacce per la verità e per la moralità dell’uomo; ciò che, diffondendosi nella società con subdola manovra o con tracotante prepotenza, attenta alla dignità della persona ed agli irrinunciabili diritti dei singoli e delle nazioni.

La Chiesa ha il dovere di vegliare per difendere l’integrità della fede e della dottrina cattolica, mettendo in guardia contro le insidie che cercano di inquinarla. E un suo compito preciso, al quale non può rinunciare.

La tutela della verità è un dovere per la Chiesa

8. La Santa Sede, per parte sua, svolge questo compito di promozione e di tutela nei confronti del “depositum fidei” con l’aiuto specialmente della Congregazione per la dottrina della fede. Com’è noto, dopo il Concilio Vaticano II, la procedura a cui il sacro dicastero si attiene nell’esame di persone e di scritti sottoposti al suo giudizio, è stata alquanto modificata nell’intento di offrire ogni garanzia alle persone interessate: la tutela della verità, che è dovere sacrosanto e imprescindibile della Chiesa, non si ottiene passando sopra in qualche modo alla dignità ed ai diritti delle persone.

Chiunque voglia guardare le cose con spassionata oggettività non può non riconoscere, alla luce anche di episodi recenti, che il menzionato dicastero si ispira costantemente, nei suoi interventi, a rigorosi criteri di rispetto per le persone con le quali entra in rapporto. Ciò che si può auspicare è che un atteggiamento ugualmente rispettoso sia sempre assunto da queste ultime nei confronti del dicastero stesso quando loro avviene di pronunciarsi, in privato o in pubblico, sull’operato del medesimo. Ed un uguale principio dovrebbe valere anche per ogni membro del popolo di Dio, dal momento che tale dicastero null’altro si propone se non di salvaguardare da ogni insidia il bene più grande che il cristiano possiede e cioè l’autenticità ed integrità della sua fede.

È certo molto importante che, all’interno della Chiesa, si intrecci un dialogo leale ed aperto fra le varie componenti del popolo di Dio. Ma tale dialogo deve essere inteso come via per la ricerca di ciò che è vero e giusto, e non come occasione per indulgere a parole e ad atteggiamenti che sembrano difficilmente compatibili con un autentico spirito di dialogo. Ognuno deve tenere sempre presente il dovere che ha nei riguardi della verità, massimamente in quella che Dio ha rivelato e della quale la Chiesa è custode.

9. Vorrei anche accennare, prima di concludere, ad un punto oggi particolarmente sentito, quello dell’“opzione preferenziale per i poveri”. La Chiesa ha solennemente proclamato di farla sua nel Concilio Vaticano II, dichiarando: “Come Cristo . . . così pure la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dall’umana debolezza; anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente; si fa premura di sollevarne l’indigenza e in loro intende servire Cristo” (Lumen Gentium, 8).

Questa “opzione”, che oggi è sottolineata con particolare forza dagli episcopati dell’America Latina, è stata da me ripetutamente confermata, sull’esempio, del resto, del mio indimenticabile predecessore, il papa Paolo VI. Colgo volentieri questa occasione per ribadire che l’impegno verso i poveri costituisce un motivo dominante della mia azione pastorale, la costante sollecitudine che accompagna il mio quotidiano servizio al popolo di Dio. Ho fatto e faccio mia tale “opzione”, mi identifico con essa. E sento che non potrebbe essere altrimenti, giacché questo è l’eterno messaggio del Vangelo: così ha fatto Cristo, così hanno fatto gli apostoli di Cristo, così ha fatto la Chiesa nel corso della sua storia due volte millenaria.

Di fronte alle odierne forme di sfruttamento del povero, la Chiesa non può tacere. Essa ricorda anche ai ricchi i loro precisi doveri. Forte della parola di Dio (cf. Is 5, 8; Ger 5, 25-28; Gc 5, 1.3-4), essa condanna le non poche ingiustizie che, purtroppo, anche oggi vengono commesse a danno dei doveri.

