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VISITA PASTORALE IN SVIZZERA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL CONSIGLIO ECUMENICO DELLE CHIESE

Martedì, 12 giugno 1984

 

Cari fratelli e sorelle,

“Grazie e pace a voi da Dio nostro Padre e dal Signore nostro Gesù Cristo” (Ef 1, 2).

1. Vi ringrazio di avermi invitato a rendervi visita, qui al Centro ecumenico, durante la mia visita pastorale ai cattolici della Svizzera. Il fatto di incontrarci, per pregare insieme e conversare fraternamente, in questo periodo dell’anno in cui i cristiani, ovunque nel mondo, celebrano l’avvenimento della Pentecoste, è particolarmente significativo. In effetti, come dice sant’lreneo: “A Pentecoste lo Spirito è disceso sui discepoli con potere su tutte le nazioni per introdurle nella vita e aprire loro il Nuovo Testamento; ed è per questo che, animati da un unico sentire, i discepoli celebrano le lodi di Dio in tutte le lingue, mentre lo Spirito raccoglieva in unità le tribù separate e offriva al Padre le primizie di tutte le nazioni” (Adversus Haereses, III, 17, 2). La Pentecoste, ovvero il dono dello Spirito per la Chiesa è la fonte, sempre vivificante, della sua unità, è il punto di partenza della sua missione. E noi ci incontriamo in questi giorni.

Il semplice fatto della mia presenza tra di voi, come Vescovo di Roma, in visita fraterna al Consiglio ecumenico delle Chiese, è un segno di questa volontà di unità. Fin dall’inizio del mio ministero come Vescovo di Roma, ho insistito sul fatto che l’impegno della Chiesa cattolica nel movimento ecumenico era irreversibile e che la ricerca dell’unità costituisce una delle sue priorità pastorali (cf. Ioannis Pauli PP. II, Nuntius ad Secretarium Generalem Consilii Oecumenici Ecclesiarum missus, die 24 iul. 1983: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI/2 [1983] 120). Il nuovo Codice di diritto canonico esprime del resto molto chiaramente l’obbligo dei vescovi cattolici di promuovere, in ottemperanza alla volontà di Cristo, il movimento ecumenico (CIC, can. 755 § 1).

2. Certo, quando la Chiesa cattolica entra nell’impresa ecumenica, severa ed irta di difficoltà, essa porta con sé una convinzione. Nonostante le miserie morali che nel corso della storia hanno contraddistinto la vita dei suoi membri e persino quella dei suoi responsabili, essa è convinta di aver conservato nel ministero del Vescovo di Roma, in piena fedeltà alla tradizione apostolica e alla fede dei padri, il polo visibile dell’unità e la garanzia di questa. Già sant’Ignazio di Antiochia non salutava forse la Chiesa “che presiede nella regione dei romani” come quella “che presiede alla carità”, alla comunione? La Chiesa cattolica, in effetti, crede che quel vescovo, il quale presiede alla vita della Chiesa locale fecondata dal sangue di Pietro e Paolo, riceve dal Signore la missione di rimanere il testimone della fede confessata da questi due corifei della comunità apostolica e che, nella grazia dello Spirito Santo, fa l’unità dei credenti. Essere in comunione con lui significa attestare visibilmente di essere in comunione con tutti gli uomini e le donne che confessano la medesima fede, che l’hanno confessata dal giorno della Pentecoste e che la confesseranno “finché non venga” il giorno del Signore. Questa è la nostra convinzione di cattolici, e noi sappiamo che la nostra fedeltà a Cristo non ci consente di rinunciarvi. Noi sappiamo pure che tutto ciò costituisce una difficoltà per la maggior parte di voi, la cui memoria è forse segnata da certi ricordi dolorosi per i quali il mio predecessore Paolo VI implorava il vostro perdono. Bisognerà tuttavia discuterne in spirito di franchezza e amicizia. con quella serietà pregna di promesse che il lavoro di preparazione del documento di “Fede e costituzione” su “Battesimo, Eucaristia e Ministero” ha già manifestato. Se il movimento ecumenico è veramente sostenuto dallo Spirito Santo. questo momento giungerà.

