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DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II AL CONSIGLIO INTERNAZIONALE DE
«L'ARCHE»
Venerdì, 13 gennaio 1984
Cari fratelli e sorelle in Cristo.
L’opera dell’Arca, a cui voi
dedicate la vostra vita o portate il vostro contributo, vuole porsi nella
Chiesa. È così che ho inteso il vostro vivo desiderio di incontrare il
successore di Pietro. Mi congratulo con voi e vi incoraggio - ovunque la vostra
opera è diffusa - a intrattenere rapporti molto fiduciosi con i miei fratelli
nell’episcopato. La presenza di alcuni di loro alla testa del vostro gruppo è
per me una gioia. Voi volete porvi nella Chiesa anche favorendo l’esercizio del
sacerdozio ministeriale nelle vostre comunità, grazie alla presenza permanente o
periodica di sacerdoti che hanno risposto all’appello evangelico dei loro
fratelli e sorelle particolarmente handicappati da limitazioni nel corpo o nello
spirito. Saluto affettuosamente questi sacerdoti, venuti a riflettere qui, al
centro della Chiesa, sul loro ruolo e la loro missione ecclesiale nelle comunità
dell’Arca.
In questo breve incontro, vorrei farvi sentire come la Chiesa di
Cristo, senza mai identificarsi fondamentalmente con una particolare istituzione
caritativa, si rallegra di vedere, in tutte le epoche della sua storia, i
discepoli del Signore sforzarsi di prendere sul serio l’annuncio della Buona
Novella ai poveri, ai più poveri. Da parte vostra, voi contribuite alla
credibilità della Redenzione oggi e nello stesso tempo lavorate alla sua
applicazione. I pionieri dell’Arca hanno intuito che la società industriale e
urbanizzata, insieme con l’apporto del progresso che sta davanti ai nostri
occhi, ha anche accelerato le cause di turbamento degli individui, delle
famiglie, dei gruppi. Certamente, non si può dimenticare il dogma del peccato
originale - dramma inaugurale e congenito della natura umana decaduta - né le
misteriose miserie ereditarie. Ma non si può chiudere gli occhi davanti ai
malesseri e agli shock causati da certi eccessi della socializzazione, dalla
presentazione sconsiderata di idee, di comportamenti, di avvenimenti violenti.
Si direbbe che, spesso, le società moderne, paradossalmente, vogliono salvare
l’uomo causando in realtà la sua distruzione. Per questo il vostro servizio
comunitario agli handicappati, le vostre Arche, possono costituire un’opera
sociale originale e nello stesso tempo una meravigliosa testimonianza
evangelica. Voi, qui presenti, e i vostri collaboratori, incarnate oggi
l’atteggiamento di Gesù che portava ai piccoli, agli infermi e ai sofferenti di
ogni tipo, la sua presenza, il suo ascolto, la sua luce, la sua pace, e spesso
la guarigione. E Gesù riceveva anche da persone segnate da tante limitazioni i
loro slanci di fiducia, di gioia, di riconoscenza, di liberazione. Non è questa
forse, senza disprezzare certe competenze mediche, la terapia utilizzata, o
piuttosto vissuta, nelle comunità dell’Arca, con la volontà di uno stile di vita
molto semplice e affidato alla Provvidenza? Proseguite in questa direzione e
aiutatevi reciprocamente nelle rinunce necessarie, ma feconde, della vita
comunitaria. Perché essa sia sempre più trasparente, sforzatevi di predisporre
delle pause di riconciliazione autentica e gioiosa.
Precisamente, desidero incoraggiare i sacerdoti qui presenti a
valorizzare nelle comunità dell’Arca - e nel rispetto della coscienza di ciascun
membro - i sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione. Grazie a voi,
queste comunità, poggiando su rapporti quanto più trasparenti possibile e sul
dono di sé, troveranno nel sacrificio di Cristo il senso profondo della
sofferenza offerta, della vita dedita agli altri, delle rinunce a certe
preferenze e interessi propri. Allo stesso modo, il vostro ministero del perdono
divino, con l’ascolto e il segreto che lo caratterizzano, condurrà a poco a poco
i membri della comunità a una pace interiore e liberante. E penso anche ai
benefici incomparabili dei tempi di preghiera proposti e adattati ai diversi
gruppi. Sacerdoti e laici impegnati nell’opera dell’Arca, il vostro servizio è
esigente. È per voi, inoltre, cammino di santità, cioè di identificazione
continua con Cristo, servo dei poveri. Le vostre comunità, in tutta modestia e
in collaborazione con molti altri, possono essere una risposta alle
disuguaglianze, ai conflitti, alla disperazione e ad altre miserie dei nostri
tempi. Nel nome del Signore vi benedico, e benedico le comunità dell’Arca in
tutti i Paesi.
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