L'opzione per i poveri

Sì, la Chiesa fa sua l’opzione preferenziale per i poveri. Un’opzione preferenziale, si badi: non dunque un’opzione esclusiva od escludente, perché il messaggio della salvezza è destinato a tutti. Un’opzione, inoltre, che si fonda essenzialmente sulla parola di Dio e non su criteri offerti da scienze umane o da contrapposte ideologie, che spesso riducono i poveri ad astratte categorie socio-politiche od economiche. Un’opzione, tuttavia, ferma e irrevocabile. Come ho detto di recente a Santo Domingo, “il Papa, la Chiesa e la sua gerarchia vogliono continuare ad essere presenti nella causa del povero, della sua dignità, della sua elevazione, dei suoi diritti come persona, della sua aspirazione ad un’improrogabile giustizia sociale” (Ioannis Pauli PP. II, Homilia in urbe «Santo Domingo» habita, 5, die 11 oct. 1984: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VII/2 [1984] 882).

10. La Sede apostolica, tuttavia, che per la speciale missione ad essa affidata, partecipa da vicino alle esperienze della Chiesa nelle varie parti del mondo, sa che molteplici sono le forme di povertà a cui è sottoposto l’uomo contemporaneo ed anche verso queste altre forme di povertà si sente moralmente obbligata.

Accanto, e in un certo senso di fronte, alla povertà contro la quale hanno levato la voce le Conferenze episcopali di Medellin e di Puebla, sta la povertà derivante dalla privazione di quei beni spirituali, a cui l’uomo per sua natura ha diritto. Non è povero, forse, l’uomo sottomesso a regimi totalitari che lo priva di quelle fondamentali libertà, in cui si esprime la sua dignità di persona intelligente e responsabile? Non è povero l’uomo che da altri suoi simili è ferito nell’interiore relazione alla verità, nella sua coscienza, nelle sue convinzioni più personali, nella sua fede religiosa? È quanto ho ricordato in miei precedenti interventi, in particolar modo nell’enciclica Redemptor Hominis (Eiusdem, Redemptor Hominis, n. 17) e nel Discorso pronunciato nel 1979 davanti all’assemblea generale delle Nazioni Unite (Eiusdem, Allocutio ad Nationum Unitarum Legatos habita, 14-20, die 2 oct. 1979:  Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II/2 [1979] 532-538), parlando delle violazioni oggi inferte alla sfera dei beni spirituali dell’uomo. Non v’è solo la povertà che colpisce il corpo; ve n’è un’altra, e più insidiosa, che colpisce la coscienza, violando il santuario più intimo della dignità personale.

In questo contesto di autentica opzione della Chiesa per i poveri si inserisce un avvenimento, che ha avuto quest’anno grande risonanza: la pubblicazione, cioè dell’Istruzione su alcuni aspetti della “Teologia della liberazione”. Il documento, contrariamente ad alcune interpretazioni distorte che ne sono state date, non solo non si oppone all’opzione per i poveri, ma ne costituisce piuttosto una conferma autorevole, attuandone nel contempo un chiarimento e un approfondimento.

Ponendo in luce l’intimo e costitutivo legame che unisce la libertà alla verità, l’Istruzione difende i poveri da illusorie e pericolose proposte ideologiche di liberazione, le quali, a partire da situazioni reali e drammatiche di miseria, farebbero di essi e delle loro sofferenze solo il pretesto per nuove, e a volte più gravi, oppressioni.

La riduzione del messaggio evangelico alla sola dimensione socio-politica deruba i poveri di ciò che costituisce un loro supremo diritto: quello di ricevere dalla Chiesa il dono della verità intera sull’uomo e sulla presenza del Dio vivente nella loro storia. La riduzione dell’essere umano alla sola sfera politica non costituisce, infatti, solo una minaccia alla dimensione dell’“avere” ma anche a quella dell’“essere”. Come giustamente afferma l’Istruzione, solo l’integralità del messaggio della salvezza può garantire anche l’integralità della liberazione dell’uomo (Istruzione «Su alcuni aspetti della Teologia della Liberazione», XI, 16).