3. La Chiesa cattolica e le Chiese-membro del Consiglio ecumenico delle Chiese hanno una lunga storia in comune; condividono il ricordo penoso di separazioni drammatiche e di polemiche reciproche che ferirono profondamente l’unità. Nel corso di questa comune storia non abbiamo mai smesso di avere in comune molti di quegli elementi, o beni, con i quali la Chiesa si edifica e dai quali è vivificata (cf. Unitatis Redintegratio, 3). Questa storia, al giorno d’oggi, diviene quella della riscoperta della comunione incompleta, eppure reale, che esiste tra di noi; tutti gli elementi che compongono, o dovrebbero comporre questa comunione, sono progressivamente situati nella loro giusta prospettiva, con tutte le conseguenze che questa nuova percezione comporta per la collaborazione tra di noi e per la comune testimonianza.

4. Abbiamo, prima di tutto, preso coscienza del nostro comune Battesimo e del suo significato. Le affermazioni delle assemblee di Nuova Delhi o di Evanston esprimono, su questo punto, la stessa convinzione del decreto del Concilio Vaticano II sull’ecumenismo: “Col sacramento del Battesimo, quando secondo l’istituzione del Signore è debitamente conferito e ricevuto con la debita disposizione di animo, l’uomo è veramente incorporato a Cristo crocifisso e glorificato... Il Battesimo quindi costituisce il vincolo sacramentale dell’unità che vige tra tutti quelli che per mezzo di esso sono stati rigenerati” (Unitatis Redintegratio, 22). Certo, esso “di per sé è soltanto l’inizio ed esordio, poiché esso tende interamente all’acquisto della pienezza della vita in Cristo” (Unitatis Redintegratio, 22). Ma noi tutti, battezzati col vero Battesimo, siamo tutti stretti nel vincolo del medesimo e indivisibile amore del Padre, vivificati dal medesimo e indivisibile Spirito di Dio, incorporati nell’unico Figlio. Se è vero che siamo divisi tra di noi, siamo tuttavia avvinti da ciò che Ireneo chiamava “le due mani del Padre” (il Figlio e lo Spirito). Ecco ciò che ci spinge a riannodare i vincoli di comunione. Si tratta di accettare di essere ciò che noi siamo per Dio, in virtù di “un solo Battesimo”, a causa di “un solo Dio e Padre di tutti, che regna su tutti, attraverso tutti e in tutti” (Ef 4, 6). Se siamo ancora divisi, siamo, non di meno, tutti immersi nel mistero di Pentecoste, l’antitesi di Babele. Le nostre divisioni contrastano quindi con l’unità già esistente e sono per questo tanto più scandalose.

5. Insieme abbiamo imparato a percepirci in comunione nel rispetto della parola di Dio. Grazie al rinnovamento degli studi biblici, ove gli esegeti di tutte le confessioni cristiane hanno lavorato gomito a gomito. certe vecchie polemiche del passato, che ci opponevano da secoli, sono apparse vane. Come non menzionare qui il cardinale Bea, il quale consacrò al servizio dell’unità i due ultimi decenni di una lunga vita votata allo studio e all’insegnamento della Scrittura? Quando il Concilio Vaticano II afferma: “Occorre che la predicazione ecclesiale, così come la stessa religione cristiana, sia interamente nutrita e sostenuta dalla Sacra Scrittura” (Dei Verbum, 21), non fa altro con ciò che esprimere una certezza comune. La parola di Dio viene anche compresa, in misura sempre crescente, in riferimento alla vita e alla testimonianza della comunità ecclesiale, la quale è portatrice di quello stesso Spirito di cui Giovanni diceva: “Egli vi insegnerà ogni cosa”, “egli vi guiderà alla verità intera” (Gv 14, 26; 16, 13). E come non sottolineare. anche se non siamo ancora pienamente d’accordo sull’interpretazione di certi punti importanti di questa parola di Dio, il significato positivo di questa crescente unanimità?

6. Vi è un altro aspetto del mistero cristiano che ora ci unisce più che in passato. Abbiamo insieme appreso a comprendere meglio il ruolo dello Spirito nella sua completezza. Questa riscoperta - della quale il rinnovamento della liturgia cattolica è contrassegnata - ci ha resi sensibili a dimensioni nuove della nostra vita ecclesiale. Lo Spirito è la fonte di una libertà che permette di rinnovare nella fedeltà quanto riceviamo dalle generazioni che ci hanno preceduto. Egli sa inventare nuove vie dal momento che trattasi di procedere insieme verso un’unità che è insieme fondata sulla verità e rispettosa della ricca diversità dei valori realmente cristiani che hanno la loro genesi in un comune patrimonio (cf. Unitatis Redintegratio, 4).

