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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI ARGENTINI IN VISITA
«AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 1° giugno 1984

 

Cari fratelli nell’episcopato.

1. In quest’anno, nel quale tocca ai vescovi dell’America del Sud compiere la loro visita “ad limina apostolorum”, venite oggi voi, pastori della Chiesa di Cristo che è in Argentina.

Vi do il più cordiale benvenuto, con l’affetto fraterno che mi fa ricordare di voi tanto spesso, soprattutto nella preghiera, nella quale chiedo al Signore per voi e i vostri diocesani che “il nostro Dio vi faccia degni della sua chiamata e porti a compimento, con la sua potenza, ogni vostra volontà di bene e l’opera della vostra fede” (2 Ts 1, 11).

Questa fede e questo amore a Cristo, verso la cui pienezza camminiamo come Chiesa (cf. Ef 1, 22-23), presiedono a questo incontro collegiale - come anche agli incontri individuali che lo hanno preceduto - in un gioioso scambio di esperienze ecclesiali che vanno dal centro alla periferia e viceversa, con l’unico obiettivo che il popolo di Dio che vi è stato affidato ravvivi la sua fede e la sua speranza, unito nella perfezione della reciproca carità (cf. 1 Pt 1,21; 4,8).

2. La vostra presenza mi fa pensare ancora una volta all’amato popolo argentino, al quale mi sento tanto vicino, e le cui sofferenze e speranze seguo sempre con viva sollecitudine e affetto.

Una prova di particolare significato ha voluto essere la mia breve visita nel vostro Paese nel mese di giugno di due anni fa, in momenti dolorosi della vostra storia. Non dimentico le emozioni dei momenti vissuti ai piedi della Madre di Luján e a Buenos Aires, durante i diversi incontri col vostro popolo.

Ho avuto anche molti altri momenti nei quali la mia partecipazione alla vostra situazione sociale ed ecclesiale è stata particolarmente intensa, soprattutto quando le dure esperienze vissute negli anni passati dalla vostra comunità nazionale hanno seminato lutto, tragedie e continua trepidazione in tante famiglie e persone, ferite nei loro affetti più intimi.

Prego Dio perché la nuova tappa che vive ora la vostra patria possa rispondere alle aspettative dei vostri concittadini e serva a guarire le ferite del passato, a superare errori e mancanze, a creare un clima di pacifica convivenza nel comune rispetto verso giuste leggi. Si possano così promuovere i migliori valori umani, morali e religiosi del vostro popolo, favorendo anche il necessario benessere, del quale tutti partecipino egualmente, soprattutto i più poveri.

3. In questo contesto sociale si deve svolgere il vostro ministero di pastori. Esso, pur avendo obiettivi propri ben determinati, non esclude ma esige la vicinanza alle condizioni di vita dei vostri fedeli, alle loro difficoltà e speranze, per proiettare su di esse la luce e il vigore della fede.

Questa è stata la vostra intenzione, attuata sia mediante gli orientamenti dati ai vostri fedeli nelle singole diocesi, sia per mezzo di documenti collettivi della Conferenza episcopale.

A questo proposito, desidero ricordare almeno le riflessioni e le direttive contenute in documenti come “Chiesa e comunità nazionale”, “Cammino di riconciliazione”, “Principi per l’azione civile dei cristiani” e “Dio, l’uomo e la coscienza”. Ad essi si potrebbero aggiungere “Democrazia, responsabilità e speranza” o il messaggio sull’indissolubilità del matrimonio, temi che avete studiato nella vostra ultima assemblea plenaria dell’aprile scorso.

Desidero, per parte mia, incoraggiarvi a un vigoroso lavoro di rinnovamento della fede dei vostri fedeli, esortandoli anche ad essere promotori della riconciliazione che si fonda sui pilastri della verità, della giustizia e dell’amore, del quale una delle forme più alte è il perdono. In questo modo potrà consolidarsi l’anima cristiana del vostro popolo e si potrà costruire - a beneficio di tutti - la civiltà dell’amore, alla quale indirizzò tante volte il mio predecessore Paolo VI.

4. Non c’è dubbio che, per poter esercitare con maggiore efficacia e adeguatezza alla realtà globale questo grande e delicato compito, avete bisogno anche dell’aiuto di un solido lavoro compiuto come Conferenza episcopale.

È vero che essa non può prendere il posto che spetta ad ogni vescovo, il pastore più vicino della diocesi e che appartiene ad essa in modo particolare in nome di Cristo (cf. Lumen Gentium, 20. 23). Tuttavia è evidente che la reciproca collaborazione dei fratelli all’interno della stessa Conferenza episcopale è un mezzo efficace per ottenere un bene maggiore dei fedeli su scala nazionale (cf. Codex Iuris Canonici, can. 447). Infatti, la problematica spesso generalizzata a livello della nazione richiede studi e orientamenti allo stesso livello, con la sincera collaborazione di tutti, con impostazioni che possano essere trasparenti e unitarie, per guidare opportunamente i fedeli, evitando confusioni o divisioni.

Questo vi porterà a confrontare precedentemente con carità, franchezza e umiltà, i principali problemi, in modo da conseguire una visione unitaria che faciliti a ciascuno l’esercizio della propria funzione pastorale, senza separazioni e dissidenze, pur permanendo legittime visioni diverse.

