1. Oggi è la vigilia di Natale. Attendendo la notte di Betlemme ci raduniamo
attorno alla mensa della vigilia e spezziamo il pane chiamato “oplatek”.
Vogliamo ricordare così che colui che “ha avuto corpo umano dalla Madre, la
Vergine immacolata”, ci ha dato poi questo corpo come nutrimento, per renderci
forti nel nostro cammino terreno con la forza del corpo divino. Spezzando questo
pane rinnoviamo continuamente i vincoli della comunione fraterna che ci unisce
attraverso il corpo del Signore.
L’“oplatek” deve anche rinnovare la comunione
fraterna tra gli uomini. Perciò voglio spezzare oggi l’“oplatek” con i miei
fratelli e sorelle, che sono figli della mia stessa patria.
2. La parola
“patria” ci parla di una storia comune che ci unisce, di un passato carico di
ricordi delle vittorie e delle sconfitte. L’“oplatek” trasporta questo passato
verso il futuro. Ci scambiamo infatti gli auguri, e gli auguri corrono sempre
verso il futuro, verso il bene che si deve realizzare, verso la speranza . . .
Un popolo che ha vissuto dure esperienze storiche non può rinunciare alla
speranza che è alla radice di queste esperienze.
3. Voglio ricordare qui le
parole del sacerdote la cui morte ha sconvolto le coscienze, e non solo dei
polacchi. Questa morte è stata una testimonianza in cui noi, polacchi, e non
soltanto noi, leggiamo quei fondamentali contenuti e valori per i quali l’uomo e
la società vogliono vivere.
“Solidarnosc - diceva padre Popieluszko era ed è la speranza di milioni di
polacchi, speranza tanto più forte, quanto più è unita a Dio attraverso la
preghiera” (discorso dell’agosto 1982). “Il seme della preoccupazione per la
patria, gettato nella terra polacca nell’agosto 1980, innaffiato di sangue, di
lacrime, di sofferenze e del dolore dei nostri fratelli e delle nostre sorelle
in questo ultimo anno (1982) deve dare buoni frutti
. . . Non possiamo perdere questa speranza. Infatti il popolo è abbastanza forte
per operare e lavorare creativamente per il bene della patria. Questa nazione è
capace di molti sacrifici ma vuole patti chiari. Vuole la garanzia che le sue
fatiche non andranno di nuovo sprecate” (discorso del dicembre 1982).
4. Attorno alla mensa della vigilia ricordiamo i defunti. Molte famiglie
polacche in questa omelia ricorderanno certamente quel sacerdote, la cui morte
ha un’eloquenza così forte. Un’eloquenza per i vivi, per la nazione e la Chiesa,
per il mondo del lavoro e il mondo della cultura, per i giovani, per chi detiene
il potere.
Questa testimonianza è anche un richiamo alla presenza di Cristo nella nostra
vita polacca. Tale è l’opinione della nazione. Questo desidera chi crede nella
nostra patria. Questo desiderano i giovani che, difendendo eroicamente assieme
ai genitori la presenza del Crocifisso nei luoghi di studio e di lavoro dei
credenti, testimoniano che Cristo è per loro il valore più grande. E per questo
i vescovi polacchi continuano a ricordare e rivendicare l’osservanza di questi
fondamentali diritti dell’uomo.
“La croce è il sostegno della vita morale
dell’uomo - leggiamo nella lettera pastorale del 6 dicembre 1984 -. Essa mostra
e avvicina sempre, e a tutti, i più alti valori etici . . . svolge una funzione
educativa della massima importanza: a casa, a scuola, in tutti i luoghi di
lavoro e di vita sociale . . . La croce è scuola di fratellanza e di amore,
poiché su di essa si è compiuta la riconciliazione . . . Vogliamo le croci nei
luoghi dove cresce la nuova generazione, i figli della nazione prevalentemente
cristiana”.
Auguro con forza ai miei compatrioti questa presenza liberatrice del Dio-uomo in tutta la nostra vita, perché possa formare e trasfigurare la vita!
Perché sia fonte di conversioni! Ci sono certamente necessarie molte
conversioni. Ringraziamo Dio per coloro che spesso ritornano da lontano, e
arrivano a lui, alla Chiesa.
Ma la Chiesa, fedele alla sua missione, richiama a
un’incessante conversione del cuore: a rifiutare sempre il male e il peccato per
andare verso la grazia e il bene. Iddio che “ha visitato il suo popolo . . . e
ha suscitato per noi una salvezza potente” (Lc 1, 68-69), tocca nell’uomo
prima di tutto ciò che duole, ciò che invoca con forza particolare la
misericordia e la guarigione.
Di questi dolorosi problemi, del pericolo morale che minaccia la nazione e che
può sempre aggravarsi, mi parlano con tanta preoccupazione e impegno i vescovi,
i sacerdoti e i laici polacchi durante i colloqui personali. Vivo profondamente
e spesso sottolineo il mio legame particolare con la Chiesa e la nazione dalla
quale provengo, partecipando alla gioia di ogni vittoria e di ogni evento
positivo, ma vivo anche nel mio animo ogni pericolo, ogni male.
Permettete che in questa mensa comune della vigilia, io esprima la mia
sollecitudine e la mia preoccupazione. La Chiesa in Polonia è cosciente delle
perdite e dei danni che colpiscono la comunità dei credenti a causa del
programma ateistico impostole ormai da anni, ma è anche consapevole della
debolezza, dei peccati e dei difetti del suo popolo. Il lavoro è il bene
fondamentale dell’uomo e della società.