7. Per la nuova attenzione alla presenza dello Spirito la nostra preghiera ha assunto un accento particolare. Essa si è maggiormente aperta all’azione di grazia, nella quale noi ci distacchiamo dalle nostre preoccupazioni personali per fissare il nostro sguardo sull’opera di Dio e sulle meraviglie della sua grazia. Questo sguardo ci dona una coscienza nuova del disegno di Dio sul suo popolo nella certezza del primato delle iniziative divine. Non ci basta più di implorare insieme e di intercedere, ma tendiamo sempre più a benedire Dio per l’opera della sua grazia.

La preghiera occupa del resto, nelle nostre preoccupazioni, un posto di riguardo. Se ancora non ci è possibile celebrare insieme l’Eucaristia del Signore comunicando ad una stessa messa, ci sta sempre più a cuore di porre la preghiera comune al centro delle nostre riunioni, anche quando si tratta di austere sedute di lavoro. A tal proposito è significativo il fatto che l’assemblea di Vancouver, la scorsa estate, sia stata dominata dalla realtà della preghiera in comune, garantita quotidianamente in fervore e dignità, e che la tenda della preghiera sia diventata il simbolo di questo avvenimento ecumenico di così grande importanza. E oggi, non ci incontriamo forse nella preghiera? Questa crescita in comune nella fedeltà al comando dell’apostolo: “Pregate senza interruzione, rendete grazie in ogni circostanza” (1 Ts 5, 17-18) è l’inequivocabile segno della presenza dello Spirito del Signore in seno alla nostra ricerca. Ci indica che ci troviamo sulla strada giusta.

8. Avanzando in tal modo insieme ed avvicinandoci reciprocamente, ci è divenuto possibile, in questa esperienza di preghiera, di sviluppare quella reale “solidarietà fraterna” con il Consiglio ecumenico e le sue Chiese-membro di cui parlava il papa Paolo VI (Pauli VI, Nuntius ad Secretarium Generalem Consilii Oecumenici Ecclesiarum missus, die 20 nov. 1975: Insegnamenti di Paolo VI, XIII [1975] 1306). Una collaborazione multiforme si è così sviluppata. Prima di tutto nella ricerca teologica, seria e perseverante, di fede e costituzione. Si tratta di un lavoro ecumenico fondamentale: l’unità nella professione della fede condiziona infatti l’esito di tutti i nostri comuni sforzi i quali, a loro volta, sono un mezzo importante di progresso verso questa unità nella fede.

9. In effetti servire insieme, in nome del Vangelo, l’umanità è un modo necessario di fare la verità e quindi di procedere verso la luce (cf. Gv 3, 21). Non è casuale che le dichiarazioni dell’assemblea di Uppsala sul servizio della creazione e quelle della Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo coincidono in diversi punti. La ricerca del Consiglio ecumenico sulla giustizia e la pace, il suo impegno al servizio dei poveri e dei bisognosi, il suo incessante lavoro in difesa della libertà e dei diritti umani sono preoccupazioni costantemente condivise dalle comunità cattoliche.

La difesa dell’uomo, della sua dignità, della sua libertà, dei suoi diritti, del senso pieno della vita, è una preoccupazione centrale della Chiesa cattolica; essa si sforza, dovunque ne ha la possibilità, di contribuire a promuovere le condizioni necessarie allo sviluppo dell’uomo, nella piena verità della sua esistenza di essere creato e redento da Dio, nella convinzione che “quest’uomo è la via principale che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione” (Redemptor Hominis, 14). Intervenendo in favore dell’uomo, qualunque sia il regime politico del Paese, essa tiene a sottolineare la distinzione e la relativa autonomia della Chiesa e dello Stato. Essa rispetta la funzione nobile e difficile di coloro che hanno l’incarico della promozione del bene comune, essa intrattiene con loro un dialogo e perfino delle relazioni stabili, di comune accordo, al fine di far progredire la pace e la giustizia, giudicando tuttavia che il suo ruolo non è quello di intervenire nelle forme di governo che gli uomini si danno nella sfera temporale, e neppure quello di fomentare una loro trasformazione violenta. Essa invita invece i suoi membri laici a prender parte attivamente nella loro gestione e nel loro orientamento in conformità ai principi evangelici; e si riserva da parte sua la libertà di giudicare, dal punto di vista etico, le condizioni che favoriscono il progresso delle persone e delle comunità, o quelle, al contrario, che ledono gravemente i diritti della persona, la libertà civile e quella religiosa (cf. Gaudium et Spes, 42. 75).

