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VISITA PASTORALE IN SVIZZERA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI RAPPRESENTANTI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE SVIZZERA

Einsiedeln - Venerdì, 15 giugno 1984

 

Cari fratelli nell’episcopato.

1. Il nostro incontro si colloca nel mezzo della mia visita pastorale o, meglio, al centro. È infatti uno scambio che, in qualche senso, è il momento più importante, quello in cui noi vescovi manifestiamo la nostra fratellanza e la comune preoccupazione per l’evangelizzazione del nostro popolo.

Tutto quanto io compio qui - nella mia responsabilità particolare di Vescovo di Roma alla testa del collegio episcopale - lo faccio con voi e per voi che sostenete la cura quotidiana di questa Chiesa, con le sue pene e le sue gioie. Spero che ciò sarà per voi di aiuto e di incoraggiamento, e io stesso sono felice di ricevere la testimonianza della vostra comunità svizzera dai vari volti.

Nel luglio 1982, per la visita “ad limina”, avevo affrontato con voi un certo numero di esigenze di cui voi stessi eravate ben consapevoli e che conservano la loro importanza. Ma oggi non riprenderò quel discorso. Del resto, abbiamo dialogato di recente su alcuni punti cruciali, sentiti assai vivamente dai fedeli e dai pastori, e i cui valori in gioco assumono grande rilievo: fra gli altri, il modo di vivere la collegialità episcopale nei rapporti con la Santa Sede; le responsabilità dei laici nella Chiesa; la pratica del sacramento della Riconciliazione; alcuni particolari aspetti della liturgia; il problema della formazione dei sacerdoti nei seminari; gli interrogativi posti dal cammino ecumenico. E abbiamo anche indicato i relativi opportuni orientamenti. Una parte di tali questioni sarà più ampiamente trattata in occasione di altri incontri. Nel presente colloquio fermeremo anzitutto l’attenzione sul problema della collegialità e sulla vostra autorità di vescovi. Come fratelli, ci porremo di fronte ai problemi dell’evangelizzazione nella Chiesa e nella società.

Prima di tutto tengo a dirvi quanto io apprezzi la lealtà e la chiarezza dei vostri atteggiamenti nei riguardi della Santa Sede. I problemi che affrontate o le domande che ponete sono circoscritti con precisione. Nel 1982 avete richiesto un contatto serio ed esigente con la maggior parte dei dicasteri romani; in seguito avete fatto conoscere le vostre riflessioni allo scopo di progredire nella reciproca comprensione, di dare alla Santa Sede la possibilità di cogliere la gravità di certi problemi locali, e di consentirle anche di interpellarvi su ciò che è essenziale nella Chiesa universale, in rapporto alla tradizione viva nel corso dei secoli.

So che voi avete predisposto minuziosamente le tappe di questo viaggio, con una diligenza che in pratica è talvolta messa alla prova dagli avvenimenti o dai contatti ai quali bisogna pur dare spazio, perché è come dare spazio alla spontaneità dei cuori. Vi sono grato di quanto avete fatto per far comprendere ai fedeli e al popolo svizzero il ruolo spirituale e umano del Papa e il significato di questa visita pastorale.

Vi è accaduto di soffrire per determinate reazioni intorno a voi. Come san Pietro scriveva nella sua prima lettera, a volte è necessario accettare di non essere compresi: “. . .sarete ferventi nel bene . . . non vi sgomentate . . . né vi turbate . . . pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto . . .” (1 Pt 3, 13-16). Certamente dobbiamo sempre cercare, con grande umiltà, di eliminare le rughe della nostra Chiesa, di renderla più santa, più coerente con la fede nel Cristo salvatore. E dobbiamo altresì riconoscere negli altri il bene e le virtù cristiane ovunque operino, e anche rallegrarcene. Il che va di pari passo con la fedeltà a ciò che la nostra identità cattolica comporta di essenziale, e che dobbiamo affermare e manifestare con serenità proprio nel rispetto della coscienza di tutti. E talora soffriremo per la nostra fedeltà, come ne ha esperienza il Vescovo di Roma, come gli apostoli e la Chiesa di tutti i tempi ne hanno fatto esperienza, come il Cristo che ha conosciuto questa prova fino all’estremo.