È per questa liberazione che la Chiesa si è battuta e si batte a fianco dei poveri, facendosi avvocata dei loro diritti conculcati, suscitatrice di opere sociali di ogni genere a loro protezione e difesa, annunciatrice della parola di Dio che invita tutti alla riconciliazione ed alla penitenza. Non a caso l’esortazione apostolica, che ho recentemente pubblicato alla luce delle conclusioni a cui è giunta la sesta assemblea generale del Sinodo dei vescovi, ripropone il tema evangelico fondamentale della conversione del cuore, nella convinzione che la prima liberazione da procurare all’uomo è quella dal male morale che si annida nel suo cuore, perché lì sta anche la causa del “peccato sociale” e di ogni struttura oppressiva.

11. In questo impegno per la liberazione dell’uomo dalle varie forme di povertà che ne mortificano la piena realizzazione, la Chiesa si apre al dialogo con tutti in atteggiamento di lealtà e di fiducia. Essa ha dichiarato questa sua volontà con le labbra di papa Giovanni XXIII, costantemente proteso alla ricerca di “ciò che unisce piuttosto che di ciò che divide” gli uomini; l’ha ribadita con la voce di Paolo VI, il quale a questo tema dedicò la sua prima enciclica, l’Ecclesiam suam; l’ha infine confermata con attestazione particolarmente autorevole nel Concilio Vaticano II, per il quale “dimostrazione più eloquente della solidarietà, del rispetto e dell’amore” della Chiesa nei riguardi dell’intera famiglia umana non può essere data che “instaurando con questa un dialogo” fondato sulla dignità della persona umana e sul significato profondo della sua attività nel mondo (cf. Gaudium et Spes, 3 e 40).

Colui che siede oggi per imperscrutabile disegno divino sulla Cattedra di Pietro, conferma la sua volontà di proseguire la strada di un dialogo rispettoso e leale col mondo contemporaneo e con le istanze che lo rappresentano, perché confida nelle possibilità di bene insite nella natura umana, e nella forza rinnovatrice della redenzione di Cristo che agisce nella storia. È infatti mia convinzione profonda - e l’ho detto nel messaggio per la Giornata mondiale della pace 1983 - che “il dialogo è un elemento centrale e indispensabile del pensiero etico degli uomini, chiunque essi siano” (Ioannis Pauli PP. II, Nuntius scripto datus ob diem ad pacem fovendam toto orbe terrarum Calendis Ianuariis a. 1983 celebrandum, 6, die 8 dec. 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V/3 [1982] 1546). Perché tale dialogo possa, tuttavia, portare i suoi frutti, occorre che non si invadano le altrui competenze e che la Chiesa conservi la sua identità e la sua libertà. Essa infatti “in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico” e proprio per questo resta “il segno e la salvaguardia del carattere trascendentale della persona umana” (Gaudium et Spes, 76).

Incontro a Cristo

12. Pervasi dalla luce e dal calore che promanano da queste verità, noi mettiamo piede sulla soglia della capanna di Betlem. Colui che nasce nella “povertà” chiede a noi di rivolgerci col pensiero e col cuore verso le diverse forme di povertà che opprimono l’uomo contemporaneo: ci chiede di andargli incontro.

“Gesù Cristo . . . si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà” (cf. 2 Cor 8, 9).

Solo facendo spazio a Cristo nella nostra vita e in quella delle nostre comunità, noi potremo risolvere il problema delle molteplici povertà di cui soffriamo: potremo veramente diventare “ricchi”, cioè pienamente uomini.

Il vero problema resta dunque questo: riconoscere a Cristo diritto di cittadinanza nei diversi “mondi” di cui si compone il mondo contemporaneo. Lui, e lui soltanto, possiede il segreto per colmare ogni nostra “povertà” e suscitare nei nostri cuori la gioia della vera ricchezza, che è, in definitiva, la ricchezza dell’amore.

Di questa gioia egli inondi i vostri cuori, venerati fratelli, e quelli dei vostri collaboratori. Che il Natale rechi a voi ed a loro, ai figli della Chiesa ed a tutti gli uomini e le donne della terra, un pregustamento della pace ineffabile di quel mondo nuovo, a cui la nascita nel tempo del Figlio di Dio ha dato felicemente ed irrevocabilmente inizio. La Vergine santa, che ospitò nel suo grembo il Verbo incarnato, ci disponga ad accoglierlo con fede viva ed amore riconoscente.

A tutti buon Natale

 

© Copyright 1984 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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