A proposito di quest’ultima questione la Chiesa cattolica auspica che le altre Chiese e comunità cristiane elevino insieme ad essa la loro voce perché siano garantiti l’autentica libertà di coscienza e di culto dei cittadini, e la libertà delle Chiese di formare i ministri e dar loro gli strumenti di cui hanno bisogno per la maturazione e l’espressione della fede dei loro fedeli. Molti uomini di buona volontà e numerose istituzioni internazionali comprendono oggi l’importanza di questo diritto fondamentale; ma, dinanzi alla gravità dei fatti, mi sembra necessario che la totalità dei cristiani e delle comunità cristiane, quando hanno la possibilità di esprimersi, apportino la loro comune testimonianza su ciò che per essi è vitale.

10. Del resto noi ci dovremmo trovare sempre più insieme in ogni campo dove l’uomo, gravato dal suo ambiente, sperimenta grandi difficoltà a vivere secondo la dignità della sua vocazione, sia sul piano sociale, sia su quello etico e religioso. Quanti valori umani sono oscurati nella vita delle persone e delle famiglie! L’equità nelle relazioni, l’autenticità dell’amore, l’apertura fraterna e generosa agli altri. Malgrado le nostre separazioni e i nostri metodi d’azione spesso differenti - sia sul piano del pensiero sia su quello dell’azione sociale - ci troviamo spesso uniti e rendiamo testimonianza comune di una stessa visione fondata sulla stessa lettura del Vangelo. Capita, senza dubbio, di non trovarci d’accordo sui mezzi. Le nostre posizioni nel dominio dell’etica non sono sempre identiche. Ma ciò che già ci unisce ci permette di sperare che perverremo un giorno ad una convergenza in questo campo fondamentale.

Sì, la volontà di “seguire Cristo” nel suo amore per coloro che sono nel bisogno ci conduce ad un’azione comune. Questa comunione a servizio del Vangelo, per quanto temporanea, ci lascia intravedere ciò che potrebbe essere, ciò che sarà, la nostra totale e perfetta comunione nella fede, nella carità e nell’Eucaristia. Essa non è quindi un incontro meramente accidentale, ispirato dalla sola pietà di fronte alla miseria o dalla reazione dinanzi all’ingiustizia, ma appartiene invece al nostro cammino verso l’unità.

11. Noi ci incontriamo pure nell’inquietudine per l’avvenire dell’umanità. La nostra fede nel Cristo ci fa percepire in comunione nella medesima speranza, onde affrontare le forze di distruzione che assalgono l’umanità, erodono i suoi fondamenti spirituali, la conducono sull’orlo dell’abisso. L’opera creatrice e redentrice di Dio non può essere inghiottita da tutto ciò che il peccato accende nel cuore dell’uomo, né può essere messa definitivamente sotto scacco. Ma questa considerazione ci conduce ad una percezione acuta della nostra sensibilità di credenti dinanzi all’avvenire dell’uomo e alla presa di coscienza della gravità delle nostre divisioni. Nella misura in cui esse oscurano la nostra testimonianza in un mondo che corre verso il suicidio, costituiscono un ostacolo all’annuncio della Buona Novella della salvezza in Gesù Cristo.

12. La nostra comunione nell’azione si fonda in effetti sulla condivisione della comune sollecitudine per l’evangelizzazione. Non è una semplice coincidenza che lei, dottor Potter, sia stato invitato a parlare ai vescovi riuniti a Roma per il Sinodo del 1974, la cui profonda riflessione sull’evangelizzazione nel mondo moderno è contenuta nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi. Voi avete esposto davanti al Sinodo la maniera nella quale il Consiglio ecumenico comprende il compito missionario. Già in questa occasione apparve chiaro come le grandi questioni dell’urgenza dell’evangelizzazione e dei suoi metodi, del dialogo con le altre religioni e delle relazioni del Vangelo con le culture, erano poste a tutti i cristiani invitandoli a una nuova fedeltà nella missione.