È qui che si rivela fondamentale la comunione che ci unisce, che vi unisce al successore di Pietro; una comunione nella carità e nella ricerca della verità, fatta di schiettezza, di fiducia e di pazienza.

2. Fra di voi, vescovi della Svizzera, già vivete una forma di collaborazione collegiale. Fin dal secolo scorso - molto prima del Concilio Vaticano II che ha valorizzato le Conferenze episcopali - i vescovi svizzeri si incontravano regolarmente qui ad Einsiedeln. Le sensibilità delle vostre popolazioni sono indubbiamente molto diverse, ma esistono alcuni problemi pastorali abbastanza vicini tra loro ed è opportuno che mettiate in comune le vostre riflessioni e alcuni strumenti apostolici; e che sui punti essenziali adottiate misure simili o anche comuni. Nella vostra Conferenza episcopale, dato il vostro piccolo numero, vi è peraltro facile esprimervi ed esercitare ciascuno la vostra responsabilità, come posso osservare oggi stesso. Gli oneri da assumere a servizio della collettività sono anche numerosi e pesanti. Commissioni a titolo consultivo possono esservi di molto aiuto; tuttavia esse non possono avere per se stesse la vostra responsabilità né la vostra autorità e, di stretta intesa con voi, devono adoperarsi per rispondere agli autentici bisogni spirituali di tutti, nel quadro di norme comuni a tutti.

Ma la collegialità, a rigor di termini, è più della collaborazione fra di voi. Essa unisce tutti i vescovi fra di loro, intorno al successore di Pietro, per insegnare la dottrina della fede, mettere in atto la disciplina comune, e far fronte ai bisogni e al progresso della Chiesa universale. Essa deriva da quella dei dodici riuniti intorno a Pietro. Essa la prolunga e si esercita in maniera analoga. Il Vaticano II la illustra in testi fondamentali, particolarmente nella costituzione Lumen Gentium. È di capitale importanza invitare i sacerdoti e i fedeli a rileggere questi testi, a studiarli, a meditarli.

La solidarietà dei vescovi vi è fortemente sottolineata con i termini di collegio episcopale, di ordine o di corpo episcopale, e di comunione gerarchica di tutti i vescovi con il sovrano Pontefice (cf. Lumen Gentium, 4). La nostra collegialità è affettiva: le relazioni fraterne, fiduciose devono sempre tenervi un grande posto, come è normale per i discepoli di Cristo il cui primo comandamento è di vivere l’amore e l’unità: è questo il suo testamento. La nostra collegialità è, nello stesso tempo, effettiva: presuppone la comunione di pensiero rispetto alla dottrina e la comunione di volontà rispetto alla grande missione della Chiesa. Per questo parlare di collegialità significa mettere in evidenza la vostra totale solidarietà con il capo del collegio e, insieme con lui, la vostra responsabilità in tutto il collegio, consapevoli che le vostre dichiarazioni ufficiali, le vostre azioni, gli orientamenti, la maniera di esercitare il vostro ministero episcopale in Svizzera sono necessariamente anche “per gli altri”, influenzandone l’impegno pastorale. “In quanto membri del Collegio episcopale . . . (i singoli vescovi) sono tenuti ad avere per tutta la Chiesa una sollecitudine che . . . sommamente contribuisce al bene della Chiesa universale. Tutti i vescovi, infatti, devono promuovere e difendere l’unità della fede e la disciplina comune a tutta la Chiesa, istruire i fedeli all’amore di tutto il corpo mistico di Cristo . . .” (Lumen Gentium, 23).