Nei vostri comuni documenti pastorali, dovete affrontare soprattutto, ovviamente, temi che si riferiscono alla vita cristiana del vostro popolo; ma seguendo le tracce del Concilio Vaticano II, le gioie, le speranze e le difficoltà dei vostri fedeli, nel loro concreto ambiente esistenziale, devono essere presenti al vostro insegnamento. Non per proporre soluzioni tecniche all’insieme dei problemi che sollecitano oggi i fratelli: difesa della vita, della dignità dell’uomo integrale, dei suoi diritti, dei suoi doveri verso Dio e il prossimo, anche inteso come il concittadino col quale si condivide la patria e, perciò, con responsabilità comuni di fronte al bene comune, ma per rendere manifesta in queste complesse situazioni la luce e la presenza amorosa di Cristo salvatore.

5. Perché i vostri programmi e orientamenti abbiano la maggior efficacia possibile so che desiderate rafforzare le strutture stesse della vostra Conferenza episcopale, per quanto necessario. Volete inoltre rivitalizzare gli organismi diocesani che aiutano i vescovi nella conduzione pastorale. Incoraggio, da parte mia, i vostri sforzi, soprattutto in quanto essi mirano a costituire non meri organismi burocratici, ma centri realmente animatori della pastorale nei diversi ambiti, e che sappiano impiegare debitamente tutti gli strumenti che la tecnica moderna offre.

Un primo ambito, che tanto può contribuire al buon esito del vostro lavoro, è quello della famiglia. Perciò dovete cercare di avvicinarvi efficacemente ad essa, per rafforzarla in ogni suo aspetto giacché essa è fondamentale per la recezione dinamica dell’ideale cristiano.

Sono al corrente dell’alta valorizzazione che, sul piano umano e soprattutto cristiano, riflettono i vostri insegnamenti sulla famiglia e il matrimonio. Tanto più quando recentemente si vanno profilando nuove insidie contro l’istituzione familiare e la sua stabilità.

Desidero poi incoraggiare il vostro sforzo e quello dei vostri sacerdoti e collaboratori, in questo campo di tanta importanza. Perciò ho seguito con gioia particolare e speranza le vostre riflessioni e i lavori dell’ultima assemblea plenaria nella quale vi siete occupati del messaggio episcopale sull’indissolubilità del matrimonio. Siate certi che con ciò non solo adempite al vostro dovere di pastori, ma che prestate anche un grande servizio alla vostra società nazionale che attualmente, in un processo di ricostruzione, deve poter contare sulla solidità, la coesione e la crescente salute morale della famiglia.

6. In questa rivitalizzazione della vita ecclesiale non può avere poca incidenza la celebrazione, il prossimo mese di ottobre, del Congresso eucaristico nazionale, nel quale si commemorerà il cinquantenario del 32° Congresso eucaristico internazionale di Buenos Aires. Fu un avvenimento di grazia che contò sulla presenza del cardinale Pacelli, in seguito Pio XII, e che ha prodotto effetti profondi in tanti ambiti della vita e dell’attività della Chiesa. Per tutto ciò voi e il fedele popolo argentino continuate a rendere grazie a Dio.

C’è da sperare che anche ora la comunità ecclesiale argentina, riunita con i suoi pastori attorno all’Eucaristia, riceva l’impulso vigoroso che sperimentò nei diversi settori dei suoi membri, dai bambini e dai giovani fino agli adulti e alle organizzazioni di apostolato.

Cristo, infatti, continua a edificare il suo corpo nella carità e nell’unità, perché i sacerdoti, i religiosi, le religiose e i laici “crescano nella carità, verso colui che è il nostro capo, Cristo” (cf. Ef 4, 15), e vivano l’Eucaristia come centro e nutrimento della loro esistenza, e anche come ispirazione, “principio e culmine di tutta l’evangelizzazione” (cf. Presbyterorum ordinis, 5).

Da qui potrà nascere, come nel 1934, un intenso movimento di conversione e riconciliazione, oggi non meno necessario che allora nella vita della nazione argentina. Nasceranno - così speriamo - nuove vocazioni sacerdotali e religiose che si uniranno a quelle già numerose di cui - per grazia di Dio - dispone ora la Chiesa in Argentina. Così si potrà e dovrà pensare ad assistere altre regioni meno favorite, entro e fuori i confini della vostra patria, cosa che, come insegna l’esperienza, lungi dall’impoverire chi dà, sarà fonte di più abbondanti grazie vocazionali.

E anche, come effetto proprio della celebrazione e recezione dell’Eucaristia, sarà più profonda e operosa la comunione della Chiesa argentina al suo interno e con la Chiesa universale, in primo luogo con questa Sede di Pietro.

7. Alla Madre santissima di Luján mi rivolgo in rinnovato pellegrinaggio di fede, perché ella interceda presso suo Figlio per tutte queste intenzioni e per quelle che in seguito esaminerò con gli altri vescovi del vostro Paese.

La prego per voi, per i vostri collaboratori, fedeli e concittadini, mentre imparto a tutti con affetto la mia benedizione apostolica.

 

© Copyright 1984 -  Libreria Editrice Vaticana

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