I nostri incontri e i nostri scambi in questa materia hanno mostrato che noi siamo tutti d’accordo nel professare che “non vi è vera evangelizzazione se il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il regno e il mistero di Gesù di Nazaret, Figlio di Dio, non sono annunciati” (Evangelii Nuntiandi, 22). Ma noi riconosciamo altresì “che è impossibile accettare che l’opera di evangelizzazione possa o debba negligere le questioni, estremamente gravi, e talmente agitate al giorno d’oggi, concernenti la giustizia, la liberazione, lo sviluppo e la pace nel mondo. Se ciò accadesse, equivarrebbe a ignorare la dottrina del Vangelo sull’amore del prossimo che soffre o si trova nel bisogno” (Evangelii Nuntiandi, 31).

13. Per la Chiesa cattolica sono i vescovi che hanno la responsabilità di orientare e di coordinare i diversi aspetti e lo sforzo dell’evangelizzazione; di aiutarla a serbare la sua ispirazione autentica, a rispettare la libertà essenziale dell’adesione alla fede e ad evitare che si degradi in proselitismo o che si infeudi alle ideologie del momento. L’armonioso sviluppo di una collaborazione con la Chiesa cattolica richiede che si tenga conto, per quanto concerne la missione del vescovo, di questa convinzione del resto condivisa da parecchie delle Chiese - membro del Consiglio ecumenico.

14. Esattamente quindici anni orsono il mio predecessore papa Paolo VI vi rese visita e si felicitò delle relazioni fra il Consiglio ecumenico e Chiesa cattolica. Tengo ad esprimervi il mio desiderio, come ho già fatto parecchie volte, che la collaborazione fra di noi aumenti e si intensifichi ovunque ciò sia possibile. Il gruppo misto di lavoro fra Chiesa cattolica e Consiglio ecumenico delle Chiese ha un compito importante da compiere. Dovrà inventare le vie che renderanno subito possibile “di unirci coscientemente nella grande missione che consiste nel rivelare Cristo al mondo” (Redemptor Hominis, 11). Facendo insieme la sua verità noi manifesteremo la sua luce. Questo sforzo in vista di una comune testimonianza è una delle priorità assegnate al gruppo misto di lavoro. Ciò richiederà un nuovo sforzo di formazione ecumenica e di approfondimento dottrinale. Ma la nostra testimonianza non potrà essere veramente e completamente comune se non quando saremo pervenuti all’unità nella confessione della fede apostolica.

15. Oggi, dinanzi a Dio e a Cristo Gesù, nella forza dello Spirito Santo, noi possiamo render grazie dei progressi che noi abbiamo insieme compiuto nel cammino verso l’unità. Questi progressi non ci permettono di tornare indietro. Ringraziandovi per tutto ciò che il Consiglio, fin da principio, ha fatto da parte sua per aiutarci a crescere insieme, io non posso che ricordarvi la ferma determinazione della Chiesa cattolica di fare ogni sforzo perché brilli un giorno la luce della koinonia ristabilita. E come potremmo mai farlo, senza sforzarci di continuare a crescere nel mutuo rispetto, nella reciproca fiducia, e nella comune ricerca dell’unica verità? Lunga è la via e occorre rispettarne le tappe. Ma noi crediamo nello Spirito.

Cari fratelli e sorelle in Cristo, così come il mio venerato predecessore Paolo VI all’inizio della seconda sessione del Concilio Vaticano II (29 settembre 1963) nel momento in cui abbordò la grave questione dell’unità, anch’io vorrei essere in mezzo a voi un umile adoratore e servitore di Cristo, del Cristo nella pienezza della sua maestà, così come è rappresentato nelle nostre splendide Chiese d’Oriente e d’Occidente! È lui che, nella gloria che condivide con il Padre, si innalza sulla nostra assemblea di credenti e la benedice. E noi, ai quali tante cariche sono affidate al servizio delle Chiese, noi ci rivolgiamo verso di lui e verso il Padre implorando - per rendere più efficacemente testimonianza e servire la salvezza dell’uomo - i lumi e la forza dello Spirito Santo. Un po’ come gli apostoli e i primi discepoli riuniti nel primo Cenacolo con Maria, la madre di Gesù. E il Cristo redentore che è il nostro principio, la nostra via, la nostra guida, la nostra speranza e il nostro destino. Possa egli donare alla sua Chiesa sulla terra di essere sempre più, nel suo mistero e nella sua unità visibile, un’epifania dell’amore che unisce il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

 

© Copyright 1984 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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