In effetti voi assicurate in tal modo il bene stesso della Chiesa particolare nella quale siete principio e fondamento visibile dell’unità. A volte può esserci una certa tensione tra le aspirazioni o le esigenze sentite alla base dai cristiani, in funzione di circostanze o di sensibilità particolari o nuove, e i principi o le direttive espressi dal magistero di tutta la Chiesa. Un problema che è affine a quello dell’inculturazione nelle giovani Chiese. È vero, peraltro, che in pratica i cristiani e i loro pastori sono i più idonei a trovare la maniera opportuna di presentare tali principi, con le motivazioni convincenti o le opportune applicazioni. È anche vero però che essi sono maggiormente sottoposti alla pressione dell’ambiente e delle opinioni o della pratiche che non derivano necessariamente dalla fede, o che non sono tutte coerenti con essa. La Chiesa universale - e specialmente il Vescovo di Roma con i dicasteri della Sede apostolica - rende allora (anche mediante un linguaggio forse più generale e disposizioni circostanziate) l’inestimabile servizio di tracciare la via sicura che si basa sulla tradizione vivente, tiene conto dei diversi aspetti del mistero cristiano e dell’etica cristiana, evita le semplificazioni e gli scogli e conserva la solidarietà con tutte le Chiese. È ciò che ha fatto, per esempio, il Sinodo dei vescovi del 1980, e l’esortazione Familiaris Consortio ha ripreso l’essenziale di questo lavoro per illuminare i problemi legati al matrimonio e orientare l’azione dei pastori e dei fedeli nel mondo. Ugualmente, l’ultimo Sinodo ha fatto progredire la riflessione sulla penitenza e sul sacramento della Riconciliazione, mentre si sta preparando il relativo documento con la partecipazione del segretariato generale del Sinodo. Il solo clima che si addica ai rapporti tra la Santa Sede e le Chiese particolari è quello del dialogo, della fiducia, della disponibilità, della piena comunione - “cum Petro et sub Petro” in tutto ciò che è stato ponderatamente meditato, deciso e adottato per la Chiesa universale. E di questo, fratelli carissimi, voi siete, per primi, i testimoni e gli artefici.

Sì, è necessario che noi lavoriamo per mantenere questo clima. Certamente, non bisogna tralasciare di spiegare spesso le ragioni fondamentali della pratica della Chiesa, come voi vi sforzate di fare. È poi importante invitare il popolo cristiano a concentrare l’attenzione non soltanto sugli strumenti pastorali ma sullo scopo che Gesù ha assegnato alla sua Chiesa, e sullo spirito dell’evangelizzazione. In tale prospettiva, ogni cristiano serio si pone in atteggiamento di grande umiltà e cerca di aprirsi allo Spirito Santo e a tutti i fratelli che nel mondo recano “l’universale consenso in cose di fede e di morale” (Lumen Gentium, 12).

3. Pertanto dobbiamo spesso porre a noi stessi e ai nostri cristiani interrogativi fondamentali: nel nostro modo di fare, Gesù viene annunciato in ogni occasione opportuna e importuna, nel rispetto delle persone e dei gruppi, per garantire l’autenticità dell’atto di fede nella libertà, ma con chiarezza e coraggio secondo le ultime parole di Cristo agli apostoli: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni . . .” (Mt 28, 19-20)? Dio è veramente pregato come Dio, con l’intento di cercare la sua volontà e di aderirvi? La santità delle persone è il primo obiettivo della pastorale? La verità è presentata a prezzo della croce e delle rinunzie? I ministri di Cristo hanno coscienza della loro grave missione di parlare e di agire in nome di Cristo? La Chiesa è edificata in unità come corpo del Cristo? Coloro che hanno una posizione impegnativa nella Chiesa, coloro che in essa detengono i mezzi di comunicazione sociale o altre responsabilità, sono aperti a quanto pensano o sentono gli altri cristiani che hanno minor possibilità di esprimersi, sebbene siano forse in maggioranza? Vengono valutati con spirito di maturità la portata, i limiti e tutte le conseguenze delle pratiche che si vorrebbero proporre agli altri membri della comunità? A che punto siamo nel promuovere la pace, l’unità e l’amore fra i discepoli del Cristo?

Cari fratelli, davanti alle prove che oggi la Chiesa attraversa - fenomeno della secolarizzazione che rischia di dissolvere o di emarginare la fede; scarsità di vocazioni sacerdotali e religiose; difficoltà per le famiglie a vivere il matrimonio cristiano - dobbiamo ricordare la necessità della preghiera. Le grazie di rinnovamento o di conversione non saranno concesse che a una Chiesa in preghiera. Nel Getsemani Gesù pregava perché la sua passione fosse conforme alla volontà del Padre, alla salvezza del mondo. Egli supplicava gli apostoli di vegliare e di pregare per non cadere in tentazione (cf. Mt 26, 41). Portiamo il nostro popolo cristiano, le persone e le comunità, a una preghiera ardente al Signore, con Maria.

4. Per consentirci di adempiere la nostra missione di pastori, il Cristo ha voluto che avessimo l’autorità necessaria, al servizio della verità. Camminare in testa, guidare, indicare la via, preoccuparci che sia aperta a tutti pur rimanendo autentica; illuminare, pacificare, riunire, questo è il nostro pane quotidiano.

Diceva il Concilio a proposito dei laici: “. . . manifestino (ai pastori) le loro necessità e i loro desideri, con quella libertà e fiducia che si addice ai figli di Dio e ai fratelli in Cristo. Secondo la scienza, competenza e prestigio di cui godono, hanno la facoltà, anzi talora anche il dovere di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa. Se occorre, si faccia questo attraverso gli organi stabiliti a questo scopo dalla Chiesa, e sempre con verità, fortezza e prudenza, con riverenza e carità verso coloro che, per ragione del loro sacro ufficio, rappresentano Cristo”. Nello stesso spirito la costituzione Lumen Gentium continuava: “I laici . . . con cristiana obbedienza prontamente abbraccino ciò che i pastori, quali rappresentanti di Cristo, stabiliscono come maestri e rettori nella Chiesa . . .” (Lumen Gentium, 37).

Sì, l’unità intorno al vescovo è la “conditio sine qua non” dello statuto del fedele cattolico. E non si può pretendere di essere con il Papa senza essere anche con i vescovi a lui uniti, né di essere con i vescovi senza essere con il capo del collegio dei vescovi.

Per ciò che concerne i problemi presentati dai cristiani, occorre accettare che, nonostante la misericordia che deve sempre essere di regola in quanto riflesso della misericordia di Dio, alcuni di essi restino senza soluzione soddisfacente in quanto i dati stessi dei problemi lo impediscono. Penso a certi casi di coniugi divorziati, a certe situazioni di sacerdoti, di matrimoni misti. In tutti i casi bisogna aiutare a trovare un atteggiamento spirituale più profondo che testimoni a suo modo la verità.

Non voglio dilungarmi sul vostro ruolo nei confronti dei sacerdoti, dei laici, dei religiosi, visto che ho l’occasione di parlare loro direttamente davanti a voi. Ma per quanto riguarda i candidati al sacerdozio, incoraggio vivamente ciò che voi cercate di fare per suscitare le vocazioni: siate persuasi che esse non mancano, ma che al tempo stesso questi giovani, desiderosi di dedicarsi al servizio esclusivo di Cristo e della sua Chiesa, chiedono una formazione autentica. I tentativi di “clericalizzazione del laicato” o di “laicizzazione del clero” per designare senza preamboli certe tendenze sono votati al fallimento sia per quanto riguarda l’esercizio del ministero, che per il risveglio delle vocazioni. La linea chiaramente tracciata dal Concilio Vaticano II deve guidare tutti coloro che hanno la grave responsabilità di suscitare le vocazioni. Ed è lo stesso, evidentemente, per la formazione spirituale, liturgica, pastorale e insieme teologica che si deve dare ai seminaristi in una comunità orientata interamente e unicamente alla vita sacerdotale, con le esigenze che la caratterizzano e alle quali non ci si può sottrarre. Abbiamo accennato di recente a questo problema. La Chiesa raccomanda sempre ai vescovi diocesani di considerare i seminari come la pupilla dei loro occhi.

5. Principi dell’unità della loro comunità diocesana, i vescovi sono, con essa, i testimoni della speranza cristiana in mezzo a tutto il popolo affinché il Vangelo, proclamato e vissuto, vi appaia quale una buona novella, una salvezza.

Certamente la società del vostro Paese vive già molti valori umani e cristiani che in questi giorni abbiamo spesso menzionato: la passione per il lavoro, la disciplina largamente accettata, la corresponsabilità civica, l’onestà, la prudenza, l’accoglienza degli stranieri, dei poveri e dei profughi, la generosità verso il Terzo mondo e le opere umanitarie, l’orrore per la violenza, l’amore della pace, il rispetto degli altri nella loro diversità . . . Spetta alla Chiesa, basandosi su tali valori che, del resto, hanno le loro radici nella storia cristiana, far scoprire le motivazioni spirituali e le esigenze ultime di questi comportamenti, approfondirne il significato, ampliarne la portata. E io so, cari fratelli, che questa è la vostra incessante preoccupazione: lo testimoniano un certo numero dei vostri documenti e interventi, anche molto di recente.

Voi esortate, per esempio, a passare dalla filantropia alla carità; dalla partecipazione nei confronti della miseria al rispetto della dignità umana e anche all’amore per l’uomo, immagine di Dio, e a riconoscere il Cristo che vuol essere servito nel più piccolo dei suoi. All’asilo offerto agli immigrati o ai profughi, voi vorreste che si aggiungessero il calore della comprensione fraterna, dell’amicizia, della collaborazione. Voi vigilate perché in questo ambito non vengano dimenticate le esigenze della giustizia sociale e i vari diritti umani. Voi contribuite ad aprire le menti e i cuori ai grandi problemi del mondo e ai flagelli che affliggono altri ambienti o altri popoli: la fame, la droga, le guerre fratricide. L’importanza capitale dell’educazione dei bambini e dei giovani vi fa ricercare insieme con i genitori gli strumenti più adatti a garantirla, non soltanto con la catechesi, ma anche con le scuole cattoliche o con altri mezzi educativi. Infine, la vostra costante sollecitudine è rivolta ai valori familiari che sono messi a dura prova quando l’amore dei fidanzati o degli sposi è vissuto egoisticamente alla ricerca di un piacere immediato per se stessi, senza impegno definitivo verso la persona dell’altro coniuge e i figli nati dall’unione. Voi provate il bisogno urgente di educare sia a questa fedeltà che all’accoglienza generosa della vita. Sarebbe contraddittorio voler soccorrere i sottoalimentati del mondo se non si rispettasse in casa propria la vita del bambino fin dal concepimento materno, o il valore della vita che va estinguendosi fino alla morte naturale.

Tutte queste esigenze etiche non sono sempre comprese e accettate in una società che perde le ragioni religiose del rispetto dell’uomo; esse possono anche provocare ribellioni o accuse d’intervento politico. Ma, in definitiva, si apprezzerà il coraggio della Chiesa quando si sarà compreso che essa difende, in tutta la sua intima dimensione, la dignità dell’uomo, la sua libertà, la sua speranza. E perché ciò avvenga, voi sapete che occorre mostrare alla pubblica opinione i grandi valori umani che sono in gioco. Quanto ai cristiani, conviene che non separino mai le esigenze morali dalle condizioni di progresso spirituale dell’uomo, creato a immagine di Dio, redento da Cristo e capace, con la grazia e malgrado le sue debolezze, di intraprendere l’arduo cammino delle beatitudini che è, in realtà, la via della pace, della gioia e della vita.

Carissimi fratelli nell’episcopato, interrompiamo qui la nostra conversazione per incontrare i vostri collaboratori, i sacerdoti delle vostre diocesi. Prego il Signore di ispirarvi e di fortificarvi nella vostra magnifica missione di cui io porto il peso con voi. Che il suo Spirito Santo vi dia, come agli apostoli, il coraggio dei testimoni e la speranza di coloro che vedono l’invisibile!

 

© Copyright 1984 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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