Purtroppo nella nostra terra esso è colpito da una molteplice crisi. Nasce
giustamente il timore che le perdite subite dalla società nell’ambito dell’etica
del lavoro saranno difficili da riparare. Mancano anche quelle importanti
iniziative che potrebbero promuovere la vera “soggettività” della società,
l’autentica “autogestione” nelle varie dimensioni del lavoro polacco, della vita
polacca.
Possano risuonare qui ancora una volta le parole che ho pronunciato nello stadio
“X Anno” di Varsavia durante il mio ultimo pellegrinaggio in patria: “Si tratta
. . . dell’ordine maturo della vita nazionale e di quella dello Stato, nella
quale saranno rispettati i fondamentali diritti dell’uomo. Solo una vittoria
morale può portare la società fuori dalla divisione e restituire l’unità. Un
tale ordine può essere contemporaneamente vittoria dei governati e dei
governanti. Bisogna arrivare ad esso per la via del dialogo reciproco e
dell’accordo, l’unica strada che consenta alla nazione di poter godere in
pienezza dei diritti civili e di strutture sociali rispondenti alle sue giuste
esigenze” (17 giugno 1983).
5. È
importante che la patria, dopo le dolorose esperienze dello stato di guerra,
riacquisti la posizione che le è propria nella vita internazionale.
Con
soddisfazione si registrano cambiamenti nell’atteggiamento dei governi
occidentali nei confronti della Polonia. Bisogna pure sottolineare che il nostro
Paese è in grado di intraprendere un rinnovamento in tutti i campi, che gli
restituirà l’importanza che giustamente gli spetta tra le nazioni del mondo.
Tramite il suo millenario passato, tramite la sua cultura la Polonia è legata
all’eredità occidentale grazie a Roma, da dove venne a noi il cristianesimo.
Nello stesso tempo la posizione geografica del nostro Paese, collocato al punto
di confluenza di influssi orientali e occidentali, ha configurato in maniera
significativa la nostra identità storica. Non senza ragione la Polonia si è
meritata il titolo di baluardo della cristianità. Bisogna che questa specificità
della nazione sia presa in considerazione nei rapporti internazionali, e che
trovi piena comprensione anche da parte dei vicini dell’Est.
6. Durante le
celebrazioni a Niepokalanów ho ricordato le parole di san Paolo: “Non lasciarti
vincere dal male, ma vinci con il bene il male!” (Rm 12, 21). Oggi ancora
una volta, nello spirito di queste parole, esprimo gli auguri della vigilia per
il Natale e il nuovo anno.
Li indirizzo a tutti i compatrioti nel nostro Paese e anche fuori da esso, agli
emigrati.
“Non lasciarti vincere dal male, ma vinci
con il bene il male!”. I vescovi polacchi hanno pubblicato un nuovo programma
pastorale in cui desiderano tener conto dei contenuti espressi dal Papa durante
l’ultimo pellegrinaggio in patria. Sono molto riconoscente per questa
possibilità di un’ulteriore collaborazione con la pastorale svolta in Polonia.
Spezzo l’“oplatek” della vigilia con l’episcopato polacco: i cardinali, il
primate, il mio successore alla sede di san Stanislao, gli arcivescovi e i
vescovi, e anche con il cardinale Jan Król, arcivescovo di Filadelfia e tutti i
vescovi del mondo di origini polacche.
Così pure con tutti i fratelli nel sacerdozio. Ricordo sempre che sono diventato
sacerdote in terra polacca, nella comunità del presbiterio polacco
dell’arcidiocesi di Cracovia.
Così pure con tutti gli ordini religiosi e comunità maschili e femminili, con i
membri degli istituti secolari. Il Verbo incarnato benedica la vostra
testimonianza di vita “consacrata” e il vostro apostolato.
Così anche con gli studenti dei seminari diocesani e religiosi, con gli studenti
religiosi e laici degli atenei cattolici, con coloro che si preparano alla vita
consacrata nel noviziato.
Con i missionari polacchi in tutto il mondo.
7. Sento il canto natalizio che
“esploderà” a mezzanotte in tanti luoghi della terra polacca durante la messa di
mezzanotte:
“Nel silenzio della notte / una voce si diffonde, / alzatevi! . . .
Dio nasce per voi”. E poi il canto-lamento:
“Non c’era posto per loro a Betlemme
. . . / e non c’è posto per te / in tante anime umane”.
E infine quel canto così
pieno di contenuto teologico: “Dio nasce, la forza trema di paura . . .” e la
preghiera:
“Alza la tua mano, Bambino divino, / benedici l’amata patria, / nei
buoni consigli, in una buona esistenza / sostieni le sue forze con la tua
forza!” affinché non ci lasciamo vincere dal male, ma vinciamo con il bene il
male. E questo è il caldo augurio che, accanto a questo “oplatek”, indirizzo a
tutti i miei compatrioti nel Paese e oltre i suoi confini.
A tutte le famiglie, i padri, le madri, i giovani, i bambini, alle persone che
lavorano nei campi, in fabbrica, nell’artigianato, nelle professioni
intellettuali, agli uomini della cultura e della scienza, ai malati e ai
sofferenti: a tutti.
Alza la tua mano, Bambino divino . . .
Alza la tua mano, Bambino divino . . . affinché non ci
lasciamo vincere dal male, ma vinciamo con il bene il male (cf. Rm 12,
21).
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Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana